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giovedì 2 aprile 2026

Milano e il Referendum

Arcipelago Milano SÌ/NO. UNA ANALISI DEL VOTO Il No non è tutto nel carniere della sinistra A Milano il No al referendum ha prevalso con il 58,2% mentre in Lombardia il Sì ha raccolto il 53,56% dei consensi. Milano non è isolata perché il No ha prevalso anche in altri 7 capoluoghi lombardi. Ciò che nel dibattito post referendario ha fatto notizia è stato il voto favorevole al quesito referendario del Municipio 1, la Milano ZTL, circondato dal No espresso nel resto della città e in gran parte della Città Metropolitana. Si possono evidenziare delle correlazioni di carattere sociale: in relazione al reddito medio degli abitanti e alla loro scolarizzazione. Il Centro Storico-Municipio 1, dove il reddito medio supera i 94.000 €, è stata l’unica zona della città dove ha vinto il Sì.Il No ha nettamente prevalso negli altri otto municipi, dove il reddito medio è compreso tra i 20/25.000€, prevalenza del No più evidente nelle zone periferiche dove ha raggiunto percentuali molto elevate. Così per quanto riguarda i livelli di scolarizzazione. Nel Centro Storico-Municipio 1, i laureati costituiscono il 50-60% dei residenti. Le Zone periferiche vedono una diminuzione dei livelli accademici di scolarizzazione al 15/20%, tendenza che aumenta nelle zone più esterne. Nelle periferie ci sono isole di alta scolarizzazione nei quartieri interessati da riqualificazioni o vicini a poli universitari o di alta formazione, così come ci sono aree periferiche dove l’abbandono scolastico arriva al 28,3%. Se ne può dedurre che coloro che non hanno particolari problemi economici e dispongono di una alfabetizzazione qualificata hanno considerato gli aspetti giuridici del quesito referendario. Differentemente dal No espresso nei quartieri dove i residenti fanno i conti con condizioni di precarietà e con la quotidiana discesa del potere d’acquisto. Qui i residenti hanno guardato l’operazione referendaria con due occhi al portafoglio. Sarebbe in ogni caso riduttiva un’analisi che considerasse una sola condizione motivazionale per il voto. Certamente molti di coloro che hanno avuto a che fare con la giustizia civile, per la famiglia o per l’impresa ha votato Sì. Certamente ha votato No chi ha ritenuto già alterato l’equilibrio tra i poteri della democrazia repubblicana. Perciò a fronte di un potere legislativo neutralizzato da leggi elettorali che legano gli eletti alla esclusiva volontà delle segreterie dei partiti, con il profilarsi del Premierato e del potenziamento ulteriore del potere esecutivo, non hanno ritenuto di neutralizzare il potere giudiziario. C'è stato un fattore generazionale che ha visto i giovani tra i 18 e i 28 anni partecipare in modo inaspettato: oltre il 67%. Sono stati circa 100.000 gli elettori non schierati, che spesso non hanno partecipato alle scadenze elettorali, che questa volta hanno preso posizione. Swg ha rilevato che il 25% degli astenuti alle ultime elezioni questa volta si è recato ai seggi determinando un significativo aumento dei partecipanti. È possibile che parte di questi reagisca in una chiave antipolitica e populista, certamente questa non è una motivazione estendibile a tutti. La partecipazione motivata del mondo cattolico è significativa in questo senso. La Chiesa Cattolica e il mondo delle associazioni cattoliche hanno preso parte al processo referendario: per il Sì si sono schierati, tra gli altri, il Movimento per la Vita e il Family Day, e cattolici progressisti come Stefano Ceccanti. Per il No si sono spese le Acli, i Gesuiti e diversi esponenti dell’Azione Cattolica. Giovanni Bachelet, con esperienza nello scautismo cattolico e nel cattolicesimo sociale, è stato il Presidente del Comitato Società civile per il No. Prima del voto il Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della CEI, ha ricordato che “i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e bene da preservare l’equilibrio e l’indipendenza dei poteri”, facendo appello alla partecipazione. Il lunedì, secondo giorno di votazione, ha ribadito questa considerazione mettendola in relazione con il fatto che l’alta partecipazione “sta al cuore della Costituzione”. La dimensione della partecipazione referendaria, con motivazioni differenziate, nel tempo della crisi dell’istituto della democrazia e con guerre ibride e articolate a carattere globale assume un carattere importante. Questo costituisce il comun denominatore tra i partecipanti. Non è un sondaggio telefonico su un campione selezionato, sono cittadini che si sono recati al seggio, si sono messi in fila e hanno votato usando una matita. A fronte di un impegno diretto della Presidente del Consiglio, con uscite sguaiate contro “una minoranza politicizzata della Magistratura” (quale?) che hanno accompagnato quelle del Ministro Nordio e del suo Capo di Gabinetto Bartolozzi e di zelanti deputati di Fratelli d’Italia, con motivazioni differenziate la maggioranza degli elettori italiani ha detto che non affida a Giorgia Meloni e alla sua maggioranza le sue incertezze e le sue preoccupazioni. Soprattutto non gli affida la risoluzione degli equilibri della democrazia definiti nella Costituzione della Repubblica. A Milano il totale votanti è stato 619.790 pari al 65.14% aventi diritto, circa il 18% in più di coloro che hanno partecipato nel 2021 alla votazione per il sindaco, il 47% schede bianche e nulle comprese. Milano ha avuto una partecipazione significativamente superiore alla media nazionale del 58,9%. Affluenza nazionale superiore al referendum di modifica costituzionale del 2001 del Titolo V°, 34,1%, superiore a quello di modifica costituzionale ‘Berlusconi’ del 2006, 52,3%, inferiore al referendum di modifica costituzionale ‘Renzi’ del 2016, 65,47%, superiore al referendum per la riduzione dei parlamentari ‘5Stelle’ del 2020, 51,12%. Il referendum consultivo in Lombardia del 2017 sull’Autonomia Regionale ha visto una affluenza del 38,21%. Il sindaco Giuseppe Sala ha definito Milano un “fortino del No”, proponendosi, ancora una volta, per un ruolo politico nazionale. A parte l’uscita di Sala, che succede a quella infausta all’inizio del COVID “Milano non si ferma”. A parte l’affrettarsi degli azionisti di maggioranza del Campo Largo, Schlein e Conte, di proporre le primarie con loro due candidati ritenendo di avere già acquisito il consenso di tutti i votanti del No. Per quale proposta/programma? Quella inaspettata percentuale di cittadini che ha partecipato in modo decisivo al referendum si configura come riserva repubblicana, giovani in primis, ma costituirebbe un miope esercizio di arrogante presunzione ritenerla acquisita da chicchessia senza pensarla capace di prendere parola. Sono andati a votare perché ne valeva la pena, non solo per le motivazioni differenziate prima richiamate ma perché in questo caso referendario ognuno ha sentito che il proprio voto contava e non sarebbe stato eluso attraverso leggi di attuazione conseguenti. È la partecipazione informata al processo deliberativo, attraverso l’esercizio di una quota personale certa di sovranità politica, che si presenta come sia come ragione condivisa quanto come domanda e potenziale risorsa per rigenerare la nostra democrazia. Una domanda e una risorsa ignorate, ad esempio: a livello nazionale da governi e Parlamento che non hanno attuato il Titolo V° così come modificato dagli elettori a partire dalla attuazione delle Città Metropolitane e della operatività delle Province; a livello locale dall’Amministrazione Comunale di Milano che non ha dato seguito ai referendum approvati dai cittadini milanesi e non ha permesso l’effettuazione del referendum sullo stadio di San Siro che rispondeva pienamente ai criteri di definizione e di sottoscrizione previsti dal Comune stesso. Fiorello Cortiana