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giovedì 1 ottobre 2026

LA SCUOLA COME AGENZIA SOCIALE NELL’ERA DELL’IA

Arcipelagomilano
LA SCUOLA COME AGENZIA SOCIALE NELL’ERA DELL’IA Tra violenza educativa, cittadinanza condivisa e crisi del mondo adulto Le cronache recenti restituiscono l’immagine di un’istituzione scolastica specchio di un tessuto sociale strappato e distaccato dalle istituzioni pubbliche. Un luogo da cui guardare la crisi della convivenza democratica che stiamo vivendo. Milano e la sua Città Metropolitana si sono trovate a fare i conti con un’escalation di episodi critici che uniscono la strada e le aule. Da un lato, le maxi-operazioni delle forze dell’ordine nei luoghi della movida e attorno agli snodi di trasporto — come in Piazza Gae Aulenti, a Porta Garibaldi o nei pressi della Stazione Centrale — hanno portato a decine di migliaia di identificazioni e a centinaia di arresti per reati predatori, risse e spaccio. Dall’altro, il disagio si riversa direttamente dentro le mura scolastiche: emblematico è quanto accaduto all’istituto comprensivo Monte Amiata di Rozzano, dove uno studente di dodici anni ha aggredito un compagno stringendogli le mani al collo fino a fargli perdere i sensi, o le tensioni registrate in diversi istituti superiori dell’hinterland milanese dove bande di giovanissimi importano dinamiche di branco e intimidazioni. Questi episodi non restano confinati nello spazio fisico, ma si inseriscono in una sofferenza sistemica più ampia, alimentata dal cortocircuito con il mondo virtuale. Prendiamo il caso di Davide Cavallo a Milano, Lo studente universitario ventiduenne, aggredito e accoltellato da un branco di coetanei in Corso Como per una manciata di euro e rimasto permanentemente invalido, che ha scelto di perdonare i suoi aggressori in aula, arrivando ad abbracciarli durante il processo. Un gesto di straordinaria e spiazzante potenza, contrapponendo alla logica cieca della vendetta e del branco, i cui legali e le cui famiglie hanno chiesto la revisione della condanna perché ‘pentiti’. Non l’espiazione con recupero, nella città del Beccaria, ma la revisione… Passiamo all’aggressione di Roma: una professoressa è stata aggredita da un tredicenne con spray urticante e un’arma da taglio per un presunto dissapore legato a un voto, con l’aggressore che ha tentato di riprendere l’azione in diretta sui social media. Poi lo scontro di Parma: un rimprovero per una lattina tirata contro un’auto in un parco ha scatenato un violento alterco tra studenti e docenti, culminato in video diventati viralizzati su TikTok e Telegram, con l’uso di cinture e minacce aggravate che hanno portato a provvedimenti giudiziari per ragazzi tra i 15 e i 17 anni. Sul fronte opposto, le cronache giudiziarie mostrano le crepe interne al sistema, come la condanna definitiva in Cassazione a Fermo a otto anni per un ex insegnante di sostegno per reati di violenza, o il processo in corso a Padova per un educatore accusato di molestie. Questo scenario di tensione si salda con un paradosso tecnologico e culturale senza precedenti. Nel dibattito contemporaneo l’Intelligenza Artificiale viene raccontata prevalentemente come una rivoluzione economica o computazionale, dimenticandone la portata antropologica. La scuola odierna non è più soltanto il luogo deputato alla trasmissione di un sapere codificato: essa si configura come la principale agenzia sociale del territorio chiamata a guidare una transizione difficile, combattendo su due fronti: la deriva individualista e l’assuefazione algoritmica. L’alfabetizzazione digitale e la risposta normativa con i divieti ai social sono il terreno su cui si misura questa sfida: sfida segnata da forti contraddizioni. Da un lato i minorenni italiani vantano una precoce e massiccia esposizione agli schermi (il 94% usa regolarmente lo smartphone e sette bambini su dieci sotto i dieci anni frequentano già social o piattaforme di streaming); dall’altro, i dati evidenziano ritardi strutturali evidenti, con competenze digitali di base ferme al 58,5% tra i giovani (a fronte di una media europea superiore al 70%) e una forte carenza di laboratori informatici negli edifici scolastici. Per arginare la deriva della distrazione pervasiva e dei rischi di dipendenza, le istituzioni nazionali ed europee hanno scelto la via della fermezza. In Italia, la Circolare MIM n. 3392 ha esteso il divieto assoluto di utilizzo dello smartphone durante l’intero orario scolastico a tutte le scuole, comprese le superiori e persino per scopi didattici, dall’ingresso all’uscita, intervalli compresi. Una linea rigorosa, avallata da OMS e OCSE, che trova eco in Europa: la Francia, pioniera dello stop alle elementari e medie, ha esteso la misura ai licei, mentre a livello comunitario si discute di raccomandare il divieto almeno fino ai quattordici anni. A ciò si aggiungono la proposta dell’EU Kids Act per bloccare l’accesso diretto ai social agli under 13 e la graduale entrata in vigore dell’AI Act europeo, baluardi normativi pensati per arginare il design predatorio delle piattaforme digitali. Ma le tensioni nate nel perimetro virtuale non restano confinate sugli schermi: si traducono in disagio urbano tangibile e mappabile. Nelle grandi metropoli, a partire dal contesto milanese e lombardo (dove i dati dell’Osservatorio Espad del CNR evidenziano come oltre il 40% dei ragazzi sia coinvolto in risse o zuffe), la devianza giovanile si esprime attraverso aggregazioni fluide e dinamiche di mobilità territoriale ben precise. La geografia della violenza e del disagio si muove lungo assi di marginalità e polarizzazione: da un lato i quartieri storici di periferia e i complessi di edilizia popolare — come Quarto Oggiaro, Giambellino, Baggio, Barona, Corvetto e aree critiche come Ponte Lambro (dove i tassi di dispersione e disagio sociale toccano picchi superiori al 30%) — che costituiscono i serbatoi originari di vulnerabilità economica e povertà educativa; dall’altro i comuni dell’hinterland e le fasce esterne della cintura metropolitana. Da questi territori periferici e dai confini della città metropolitana si attiva quotidianamente un vero e proprio “pendolarismo della devianza”: gruppi di giovanissimi si spostano verso i luoghi simbolo della visibilità e del consumo (dalle stazioni ferroviarie alla movida di Corso Como, dai Navigli fino alle piazze vetrina come Gae Aulenti o CityLife). Questo nomadismo urbano è alimentato dalla ricerca di palcoscenici metropolitani dove esibire la propria appartenenza a clan o gruppi tribali (i cosiddetti “maranza”), brandire la violenza come capitale relazionale e cercare una ribalta virtuale immediata attraverso video e dirette social. Le aule scolastiche diventano così lo specchio e la cassa di risonanza di queste tensioni territoriali, assorbendo il malessere di periferie fisiche e sociali spesso abbandonate a sé stesse. Questa pressione sociale e tecnologica si abbatte su una classe adulta spesso smarrita. La digitalizzazione pervasiva ha capovolto le asimmetrie culturali tradizionali: i giovani padroneggiano i codici digitali molto più dei genitori e dei docenti, producendo una pericolosa liquefazione dei ruoli in cui gli adulti rinunciano a fare da guida per cercare facili approvazioni o minimizzare i comportamenti devianti. Per riannodare i fili di questa autorità compromessa, è illuminante riscoprire il pensiero di Antonio Gramsci e di Piero Gobetti. Nei ‘Quaderni del carcere’ Gramsci individua nell’insegnante la figura cardine per la costruzione dell’egemonia culturale, un vero e proprio “intellettuale diffuso” e “filosofo” incaricato di elevare il senso comune a pensiero critico. Sulla stessa lunghezza d’onda, Piero Gobetti nei suoi scritti su ‘La Rivoluzione Liberale’ e in ‘Risorgimento senza eroi’ ammoniva contro il rischio di ridurre il corpo docente a grigio funzionario burocratico dello Stato centralista: per Gobetti, gli insegnanti devono essere intellettuali militanti capaci di promuovere l’autonomia etica, civile e politica delle giovani generazioni, opponendosi al trasformismo e alla mediocrità della classe dirigente. Oggi più che mai, rifiutando ogni visione mercantilistica che riduce la scuola a un’agenzia di servizi e la famiglia dell’alunno a cliente, bisogna ripensare l’istituzione scolastica come a un presidio di resistenza civile. Nell’era dell’intelligenza artificiale e della disgregazione dei legami sociali, l’autorevolezza non può più fondarsi sull’esercizio formale di un ruolo o sul semplice possesso di nozioni che gli algoritmi recuperano in un millisecondo. Questa rigenerazione dell’autorità e del legame educativo non si esaurisce tuttavia tra i banchi: essa trova linfa vitale nel raccordo con il territorio. Esperienze di cooperazione istituzionale e prossimità nate nelle periferie milanesi nella fine degli anni ’70— come l’azione civica dei collettivi giovanili nel tessuto popolare del Quartiere Stadera e il lavoro di rete inclusiva svolto da presidi come il Centro il Piazzale promosso dall’allora Provincia di Milano — dimostrano che è possibile invertire l’entropia sociale. Queste realtà trasformano il disagio e la deriva anomica dei giovani in energia cooperativa, offrendo laboratori concreti di cittadinanza attiva. L’autorevolezza si rigenera dunque attraverso la coerenza, la testimonianza e un’alleanza reale tra scuola, istituzioni e presidi comunitari. Educare significa prima di tutto riconoscere che i giovani e i figli non sono scatole da riempire di contenuti né pacchi da depositare fuori casa, ma persone in piena formazione, impegnate nella complessa e faticosa definizione della propria identità. Per tutte le figure adulte — a partire da insegnanti e genitori — questo comporta un cambio di passo radicale: occorre saper tessere spazi di confronto e di confidenza tra adulti, per condividere fatiche, dubbi e strategie nella gestione di una relazione con ragazzi che attraversano fasi mutevoli, oscillando spesso, in un continuo cortocircuito emotivo, tra un versante da Dr. Jekyll e uno da Mr. Hyde. Per questo è necessario qualificare la funzione e la condizione del corpo docente, a partire dalla selezione, dall’aggiornamento e dalla remunerazione. A questo patto educativo si affianca la necessità di promuovere una vera cittadinanza digitale, coltivando l’identità del netizen consapevole, capace di abitare la rete con autonomia critica anziché subirla passivamente, e investendo nell’ascolto profondo delle dinamiche relazionali, sia tra pari sia tra le generazioni. Nessun percorso pedagogico, tuttavia, potrà dirsi pienamente efficace senza pretendere e imporre alle big tech una radicale assunzione di responsabilità: i colossi del digitale devono essere obbligati a modificare quegli algoritmi induttivi e persuasivi che oggi costituiscono l’architettura delle piattaforme social, progettate per catturare l’attenzione a discapito del benessere psicologico e del legame sociale. Solo intrecciando la responsabilità tecnologica, la cura delle relazioni, la crescita di una cittadinanza digitale attiva e la forza di una comunità adulta coesa, le istituzioni, la scuola e le famiglie potranno tornare a essere il cuore pulsante di una cittadinanza comune. Fiorello Cortiana

giovedì 24 settembre 2026

Non smettiamo di provarci

Quando il riformismo fallisce nel diventare maggioritario, dopo l'efficacia geniale del Ghino di Tacco e delle scelte politiche interne e internazionali, è durissima riprendere un protagonismo competitivo alternativo alle derive populiste.

mercoledì 16 settembre 2026

Lettera aperta a Mario Calabresi

Arcipelagomilano
LETTERA APERTA A MARIO CALABRESI Rompere gli schemi della vecchia politica Caro Mario, la disponibilità che hai recentemente manifestato verso Milano è stata accolta, da parte del Partito Democratico e dei suoi vertici, con una freddezza infastidita che non può lasciare indifferenti. Hai scombinato la sceneggiatura che, a un certo punto, prevede, primarie o no, “fuori i secondi, spazio al candidato designato a prescindere”. Questo atteggiamento rappresenta il riflesso omeostatico di una nomenclatura abituata a preservare sé stessa e le proprie logiche di spartizione consociativa. Quando una figura esterna, autorevole e indipendente offre il proprio contributo, il sistema partitico si arrocca per difendere gli equilibri interni e i propri confini. Questo modo di intendere e fare politica spiega il distacco e il senso di alterità che tantissimi cittadini provano oggi verso le istituzioni e la politica pubblica. Un vuoto di fiducia strutturale che le persone finiscono per riversare sui populisti di turno, percepiti come l’unica forza di rottura contro un sistema chiuso. Milano rischia di smarrire la sua anima più profonda: quella di essere un motore di emancipazione sociale, culturale e politica per chiunque abbia volontà, merito e idee. Serve un cambio di paradigma radicale per non rassegnarsi a questa palude consociativa, integrando finalmente la pianificazione digitale ed ecologica in una visione paesaggistica e umanistica del territorio. Tenuto conto di questo scenario, la tua disponibilità deve trasformarsi in un’azione più ampia: farti promotore e costruttore degli Stati Generali per Milano Metropoli Europea. La promozione di questo percorso è utile in ogni caso, comunque finisca. Se si tradurrà in una candidatura e in un nuovo assetto di governo, con una visione pronta a guidare la città; altrimenti la proposta avrà lasciato un patrimonio culturale, civile e programmatico ineludibile per il futuro. Questo percorso deve basarsi sul confronto e l’ascolto diretto di tutti gli interlocutori del territorio: Le forze del lavoro: il mondo delle imprese e i sindacati. Le realtà sociali: l’associazionismo, i comitati di quartiere e il terzo settore, all’interno della città capitale del volontariato. Un Sito online dove i milanesi (del capoluogo e metropolitani) registrati possono porre domande, integrazioni e formulare proposte condivise. L’obiettivo è definire una visione della città dotata di una piena soggettività politica, capace di governare la metropoli intesa come sistema territoriale qualitativo. Un disegno che necessita di uno strumento operativo fondamentale: le società partecipate del Comune non possono più agire come attori autonomi slegati dalla pianificazione, ma devono essere coerenti e vincolate dall’azionista pubblico alla qualificazione di questo sistema. Questo modello si deve articolare su cinque pilastri fondamentali, in relazione alle migliori pratiche ed eccellenze già realizzate in Europa: qualità ambientale contro la crisi climatica Milano e il suo hinterland soffrono di un’emergenza cronica: il 58,88% del territorio comunale è artificializzato (la provincia supera il 32%) e le centraline ARPA registrano costanti superamenti per NO₂ e PM₁₀, a cui si somma lo stato critico di Lambro, Seveso e Olona. L’esempio più lampante di questa distorsione è la proliferazione incontrollata dei data center nel Parco Agricolo Sud Milano, che consumano suolo vergine, miliardi di kWh ed enormi volumi di acqua di falda, grazie ad oneri di urbanizzazione mai visti nei bilanci dei piccoli comuni. Le azioni: Imporre regole rigide sui data center basate su tecnologie waterless a circuito chiuso e obbligo di riuso di aree industriali dismesse. Estendere la mappatura delle aree dismesse e gli incentivi alla rigenerazione alla cintura metropolitana con fast-track autorizzativi in 60 giorni, trasformando le periferie in distretti dell’innovazione. Promuovere comunità energetiche diffuse sui tetti, a partire dagli edifici pubblici, accumulatori e un piano di regimentazione e valorizzazione del reticolo idrico (depavimentazione, tetti verdi/freddi, cortili permeabili e cisterne) per ridurre il rischio idrogeologico e mitigare le isole di calore. L’esempio europeo: Friburgo (Germania), nel quartiere Vauban, con l’edilizia a bilancio energetico positivo e l’azzeramento dell’impermeabilizzazione del suolo. Odense (Danimarca), Espoo (Finlandia) e il progetto Green Mountain (Norvegia), dove il calore di scarto dei server viene recuperato per il teleriscaldamento cittadino o l’acquacoltura sostenibile. Qualità sociale e inclusione abitativa. Bisogna invertire la rotta dell’esclusione economica, facendo in modo che abitare a Milano torni a essere una possibilità reale e accessibile, e non un lusso speculativo. Le azioni: Individuare le aree da dotare di maggiore densità edilizia integrando funzioni diverse (residenziali, commerciali, servizi) per offrire alloggi sociali e servizi di prossimità. Attuare una Compensazione Urbanistica Metropolitana dei 15 minuti, in cui gli oneri di monetizzazione restano prioritariamente nel quartiere o Comune in cui sono generati (o riallocati nelle aree limitrofe carenti). Adeguare gli oneri di urbanizzazione per le abitazioni di lusso agli standard europei e calmierare quelli per finalità sociali, inquadrando anche gli immobili delle società partecipate in questa strategia. L’esempio europeo: Vienna (Austria), dove oltre il 60% della popolazione vive in alloggi di edilizia sociale o convenzionata di altissima qualità gestiti dal fondo pubblico, sottraendo la casa alle sole logiche del mercato: qualità della partecipazione e assetto istituzionale È necessario superare l’attuale centralismo cittadino per dare vita a una Città Metropolitana compiuta, con reali poteri di pianificazione cogenti. La Corte Costituzionale (sentenza n. 240/2021) ha sollevato la questione di legittimità sull’attuale sistema (voto ponderale e sovrapposizione automatica tra Sindaco del capoluogo e Sindaco metropolitano), richiamando la necessità dell’elezione diretta per garantire uguaglianza del voto e responsabilità politica. Al contempo, i Municipi di Milano devono ottenere un proprio bilancio autonomo e prerogative deliberative certe: questo è nella disponibilità di Palazzo Marino. Le azioni: Avviare una campagna specifica che interessi il Parlamento, i 132 Consigli Comunali e i Municipi per sbloccare la legge elettorale metropolitana e il Regolamento Attuativo per i referendum previsti dallo Statuto. Dare omogeneità di interpretazione al Regolamento Edilizio Tipo in tutta la fascia metropolitana (stesse definizioni, procedure e standard) per ridurre le incertezze di professionisti e investitori. Riformare e potenziare l’organico, la formazione e la digitalizzazione degli uffici di urbanistica amministrativa della Città Metropolitana. L’esempio europeo: Parigi (Francia), dove la governance unisce la pianificazione della Métropole du Grand Paris al forte decentramento dei poteri ai singoli Arrondissements, dotati di budget partecipativi diretti per i residenti. Qualità dell’innovazione, trasparenza e rendicontazione La tecnologia e la transizione digitale non devono tradursi in cattedrali nel deserto energetiche, ma servire a una partecipazione informata dei cittadini. Le azioni: Democratizzare l’accesso ai dati pubblici attraverso un vero Urban Data Hub Metropolitano che fornisca dati aperti su mobilità, qualità dell’aria e utilizzo degli spazi. Istituire l’obbligo di comunicazione trasparente dei progetti sul territorio nelle tre fasi chiave: concertazione (raccolta istanze), procedurizzazione (chiarezza normativa) e realizzazione (illustrazione grafica e visibilità del cantiere). Introdurre per ogni progetto rilevante la valutazione Ex-Ante ed Ex-Post (analisi costi-benefici e revisione a 24 mesi), assumendo la trasparenza come la nuova forma di urbanistica liberale. L’esempio europeo: Tallinn (Estonia), che ha digitalizzato la quasi totalità dei servizi pubblici e utilizza piattaforme di identità digitale protetta per consentire ai cittadini di votare, firmare atti e co-programmare lo sviluppo urbano in totale trasparenza.Qualità dei servizi diffusi e reti di prossimità I servizi, dai trasporti all’offerta sociale e culturale, devono essere capillarmente accessibili sul territorio e non concentrati nel solo nucleo centrale, garantendo una vita di quartiere ricca e inclusiva. Le azioni: Ridisegnare, riqualificare ed efficientare i poli scolastici e universitari (anche tramite partnership con Esco), aprendoli ad usi ulteriori negli orari non didattici come hub di welfare e aggregazione. Coordinare la vigilanza urbana, la sicurezza e la gestione del traffico sotto un’unica centrale operativa Metropolitana. Utilizzare tecnologie IoT, 5G e AI per il monitoraggio predittivo dei flussi e dei luoghi statisticamente insicuri. Sviluppare piani integrati per nuove infrastrutture urbane necessarie: micro-hub logistici, accumulatori energetici. L’esempio europeo: Copenaghen (Danimarca), dove la rete dei trasporti è integrata con infrastrutture ciclabili ad alto scorrimento (Cycle Superhighways) e dove biblioteche e centri culturali fungono da hub di welfare per le comunità. La necessaria transizione ecologica non si fa per decreto ma grazie alla capacità e alla visione politica che accompagna la comunità, che lo vive, ad abitare un territorio. Questi cinque pilastri non eludono ma contribuiscono a definire una soggettività politica dell’amministrazione concretamente, oltre gli slogan elettorali e oltre il messaggio ‘non detto’ di molti della struttura comunale al nuovo sindaco ‘eravamo qui prima di lei e saremo qui dopo’. Ciò attraverso una strategia politico urbanistica di sviluppo qualitativo, attrattivo e inclusivo su scala della Città Infine un nodo irriducibile a slogan e semplificazioni: la metropoli ha un disperato bisogno di ridefinire il concetto di sicurezza, intesa come prodotto sociale e non solo come mera questione di ordine pubblico. La vera sicurezza non si ottiene con la militarizzazione le piazze o aumentando i controlli repressivi, ma si costruisce bonificando il degrado urbanistico, illuminando gli spazi, offrendo inclusione, reti di quartiere e opportunità culturali. La sicurezza è la conseguenza diretta di una comunità coesa in cui nessuno viene escluso o lasciato indietro da una politica pubblica capace di compassione sociale. Milano ha bisogno di una visione di lungo respiro che rompa gli schemi della vecchia politica. Questa è la sfida che ti attende e che tanti milanesi sono pronti a condividere e a sostenere. Fiorello Cortiana

giovedì 13 agosto 2026

Due Popoli, Due Stati

Gli assalti, le violenze e le occupazioni dei coloni israeliani non si possono tollerare. Due Popoli e due Stati subito. Garantiti da una forza di interposizione internazionale. Che l'Europa si muova.

giovedì 6 agosto 2026

Addio e grazie!

Voglio però ricordarti com'eri Pensare che ancora vivi Voglio pensare che ancora mi ascolti Che come allora sorridi Che come allora sorridi

venerdì 31 luglio 2026