giovedì 23 luglio 2026
lunedì 20 luglio 2026
Parco Agricolo Sud Milano: la nomenclatura politica conserva sé stessa invece di un bene comune vitale
Il Parco Agricolo Sud Milano rappresenta una delle realtà ambientali e paesaggistiche più rilevanti e peculiari d'Europa. Istituito originariamente nel 1990, si estende su una superficie di oltre 47.000 ettari, abbracciando ben 60 comuni della cintura milanese. La sua unicità risiede nella sua stessa natura: non si tratta di un'area naturale incontaminata e sottratta all'intervento umano, bensì di un immenso polmone verde antropizzato, dove l'attività agricola intensiva convive da secoli con un fitto tessuto urbano e infrastrutturale. Il Parco Sud cinge la metropoli milanese, svolgendo una duplice funzione strategica irrinunciabile. Da un lato, funge da fondamentale cintura ecologica e di contrasto al consumo di suolo, mitigando l'effetto "isola di calore" tipico di Milano e preservando la biodiversità locale, i fontanili e i reticoli idrici storici, nonché le abbazie, i castelli e i borghi. Dall'altro, garantisce la tutela e lo sviluppo di un comparto agroalimentare di primaria importanza, capace di coniugare la produzione primaria con la salvaguardia del paesaggio tradizionale padano e con la produzione di biogas. Il Parco Agricolo Sud Milano ha una superficie territoriale ufficiale di 47.045 ettari (circa 470 chilometri quadrati), che corrisponde a circa il 30% dell'intero territorio della Città Metropolitana di Milano (esteso complessivamente per 157.500 ettari).
Fino alla recente riforma, la gestione del Parco è stata storicamente radicata in capo alla Provincia di Milano e, successivamente, alla Città Metropolitana. Questa scelta istituzionale non era affatto casuale. La Città Metropolitana di Milano è l'ente territoriale preposto alla pianificazione strategica e di area vasta. Affidare il Parco Sud alla Città Metropolitana significava garantire una visione urbanistica e ambientale integrata. Permetteva di coordinare lo sviluppo dei trasporti, la logistica, l'espansione dei centri abitati e le politiche ecologiche in modo armonico con lo spazio agricolo circostante. Il Parco Sud non veniva concepito come un corpo estraneo o un vincolo esterno, ma come un pilastro fondamentale dello sviluppo sostenibile della stessa area metropolitana. Questa sinergia amministrativa ha consentito per anni di mantenere un equilibrio delicato ma funzionale tra le spinte della cementificazione urbana e le necessità di tutela del suolo agricolo, valorizzando la multifunzionalità delle aziende agricole e creando un legame diretto tra i produttori locali e il mercato dei consumatori milanesi.
Il quadro istituzionale è stato radicalmente scardinato dalla recente legge della Regione Lombardia, che ha sottratto la gestione del Parco Sud alla Città Metropolitana. Questa riforma introduce profonde incongruenze giuridiche e operative, svuotando di fatto l'ente metropolitano delle sue storiche competenze di pianificazione ecologica. La nuova normativa ha istituito una governance autonoma, separando nettamente il destino del Parco dal territorio in cui è fisicamente e funzionalmente inserito. Il risultato di questa operazione è una pericolosa terra di nessuno amministrativa. Il Parco Agricolo Sud si ritrova oggi confinato in un limbo istituzionale inedito e penalizzante, definibile come l'anomalia del "né regionale, né metropolitano". Da una parte, il Parco non è stato pienamente integrato nei meccanismi diretti della macchina regionale, rimanendo escluso dalle grandi strategie di finanziamento e coordinamento che spettano alle aree protette di rilievo strettamente regionale. Dall'altra, è stato privato del cordone ombelicale con la Città Metropolitana, perdendo la capacità di incidere sui piani territoriali di coordinamento e sulle scelte urbanistiche dei singoli comuni.
Questo isolamento forzato spezza la capacità del parco di incidere concretamente sui piani territoriali di coordinamento metropolitano (PTCM). Senza il legame con l'ente di area vasta, lo strumento del parco perde la sua forza d'urto politica, trasformandosi da attore della pianificazione a mero ufficio di erogazione di vincoli burocratici.
Lo svuotamento delle competenze metropolitane genera una frammentazione dei centri decisionali che rischia di paralizzare l'efficacia dei controlli e la programmazione degli investimenti. La pianificazione dei trasporti, la gestione delle acque e la tutela delle fasce fluviali non possono essere scisse dalla pianificazione della cintura agricola circostante. Creare un ente parco separato dalla Città Metropolitana significa ignorare che le pressioni urbanistiche, il traffico logistico e la domanda di aree verdi provengono direttamente dalla metropoli. Questa anomalia istituzionale espone il parco a un rischio di strisciante declassamento, dove l'assenza di una forte sponda istituzionale metropolitana lascia i singoli comuni più esposti e isolati di fronte alle spinte della speculazione edilizia e della logistica pesante.
Le profonde incongruenze normative e lo smarrimento identitario generati dalla nuova legge regionale trovano una manifestazione plastica e un riflesso evidente nelle recenti procedure amministrative dell'ente. In particolare, i nodi vengono al pettine se si analizza la recente manifestazione di interesse pubblicata per la selezione e la nomina del nuovo Direttore del Parco. Questo bando non rappresenta un semplice passaggio burocratico d'ordinaria amministrazione, ma costituisce lo specchio fedele della confusione strategica in cui l'ente è stato precipitato. La procedura selettiva evidenzia fin dalle premesse una totale e preoccupante mancanza di profilazione funzionale della figura dirigenziale richiesta per guidare una macchina complessa da quasi cinquantamila ettari.
Invece di delineare un profilo manageriale e tecnico dai contorni chiari, precisi e finalizzati alle sfide specifiche del territorio milanese, la manifestazione di interesse si muove nel solco di una generica e indistinta ricerca di competenze, che infatti non vengono esplicitate. Manca del tutto l'individuazione delle priorità strategiche che il nuovo Direttore dovrebbe perseguire nel suo mandato. Questa lacuna non è un dettaglio formale, ma la diretta conseguenza del limbo istituzionale descritto in precedenza. Poiché non si capisce quale sia la reale missione politica del nuovo assetto del parco (La conservazione naturalistica pura? La tutela dell'agricoltura? La concertazione urbanistica regionale?) la presidenza sceglie di non definire i requisiti professionali del suo vertice tecnico.
Il bando si trasforma così in una rete gettata nel mucchio delle nomine, priva di una visione selettiva. Un errore metodologico grave, un errore politivo, perché la direzione di un parco periurbano unico in Europa non può essere affrontata con competenze standardizzate o puramente burocratiche. La figura del Direttore dovrebbe rappresentare la sintesi operativa delle diverse anime del territorio, ma l'indeterminatezza della selezione rischia di tradursi nella nomina di una figura debole o inadeguata alle complesse pressioni ambientali ed economiche della cintura milanese. Il riflesso plastico della crisi di governance si manifesta nell'incapacità di decidere se premiare un profilo puramente amministrativo e gestionale o una figura dotata di specifiche competenze scientifiche sul campo.
La mancata profilazione del Direttore appare ancora più critica se si considera l'estrema complessità ecologica, economica e tecnologica che caratterizza oggi il territorio del Parco Sud. Chi guida questa istituzione non deve semplicemente applicare regolamenti, ma governare transizioni epocali che richiedono competenze multidisciplinari di altissimo livello. In primo luogo, l'ente necessita di una forte competenza amministrativa per districarsi nella burocrazia dei finanziamenti europei e regionali. Al contempo, emerge il bisogno imprescindibile di un profilo di biologo ambientale fortemente orientato al mondo agricolo, capace di comprendere le dinamiche della produzione intensiva e di traghettare le aziende verso pratiche di agricoltura sostenibile e di conservazione del suolo.
In secondo luogo, la sfida più moderna richiede la figura di un ecologista sistemico, indispensabile per affrontare l'impatto dei piani di insediamento dei grandi data center nell'area metropolitana milanese. Queste infrastrutture digitali, pur fondamentali per lo sviluppo economico, presentano un impatto enorme in termini di consumo di suolo, assorbimento di risorse idriche per il raffreddamento e spaventosi consumi energetici. Solo una visione ecologica integrata può pianificare la localizzazione di questi impianti in relazione alla sostenibilità ambientale, garantendo che le compensazioni ecologiche vadano a reale beneficio del territorio del parco e non si riducano a semplici operazioni di facciata.
Infine, la direzione deve possedere una profonda comprensione della multifunzionalità della moderna agricoltura, che oggi include lo sviluppo delle energie rinnovabili, come gli impianti di biogas. Il Direttore deve saper mediare tra la necessità di produrre energia pulita da matrici agricole e la tutela del paesaggio tradizionale, evitando che la transizione energetica si trasformi in una surrettizia industrializzazione delle aree protette. La gestione integrata di data center, biogas, agricoltura di precisione e tutela delle acque richiede un vertice tecnico dalla profilazione nitida ed eccellente. Il limbo istituzionale generato dalla legge regionale, al contrario, rischia di consegnare questa immensa sfida a una guida burocratica priva degli strumenti culturali e tecnici necessari. Essendo stato tra i fondatori del Parco e avendone avviato la pianificazione ho proposto la mia candidatura.
Il mio curriculum e il silenzio che lo circonda agiscono come un "indicatore biologico" che svela empiricamente la natura autoreferenziale, consociativa e opaca della nomenclatura politica che gestisce la transizione del Parco Sud.
In questo scenario di profonda incertezza, i nodi critici della nuova governance non si limitano alle lacune teoriche e giutidiche del bando, ma si riflettono in modo tangibile nella gestione concreta della selezione delle candidature presentate.
Un curriculum di estesa esperienza ecologica, istituzionale, territoriale e accademica, anziché essere oggetto di una trasparente valutazione comparativa basata sul merito e sulle competenze sistemiche necessarie (dalla gestione delle matrici ambientali alla pianificazione energetica), viene di fatto congedato in un vuoto informativo. Ad oggi, si registra una totale assenza di comunicazioni formali e di evidenza pubblica in merito ai criteri di selezione applicati, allo stato di avanzamento delle procedure e alla valutazione delle candidature presentate. Questa mancanza di trasparenza non rappresenta un mero ritardo burocratico, bensì la conferma plastica di come la nuova struttura decisionale, privata del controllo democratico e della visione di area vasta della Città Metropolitana, tenda a ripiegarsi su logiche di autoconservazione tipiche della nomenclatura.
Il silenzio sulle candidature e l'opacità dei criteri selettivi dimostrano che il limbo istituzionale "né regionale né metropolitano" favorisce un modello gestionale in cui le competenze tecniche e la trasparenza amministrativa diventano elementi secondari o persino di disturbo rispetto a decisioni prese. Utilizzare una candidatura qualificata come parametro di misurazione, un indicatore biologico, appunto, permette di dimostrare empiricamente lo stato di salute democratica dell'istituzione. Un ente sano risponderebbe con la pubblicità degli atti e il confronto pubblico sui programmi; un ente svuotato e consociativo risponde con l'assenza di comunicazione. Questa opacità rischia di compromettere la credibilità stessa della transizione ecologica del Parco Sud, consegnando una sfida epocale (tra data center, biogas e tutela del suolo) a logiche di pura cooptazione politica in luogo di una partecipazione informata al processo deliberativo da parte di tutti gli attori sociali ed istituzionali interessati.
Fiorello Cortiana
venerdì 10 luglio 2026
giovedì 2 luglio 2026
MILANO È IL BOSCO DELLA MERLATA*
MILANO È IL BOSCO DELLA MERLATA*
La città è attonita e sgomenta
A Milàn se dis “se la va la g’ha i gamb”. Se un’operazione va in porto, significa che l’idea era solida e aveva le gambe per camminare. Per anni, l’amministrazione milanese ha corso su queste gambe, interpretando le norme in modo da attrarre investimenti, trasformare vecchi quartieri operai in distretti di grattacieli e ridefinire i confini dell’architettura contemporanea.
La Procura della Repubblica ha ipotizzato che la velocità della corsa abbia fatto calpestare regole fondamentali del diritto amministrativo e penale. Milano si è così ritrovata al centro di una fitta rete di inchieste giudiziarie che toccano i tre pilastri simbolici del suo modello: la gestione dei grandi cantieri privati, con l’ipotesi di un sistema diffuso di abusi edilizi e lottizzazioni abusive, la valorizzazione/vendita del tempio del calcio di San Siro, con l’ipotesi di aver favorito le attuali proprietà di Milan e Inter, la modalità di concessione dei preziosi spazi commerciali nel “Salotto” della Galleria Vittorio Emanuele II.
Uno scontro istituzionale che ha portato il sindaco Sala ad affermare che “Una parte — e sottolineo una parte — della Procura ha dato un’impostazione politica al suo lavoro e questo credo che non vada bene, al di là del fatto che gli interessi immobiliari su Milano ne abbiano risentito. Quello che mi ha veramente addolorato è stata la violenza verbale utilizzata dai PM nel sostenere le accuse.”
La svolta in questo scontro è arrivata il 16 giugno 2026, con la prima sentenza del Tribunale di Milano sul caso della Torre Milano di via Stresa. Il Tribunale di Milano ha assolto tutti gli otto imputati nel caso “Torre Milano”, stabilendo che l’uso della SCIA al posto del Piano Attuativo non costituisce reato in quanto operato in buona fede, seguendo prassi consolidate. La Procura ha visto cadere il proprio impianto accusatorio penale in questo primo test giudiziario, con il Tribunale che ha escluso la presenza di condotte criminose deliberate o intenti fraudolenti.
Questa sentenza ha ridefinito radicalmente il dibattito politico, spingendo il sindaco Giuseppe Sala e le associazioni dei costruttori a chiedere un tavolo di confronto tecnico per sbloccare i cantieri ancora fermi, ritenendo che la condotta della macchina amministrativa sia stata ampiamente riabilitata sul piano dell’onestà.
Tuttavia, l’assoluzione penale non cancella le criticità strutturali messe in luce dall’inchiesta, aprendo un delicatissimo paradosso tra il diritto penale e quello amministrativo. La formula “il fatto non costituisce reato” certifica l’assenza del cosiddetto elemento soggettivo – ovvero il dolo o la colpa grave – ma non implica automaticamente che la normativa urbanistica sia stata applicata in modo corretto. I funzionari hanno agito in totale buona fede, seguendo prassi consolidate che ritenevano legittime per il bene della città: gli imputati vengono assolti penalmente. L’atto amministrativo, però, rimane oggettivamente viziato. I permessi edilizi: non costituiscono il frutto di un crimine, ma restano non conformi alle regole urbanistiche.
Al di là dei tecnicismi giuridici, la vicenda mette a nudo una contraddizione strutturale sul ruolo dell’amministrazione comunale, oscillante tra la funzione di pianificatore pubblico e quella di puro facilitatore delle istanze private. Sostituendo i Piani Attuativi con la Scia per l’approvazione delle grandi torri, il Comune ha di fatto rinunciato a governare attivamente il territorio; il Piano Attuativo, infatti, obbliga le parti a concertare la nascita di un nuovo frammento urbano definendo in anticipo strade, servizi e aree verdi, mentre la Scia riduce l’ente pubblico a un controllo puramente formale e burocratico dei documenti ricevuti.
Questa trasformazione è chiaramente visibile proprio nel progetto di via Stresa 22, nel distretto della Maggiolina, oggetto della sentenza, dove prima della nascita della Torre Milano sorgeva un complesso industriale dismesso di 4.900 metri quadrati, caratterizzato da una struttura edilizia a cortina bassa e compatta. L’impatto della metamorfosi sul quartiere mostra due facce contrapposte. Sul fronte dei benefici urbanistici e ambientali, la torre di 80 metri e 24 piani ha concentrato la cubatura verso l’alto occupando 1.130 metri quadrati di suolo rispetto ai precedenti 4.900; liberando oltre 3.300 metri quadrati di spazio a terra, prima interamente cementificato, trasformandolo in un parco privato con alberi di ciliegio e aree giochi collegato visivamente al verde di piazza Carbonari, introducendo inoltre 88 appartamenti di lusso iper-tecnologici che hanno innalzato il valore commerciale della zona.
Al contrario, l’impatto sui residenti ha sollevato forti criticità, scatenando la dura reazione degli abitanti degli stabili adiacenti, specialmente in via Belgirate, che hanno denunciato la perdita della luce solare e della vista panoramica, costituendosi parte civile per richiedere i risarcimenti dovuti al deprezzamento delle proprie case. Inoltre, l’inserimento di circa cento nuove famiglie in un’unica struttura ha aumentato la densità abitativa locale, incrementando la pressione sui parcheggi e sulla viabilità in un quartiere già congestionato, senza la parallela creazione di nuovi servizi pubblici. Il risultato tangibile è il cosiddetto “sovraccarico urbanistico” che ha colpito numerosi quartieri storici ed ex industriali. Dove un tempo sorgevano officine o bassi fabbricati commerciali, oggi svettano complessi residenziali ad altissima densità abitativa.
Questo innesto massiccio di cubature è avvenuto senza un’adeguata pianificazione dei servizi di zona: le fognature, la viabilità, i parcheggi e gli asili nido sono rimasti dimensionati per i vecchi flussi, generando forti disagi per i residenti. Nemmeno il meccanismo delle “monetizzazioni” – ovvero il pagamento di una somma compensativa da parte del costruttore in sostituzione della cessione fisica di aree pubbliche – ha risolto il problema. Tali risorse finanziarie, confluendo nel bilancio generale dell’ente, sono state spesso destinate ad altre aree della città, lasciando i quartieri maggiormente densificati privi dei necessari standard di vivibilità.
Questo clima di incertezza e lo scontro sull’interpretazione delle regole hanno finito per modificare radicalmente l’assetto finanziario della città, provocando un impatto pesante sui piani di investimento a lungo termine dei fondi immobiliari esteri. Il mercato milanese, storicamente dominato da colossi istituzionali statunitensi, britannici, francesi e del Qatar, sta registrando una fase di profonda mutazione strutturale dettata dall’aumento del “premio al rischio normativo”. Non considerando più Milano un porto sicuro dal punto di vista procedurale, molti comitati d’investimento internazionali hanno alzato i tassi di rendimento richiesti (i cosiddetti cap rates) per giustificare l’esposizione finanziaria sul territorio lombardo.
Si registra, in particolare, una netta fuga dalle operazioni di forward funding, lo strumento con cui i fondi esteri acquistavano “sulla carta” interi complessi direzionali o residenziali prima dell’avvio dei lavori. Il timore concreto di vedere i propri capitali bloccati indefinitamente in cantieri sotto sequestro ha paralizzato le transazioni.
Nei nuovi contratti preliminari di acquisto dei suoli, i fondi stanno inserendo rigide clausole di salvaguardia e tutele capestro che scaricano interamente sui costruttori locali il rischio di eventuali focolai giudiziari, prevedendo diritti di recesso immediato in caso di iscrizione nel registro degli indagati dei tecnici comunali. Pur senza abbandonare del tutto la piazza milanese, i grandi capitali stanno dirottando le proprie strategie: si preferisce investire sulla logistica dell’hinterland o sul recupero di complessi direzionali esistenti (brownfield) già provvisti di volumetrie consolidate, piuttosto che rischiare l’approvazione di nuove torri iconiche ad altissima visibilità pubblica e politica.
Mentre l’inchiesta urbanistica registrava i primi assestamenti finanziari, la Procura di Milano ha aperto un secondo fronte: la vendita dello stadio Giuseppe Meazza e dei 29 ettari circostanti di San Siro per circa 197 milioni di euro. Le ipotesi di reato formulate dalla Guardia di Finanza sono pesantissime: turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio. La partita giudiziaria si giocherà interamente sul perimetro del dolo specifico previsto dall’articolo 353 del Codice Penale. Per far reggere l’accusa di turbativa d’asta, la Procura dovrà dimostrare che i dirigenti non hanno semplicemente cercato la strada amministrativa più rapida per trattenere le squadre a Milano, ma hanno utilizzato mezzi fraudolenti per manipolare la gara e favorire i privati.
La difesa dei tecnici comunali si preannuncia speculare a quella già vista per la Torre Milano: la trattativa diretta era l’unico percorso praticabile per salvare un asset pubblico dal rischio di trasformarsi in una cattedrale nel deserto. Luglio 2026 il termine entro cui si concluderà l’analisi forense su smartphone, tablet e computer sequestrati a marzo. Si cercano le prove di accordi occulti precedenti ai passaggi formali in Consiglio. Salvo imprevisti, a settembre 2026 la Procura notificherà l’avviso di chiusura delle indagini preliminari. A inizio 2027 al Giudice dell’Udienza Preliminare la decisione cruciale sul rinvio a giudizio.
La reazione dei proprietari americani di Inter e Milan, i fondi Oaktree e RedBird: si dichiarano del tutto estranei alla vicenda, precisando che l’inchiesta colpisce singole responsabilità di manager e consulenti esterni – come Mark Van Huuksloot per l’Inter e Giuseppe Bonomi per il Milan – senza scalfire l’integrità delle società.
RedBird e Oaktree hanno congelato i capitali destinati alla progettazione esecutiva della nuova area di San Siro, riducendo i flussi di cassa operativi. Al contempo, i fondi mantengono caldi i motori dei piani alternativi a San Donato e Rozzano per tutelare gli investimenti esteri.
Arriviamo al caso più recente: ai primi di giugno 2026, un terzo terremoto giudiziario ha colpito il cuore monumentale di Milano, la Galleria Vittorio Emanuele II. Le indagini hanno preso il via nei primi giorni di giugno a seguito di un dettagliato esposto presentato alla Guardia di Finanza da Massimiliano Lisa, fondatore e direttore del Leonardo3 Museum, una realtà culturale da tempo attiva nel “Salotto di Milano”. La figura di Lisa aggiunge all’intera vicenda una forte valenza pubblica, dato che l’imprenditore ha recentemente annunciato la propria candidatura a sindaco per le elezioni amministrative milanesi del 2027.
Per raccogliere le prove necessarie a verificare le ipotesi di reato, i militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza hanno eseguito un massiccio ordine di esibizione di atti. L’obiettivo degli investigatori è spulciare la cronistoria di almeno nove specifiche procedure di assegnazione per capire se i bandi siano stati ritagliati su misura o se vi siano stati scambi di favori per aggirare le regolari procedure di evidenza pubblica. La Guardia di Finanza ha interessato il pool dei reati contro la pubblica amministrazione della Procura, coordinato dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e guidato dal pubblico ministero Grazia Colacicco. Gli inquirenti ipotizzano l’esistenza di anomalie e favoritismi sistematici nell’assegnazione di concessioni demaniali, spazi pubblicitari di grande valore e autorizzazioni per eventi privati legati a grandi brand.
Al momento, il registro degli indagati conta otto persone, tra cui figurano funzionari del Comune di Milano, esponenti della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, e rappresentanti di società private, tutti a vario titolo accusati di corruzione e turbativa d’asta. L’esplosione di questo terzo filone ha innescato una violentissima guerra di nervi e reputazione tra i vertici di Palazzo Marino e il promotore dell’esposto. Nel tentativo di delegittimare e ridimensionare la figura di Massimiliano Lisa, il sindaco Giuseppe Sala e l’amministrazione comunale hanno promosso una decisa controffensiva comunicativa, tesa a qualificare Lisa come un soggetto guidato da rancori personali e interessi politici.
Il sindaco ha attaccato frontalmente l’imprenditore, definendo la sua attività morosa nei confronti del Comune e accusandolo di occupare gli spazi della Galleria in violazione del divieto di subconcessione. Sala ha inoltre cavalcato la “connotazione politica” della vicenda, evidenziando il legame tra Lisa e l’ex procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano, da poco in pensione e candidata nella lista civica Milano Libera guidata dallo stesso Lisa per le comunali del 2027. La replica di quest’ultimo è stata fermissima: smentiti categoricamente i debiti – forti anche di una sospensiva del Consiglio di Stato sui provvedimenti di sfratto – l’imprenditore ha denunciato uno strumentale scambio di persona operato dall’amministrazione e ha formalizzato una querela per diffamazione contro il sindaco Sala, chiedendo la rimozione delle note comunali dal sito istituzionale.
Di fronte a questa triplice pressione giudiziaria, la risposta della massima autorità cittadina è stata immediata, netta e priva di mediazioni diplomatiche. Il sindaco Giuseppe Sala ha preso la parola per difendere fermamente l’operato, l’onestà e la visione della sua amministrazione, rilasciando dichiarazioni virgolettate che segnano una netta linea di demarcazione tra la visione burocratica della Procura e la visione manageriale della sua giunta. Rivendicando la totale trasparenza delle decisioni prese nei suoi mandati, Sala ha dichiarato: “Tutto quello che ho fatto nei miei due mandati da sindaco si è sempre basato esclusivamente sull’interesse dei cittadini. Non c’è una sola azione che possa essere ascritta alla mia volontà di aggirare le regole.”.
Il sindaco ha respinto con forza l’idea che a Palazzo Marino si muovesse un “sistema” opaco dedito a favorire gli speculatori immobiliari o i colossi del lusso, esprimendo profonda vicinanza umana e politica ai propri dirigenti iscritti nei vari registri degli indagati: “Sono state colpite persone oneste e a me vicine, c’è amarezza. Ho visto colpite persone che sono a me vicine e di cui sono certissimo dell’onestà, della correttezza tecnica, del rispetto delle regole.” Forte della prima sentenza favorevole, Sala ha persino archiviato la necessità di interventi legislativi romani per salvare l’urbanistica milanese, convinto che i giudici penali abbiano già fatto chiarezza sulla bontà delle procedure cittadine, affermando: “Ora lasciate perdere il Salva Milano.”
Io non discuto l’onestà di Sala ma l’assenza di una visione politica e di una azione conseguente per Milano, città metropolitana europea. Ciò si riflette anche nella comparazione che vi propongo con una piccola digressione. Quando, come Collettivo Stadera,con don Gino Rigoldi e dei medici somministrammo metadone, compimmo un atto di disobbedienza civile. Fu un atto annunciato e pubblico: ex ante spiegammo le ragioni di una terapia a scalare e la somministrazione di metadone divenne poi profilassi ufficiale.
Oggi siamo di fronte al paradosso ex post dove il comune presenta la violazione della normativa vigente come azione politica necessaria alla modernizzazione di Mano quando Guardia di Finanza e Magistratura riscontrano l’illecito. Il sindaco di Milano Beppe Sala ex post ha espresso posizioni nette e fortemente critiche sull’impianto delle norme nazionali e locali che regolano l’edilizia, specialmente a seguito delle maxi-inchieste giudiziarie della Procura di Milano sulla rigenerazione urbana (che hanno bloccato decine di cantieri e coinvolto oltre 70 indagati, tra cui lo stesso sindaco).
Le sue dichiarazioni ruotano attorno al concetto che il Comune ha applicato una prassi interpretativa della legge contestando la mancanza di chiarezza normativa a livello centrale. “Noi non abbiamo sbagliato” Sala ha difeso fin dall’inizio l’operato degli uffici tecnici di Palazzo Marino: «Noi non abbiamo commesso errori. L’applicazione delle regole è avvenuta secondo lo stesso principio negli ultimi 13 anni». Questo parallelismo evidenzia la differenza profonda tra la disobbedienza civile ex ante (rivendicata e pubblica per cambiare una legge ritenuta ingiusta) e la difesa tecnica ex post (basata sulla legittimità amministrativa di prassi consolidate). Il quadro in cui si trova Milano descrive una città sospesa tra due visioni della legalità e dello sviluppo pubblico legate a normativa e interpretazione, dove la Magistratura è politica o meno laddove divergono o coincidono, ma manca la politica.
Da un lato vi è la Procura di Milano, che verifica l’applicazione uniforme delle leggi nazionali in materia di appalti, urbanistica e gestione del patrimonio, ravvisando nelle scorciatoie procedurali il rischio di favoritismi e di compressione dell’interesse pubblico. Dall’altro lato vi è l’amministrazione comunale, supportata dal tessuto produttivo e imprenditoriale, che difende una prassi amministrativa ‘dinamica’, considerata l’unica capace di tenere il passo con le grandi metropoli europee. Se sul piano penale la buona fede e l’assenza di dolo sembrano proteggere gli indagati e i primi assolti dalle accuse più infamanti, sul piano amministrativo ed economico la partita resta aperta. I primi verdetti sui filoni di San Siro e della Galleria stabiliranno se il modello Milano ha ancora le gambe per continuare a correre o se occorre fermarsi per ridefinire le sue regole del gioco.
È il piano politico ad essere assente: quale sistema territoriale metropolitano? Quali infrastrutture dei trasporti pubblici? Quali infrastrutture digitali? quale sistema energetico combinato tra biogas agricolo, data center e fotovoltaico, comunità energetiche di quartiere? quale regimazione delle acque e qualità ambientale? quali servizi sociali e culturali? La cultura consociativa delle forze politiche milanesi si basa sulla ‘Milano del fare comunque si faccia’, ma completiamo il proverbio iniziale ‘se la va la g’ha i gamb e se la va no la se desfa’. Per questo occorre una visione politica.
Fiorello Cortiana
*Il Bosco della Merlata era una vasta foresta storica a nord-ovest di Milano, famosa nel Medioevo e nel Seicento per essere rifugio di briganti e lupi.
martedì 9 giugno 2026
L’ALGORITMO UMANO: LAICI E CATTOLICI PER UN NUOVO CONTRATTO SOCIALE A proposito della “Magifica Humanitas”
L’ALGORITMO UMANO: LAICI E CATTOLICI PER UN NUOVO CONTRATTO SOCIALE
A proposito della “Magifica Humanitas”
Arcipelago Milano
A fronte delle minacce in atto e delle opportunità possibili del combinato disposto tra Intelligenza Artificiale e Informatica Quantistica è quanto mai prezioso e fecondo il dialogo tra il pensiero laico e la cultura cattolica. La base condivisa del confronto risiede nell’umanesimo. Una riserva preziosa non da oggi.
Esiste una relazione di continuità e approfondimento magisteriale tra la Lettera Apostolica “Il rapido sviluppo” di Giovanni Paolo II (2005) e l’Enciclica “Magnifica Humanitas” di Leone XIV (2026). Il testo di Papa Wojtyła analizzava l’accelerazione dei media e delle tecnologie comunicative, il documento di Papa Leone XIV estende e applica quegli stessi principi antropologici ed etici alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale.
Se nel 1891 la Rerum Novarum di Leone XIII affrontava i drammi della rivoluzione industriale e della questione operaia, oggi Leone XIV lancia un monito epocale: la fusione tra Intelligenza Artificiale e Informatica Quantistica non è una semplice evoluzione tecnica, ma una transizione ontologica. L’algoritmo è diventato un ambiente sociale pervasivo in cui l’uomo rischia di subire un “affitto cognitivo”, ridotto a preda biologica da cui estrarre dati biometrici, emotivi e intellettuali. L’humanitas si trova davanti al bivio descritto nell’enciclica: innalzare una nuova Torre di Babele fondata sull’efficienza tecnocratica o edificare la città dell’incontro.
Questo allarme pastorale trova una sponda speculare e laica nell’ultimo saggio d’inchiesta della giornalista Nicoletta F. Prandi ‘Fuori controllo. Combattere il caos tra dipendenza digitale, intelligenza artificiale e (ro)bot spie’. L’autrice denuncia come i chatbot e i sistemi predittivi rischiano di trasformarsi in cavalli di Troia per una vera e propria guerra cognitiva, capace di generare una manipolazione artificiale che mina l’autonomia decisionale e getta le democrazie nel caos epistemico. A questa deriva di sottomissione invisibile risponde la contromisura politica e culturale proposta da Michele Mezza in ‘Guerre in codice. Come le intelligenze artificiali resettano la democrazia’: la necessità di un nuovo contratto sociale per negoziare l’algoritmo.
Mezza sostiene che la tecnologia non sia un’entità neutra o inviolabile, ma un concentrato di pura politica ed esercizio di potere. Per evitare che lo Stato venga interamente “resettato” e sostituito da formule matematiche prescrittive di proprietà dei colossi della Silicon Valley, la collettività deve passare dallo status passivo di “calcolati” a quello attivo di co-programmatori. Ciò si traduce nel diritto democratico di intervenire sul codice della macchina, contrattando i criteri logici e i valori etici inseriti nei sistemi di machine learning, per civilizzare l’intelligenza artificiale e riprogrammarla secondo i bisogni e la libertà dei cittadini.
Di fronte a questo scenario, emerge una consapevolezza politica ineludibile: l’intelligenza artificiale non è più uno strumento, è architettura del potere e in democrazia il potere è trasparente e partecipato. Gli Stati devono sviluppare strategie nazionali per garantire la sovranità algoritmica e una equa distribuzione del valore generato dall’uso dei dati, contrastando il monopolio e la sorveglianza di massa. Nel 2026, mentre l’Italia celebra gli 80 anni della propria democrazia repubblicana, questo anniversario assume un significato profondo. La nostra Carta Costituzionale del 1948 fu il frutto più alto dell’incontro tra l’umanesimo laico e quello cristiano; oggi, quella stessa convergenza si rende necessaria per affrontare la rivoluzione tecnologica.
In questo perimetro, il pensiero laico di Stefano Rodotà si rivela profetico: ha sempre sostenuto la necessità di un “costituzionalismo tecnologico” per evitare che i dati personali si trasformino in merce e il corpo elettronico si sostituisca alla persona reale. A questa visione si affiancano oggi le note recenti di Nicoletta F. Prandi, che denuncia il “business della dipendenza” e l’erosione dell’autonomia decisionale operata dai device quotidiani.
Questo duplice sguardo laico si salda strutturalmente con la visione della Chiesa e con la relazione di continuità tra la Lettera Apostolica “Il rapido sviluppo” di Giovanni Paolo II (2005) e l’Enciclica “Magnifica Humanitas” di Leone XIV (2026). Il testo di Papa Wojtyła analizzava l’accelerazione dei media; il documento di Papa Leone XIV estende quegli stessi principi etici alla rivoluzione dell’IA, trovando una sponda diretta nei principi cardine della Costituzione italiana.
Nel 2005, Giovanni Paolo II parlava di una rete globale che formava le mentalità. Nel 2026, Magnifica Humanitas affronta l’impatto degli algoritmi generativi e dei sistemi autonomi sulla vita e sulla dignità del lavoro umano.
Qui il legame con l’Articolo 1 della Costituzione italiana “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” si fa stringente. L’enciclica di Leone XIV si pone in diretta correlazione con lo spirito costituzionale, ribadendo che il lavoro non è una mera variabile algoritmica di rendimento, ma lo strumento di realizzazione della persona.
A questo risponde la riflessione di Rodotà sulla tecnopolitica e sui rischi dell’algocrazia, che avvertiva sul rischio di ridurre il lavoratore a un mero aggregato statistico subordinato a metriche astratte. In perfetta continuità, Nicoletta F. Prandi denuncia come l’IA stia trasformando i luoghi di lavoro in spazi di sorveglianza automatizzata tramite sensori biologici e app di monitoraggio dello stress. Sia la visione costituzionale sia Magnifica Humanitas rifiutano questa dequalificazione del fattore umano, respingendo l’idea che la sovranità decisionale passi dal popolo e dai lavoratori agli algoritmi proprietari.
In entrambi i documenti la Chiesa ribadisce che la tecnica deve servire l’uomo e non viceversa. Leone XIV definisce l’umanità “magnifica” proprio perché dotata di una coscienza, di un giudizio critico e di un’empatia che le macchine non possono replicare, rivendicando la centralità del lavoratore rispetto al capitale algoritmico.
Questo primato trova il suo perfetto specchio giuridico nell’Articolo 2 della Costituzione, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali. L’Enciclica di Leone XIV e la Carta Costituzionale condividono la medesima matrice personalista: l’uomo preesiste allo Stato e, oggi, preesiste all’algoritmo.
La tutela della persona di fronte alla macchina diventa così un’istanza democratica imprescindibile per difendere quella che Rodotà definiva “dignità come diritto fondamentale zero” e libertà dallo sfruttamento bio-politico. Un’istanza che Prandi traduce in un appello urgente alla resistenza digitale nei contesti produttivi. Celebrare gli 80 anni della Repubblica significa oggi attuare la Costituzione nella sfera digitale, leggendo la Magnifica Humanitas non come un manifesto teologico isolato, ma come un forte alleato laico per impedire che l’automazione quantistica e l’IA annullino le conquiste democratiche della nostra storia.
Nel 2005, Giovanni Paolo II parlava di una rete globale capillarmente interconnessa che formava le mentalità. Nel 2026, Magnifica Humanitas fa un salto in avanti affrontando l’impatto degli algoritmi generativi e dei sistemi autonomi sulla vita e sulla dignità del lavoro umano. L’automazione dei giudizi e la profilazione algoritmica potrebbero potuto ridurre l’identità umana a un mero aggregato statistico, privando i singoli della loro autodeterminazione informativa e della libertà di sottrarsi al controllo totale.
In entrambi i documenti la Chiesa ribadisce che la tecnica deve servire l’uomo e non viceversa. Giovanni Paolo II esortava i media a non calpestare lo spirito dell’uomo; Leone XIV definisce l’umanità “magnifica” proprio perché dotata di una coscienza, di una capacità di giudizio critico e di un’empatia che le macchine non possono replicare. Per Rodotà, la tutela della persona di fronte alla macchina non è solo un limite giuridico, ma un’istanza democratica fondamentale: solo preservando l’intangibilità della coscienza e l’integrità del “corpo fisico ed elettronico” l’innovazione tecnologica può tradursi in emancipazione collettiva e non in una nuova forma di sottomissione. ‘Il rapido sviluppo’ metteva in guardia dai rischi di manipolazione culturale del panorama mediatico.
Magnifica Humanitas denuncia i pericoli della concentrazione oligarchica dei dati, l’uso dell’intelligenza artificiale in contesti bellici, chiedendo di “disarmare” gli algoritmi di guerra e la tendenza ad affidarsi ciecamente a risposte pronte che indeboliscono la creatività umana.
Leone XIV cita esplicitamente il magistero di Giovanni Paolo II nei primi capitoli storici della sua enciclica, ricordando come la Chiesa debba accogliere il contributo dei saperi scientifici e sociali per orientare l’etica dello sviluppo.
Magnifica Humanitas rappresenta il compimento contemporaneo del percorso iniziato con ‘Il rapido sviluppo’: la tecnica si evolve rapidamente, ma il criterio della Chiesa resta identico, ovvero la difesa dell’inestimabile dignità della persona umana.
Nella Lettera Enciclica Magnifica Humanitas (2026), Papa Leone XIV affronta il tema della governance politica dell’IA non come una questione meramente tecnica, ma come una sfida di ordine politico globale e di sovranità. Il testo si propone come un vero e proprio atto di soft power regolatorio, delineando linee guida precise per gli Stati e le istituzioni internazionali.
Il Papa lancia un forte monito contro il rischio che gli Stati cedano la propria sovranità regolatoria alle grandi multinazionali tecnologiche. Il testo denuncia lo slittamento del potere decisionale dalle mani degli Stati a quelle di potentati privati transnazionali (come le Big Tech della Silicon Valley).
Papa Leone XIV esorta a “una politica che non abdichi al proprio compito”, rifiutando l’idea che il cambiamento tecnologico sia “inevitabile” e che le sue regole debbano essere dettate unicamente da chi possiede le infrastrutture e i dati. Uno dei concetti chiave espressi dal Pontefice durante la presentazione in Aula del Sinodo è la necessità di “disarmare” l’IA.
Politicamente, questo significa rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. La capacità di calcolo o il possesso di un algoritmo non devono tradursi automaticamente in potere politico o di controllo sociale. Questo è un punto quanto mai cruciale per il futuro delle democrazie e chiama in causa l’esercizio liberale della politica.
Lo scopo della governance deve essere quello di liberare la tecnologia dalle logiche di dominazione, esclusione o profitto asimmetrico. Il Vaticano sottolinea che la semplice conformità burocratica o la gestione del rischio non bastano. La governance politica deve porre la persona umana e la sua dignità come limite giuridico invalicabile al potere degli algoritmi. La regolamentazione deve intervenire a monte, ossia nella fase di progettazione e nei dati usati per addestrare i modelli, verificando quale idea di società vi sia iscritta. Un aspetto fortemente innovativo riguarda la data governance applicata ai singoli sistemi-Paese. L’enciclica chiede di considerare i grandi asset informativi pubblici (dati sanitari, fiscali, urbanistici e della mobilità) come beni comuni.
Per garantire la Democrazia Cognitiva e proteggere i cittadini da questa strisciante asimmetria, l’appello del Papa al “disarmo tecnologico” e l’analisi di Prandi devono trovare un’immediata sponda legislativa. Una risposta organica arriva dalle proposte per il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) formulate da me e Mauro Preda, che delineano una governance antropocentrica dello Stato basata sul passaggio da utenti passivi a Cittadini della Rete. Le proposte normative presentate impongono l’introduzione nel CAD del divieto assoluto per la PA di adottare provvedimenti basati esclusivamente su decisioni automatizzate o predittive che impattino sui diritti civili, politici e sociali dei cittadini.
Nessun automatismo deve decidere il destino delle persone. Ogni atto assistito da IA deve esplicitare il percorso logico della macchina, validato e firmato dal funzionario umano responsabile. Viene riconosciuto al cittadino il diritto fondamentale di appello umano, per contestare e richiedere la revisione dell’output da parte di un operatore competente.
Per contrastare il monopolio delle Big Tech e proteggere l’integrità informativa del vivente da logiche predatorie.
Divieto di Vendor Lock-in: Obbligo di interoperabilità nativa: i modelli pubblici devono poter migrare liberamente tra diverse infrastrutture di calcolo ed essere rilasciati in open source o tramite deposito fiduciario (p. 9).
Proprietà pubblica dei dati derivati: I dati generati dall’interazione tra cittadini e servizi pubblici appartengono allo Stato. Viene introdotto il Costituzionalismo Biometrico per impedire la privatizzazione delle sequenze computazionali naturali e dei dati sensibili.
Data Provenance Certificata: Obbligo nei contratti pubblici di tracciare il pedigree del dato di addestramento, escludendo fornitori che non garantiscono la filiera o che espongono la PA al rischio di Quantum Data Poisoning.
La democrazia nell’era del calcolo quantistico esige che le scatole nere diventino trasparenti. Per questo proponiamo l’istituzione di un Registro Pubblico degli Algoritmi della PA. La trasparenza deve estendersi al codice sorgente e alle porte logiche dei modelli quantistici. Diventa obbligatoria la Valutazione di Impatto sui Diritti Fondamentali (FRIA) prima del rilascio di ogni sistema, affiancata da Audit Indipendenti condotti da enti pubblici per verificare l’assenza di bias discriminatori o vulnerabilità critiche. Sottrarre il “fuoco” della conoscenza dai server centrali per riportarlo alla comunità. Le riforme prevedono una consultazione algoritmica obbligatoria e dinamiche di Mappatura Partecipativa: le comunità locali co-progettano i confini etici delle piattaforme destinate a servizi essenziali (sanità, scuola, fisco).
Lo Stato deve inoltre istituire percorsi gratuiti di alfabetizzazione quantistica e civico-digitale per addestrare il sistema immunitario sociale contro la profilazione, la manipolazione cognitiva e i tentativi di ingegneria sociale. L’innovazione tecnologica deve rispondere a vincoli ambientali e occupazionali rigidi, rifiutando il capitalismo estrattivo. I capitolati d’appalto devono introdurre la condizionalità sociale: i finanziamenti pubblici sono concessi solo se l’IA incrementa la stabilità occupazionale e la qualità del lavoro (con almeno 150 ore annue di reskilling co-progettato coi sindacati).
Sul piano ecologico, i Data Center della PA non possono essere parassiti del territorio: si impongono soglie massime invalicabili di consumo idrico ed energetico (parametri PUE/WUE), l’obbligo di circuiti chiusi di raffreddamento, il riuso del calore di scarto e il vincolo di zero consumo di suolo vergine. La parità d’accesso alla PA non può essere delegata a sistemi predittivi opachi.
Per lo screening dei candidati e la correzione delle prove concorsuali, viene istituito il divieto assoluto di basare le graduatorie esclusivamente su decisioni automatizzate. Per garantire che la valutazione rispetti il merito e non rifletta asimmetrie o pregiudizi statistici, i software di reclutamento devono essere inseriti nel Registro Pubblico degli Algoritmi, rendendo pubblico il loro grado di incertezza (probabilistic output). Dall’allarme de Il rapido sviluppo fino al mandato della Magnifica Humanitas, passando per le indicazioni di Stefano Rodotà, le inchieste di Nicoletta F. Prandi, le proposte di Michele Mezza fino alla declinazione giuridica per la riforma del CAD, la conclusione è netta: la tecnologia deve agire come un catalizzatore evolutivo e un organismo simbionte con il pianeta.
La risposta alla minaccia del Grande Fratello algoritmico consiste nel declinare l’IA come una “Wikipedia del Territorio”: un’infrastruttura digitale dove i dati non sono estratti per scopi predatori, ma conferiti e curati dalle comunità per potenziare la resilienza naturale. Implementare queste riforme nel CAD significa riappropriarsi della sovranità politica sull’evoluzione tecnologica, rifiutando di essere programmati per restare, fermamente, “artigiani di comunità”. Un processo possibile se prenderà corpo un blocco sociale dell’innovazione qualitativa, capace di produrre un conflitto propositivo e una pratica alternativa, in luogo della velleità presuntuosa della hybris tecnocratica. L’illusione di poter rinchiudere la complessità del vivente, della società, dell’etica e delle decisioni umane dentro formule matematiche predittive proprietarie, ignorando i limiti della codificazione della macchina.
Fiorello Cortiana
lunedì 1 giugno 2026
sabato 30 maggio 2026
Grazie a Edgar Morin
Ringrazio Edgar Morin per avermi aiutato a pensare come pensa la natura, nella unità/relazione tra mente-corpo-natura. Grazie per la condapevolezza politica di Terra-Patria e della comunità di destino planetaria per cui i problemi globali non possono essere risolti dai singoli stati. Anche se i più potenti non lo sanno... Mi ha fatto piacere mangiare insieme e condividere la convivialità che i grandi vivono con empatia. Addio!
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