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giovedì 15 ottobre 2026

L’ASSEDIO AL PARCO AGRICOLO SUD

L’ASSEDIO AL PARCO AGRICOLO SUD Arcipelagomilano
Data Center, Consumo di Suolo e Conflitti Territoriali nell’Antropocene Le contraddizioni dell’Antropocene, l’era geologica in cui le infrastrutture tecno-capitaliste e le attività umane sono assunte a forza primaria di trasformazione biofisica del pianeta, capace di alterare in modo irreversibile i cicli della biosfera, si manifestano con un’evidenza plastica e drammatica nell’area metropolitana di Milano. Da un lato, la metropoli milanese costituisce il cuore pulsante dell’innovazione digitale italiana, concentrando il 68% della potenza di calcolo nazionale attraverso 33 data center già operativi e una previsione di espansione che punta a raggiungere 2 gigawatt nei prossimi cinque anni, spinta dall’insediamento di campus hyperscale capaci di assorbire dai 300 ai 500 megawatt ciascuno. Dall’altro lato, questo territorio custodisce il Parco Agricolo Sud Milano, la più vasta cintura verde d’Europa, la cui estensione di 47.000 ettari rappresenta un patrimonio insostituibile di biodiversità, paesaggio e sovranità agroalimentare. La logica espansiva di questi colossi tecnologici, sempre alla ricerca di grandi superfici e di un rapido accesso alle dorsali in fibra ottica e alle reti elettriche ad alta tensione, sta stringendo d’assedio la cintura agricola della città. Le direttrici di questa pressione speculativa sono molteplici e interconnesse. Alla minaccia diretta su oltre 120 ettari di suoli vergini s’affiancano le mire edilizie su territori agricoli strategici situati in comuni come Noviglio, Vignate e Lacchiarella, provocando un’impennata speculativa dei prezzi fondiari. I piccoli comuni, spinti da bilanci asfittici e attratti dall’illusione di un gettito immediato garantito dagli oneri di urbanizzazione e dall’IMU, rischiano di svendere l’integrità del Parco un lotto alla volta, in totale assenza di una regia di perequazione territoriale. A questo si aggiunge la gravissima impronta ecologica dei sistemi di raffreddamento: un singolo impianto hyperscale può arrivare a consumare oltre un milione di litri d’acqua al giorno per via dell’evaporazione, entrando in conflitto frontale con il fabbisogno irriguo della rete dei fontanili e delle coltivazioni locali, mentre l’emissione ininterrotta di aria calda prodotta dai server alimenta e surriscalda le micro-isole di calore periurbane. In questo quadro di forte tensione ambientale, il consumo di suolo non rappresenta una semplice sottrazione quantitativa o geometrica di spazio, ma coincide con un’erosione sistematica delle funzioni vitali della terra. L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale assegna a questi flussi persi e stock esauriti un valore economico compreso tra gli 89.000 e i 109.000 euro per ettaro all’anno. Parlare di stock esaurito significa riferirsi alla distruzione del Capitale Naturale, ossia a quel patrimonio accumulato in epoche geologiche all’interno di un ecosistema non artificializzato, fatto di carbonio stoccato nel terreno, fertilità della matrice edafica, cioè la qualità ecologica del suolo, e la capacità di ritenzione idrica. Quando il cemento sigilla la terra, questa riserva viene spazzata via per sempre, aumentando l’esposizione del territorio al dissesto idrogeologico e ai rischi climatici estremi. Sullo sfondo di questo scontro si colloca la faglia urbano-termodinamica che caratterizza le metropoli contemporanee. Le grandi concentrazioni urbane funzionano come macchine entropiche aperte che risucchiano materia, energia, alimenti e dati dai territori circostanti per poi restituire inquinamento, rifiuto tecnologico, scarti termici e disuguaglianze. Questa asimmetria distrugge il metabolismo ecologico tra città e campagna e trasforma i centri urbani in vettori di marginalizzazione. Fenomeni come l’isola di calore urbana e la perdita progressiva dei servizi ecosistemici dimostrano come un modello basato sull’espansione illimitata sia insostenibile, mentre le proiezioni demografiche dell’UN-DESA ricordano che l’aumento costante della popolazione urbana rischia di trasformare il diritto alla città da garanzia democratica universale a un privilegio per pochi, spingendo le fasce popolari verso periferie sprovviste di servizi essenziali. Per evitare che la trasformazione digitale si traduca in un’ulteriore forma di estrattivismo territoriale e creazione di marginalità urbana, si impone la necessità di subordinare l’innovazione tecnologica al rispetto dei confini planetari e della salute pubblica.bana La rigenerazione urbana non può ridursi a un mero esercizio di greenwashing né a una riqualificazione speculativa tesa unicamente all’aumento delle rendite immobiliari. Occorre cambiare radicalmente rotta e passare dalla rendita alla costruzione di un urbanesimo generativo che metta al centro la tutela dei beni comuni e la giustizia sociale. In tale orizzonte, la prospettiva delineata dagli agronomi della Università Statale Stefano Bocchi e Roberto Spigarolo costituisce una guida essenziale. Gli studiosi invitano a superare le frammentazioni del passato adottando un approccio integrato fondato sul sistema delle “tre A”: agricoltura, alimentazione e ambiente, capace di riconvertire la rotta valorizzando le risorse territoriali anziché disperderle. Tale cambio di paradigma passa attraverso l’istituzione dei Sistemi Agro-alimentari Locali e la costruzione di un legame virtuoso tra le produzioni contadine di prossimità e i grandi canali della ristorazione collettiva pubblica, come le mense scolastiche e ospedaliere, facendo perno su acquisti pubblici ecologici e sul sostegno diffuso a un’agricoltura globale a basso input chimico, in grado di preservare la biodiversità e la fertilità dei suoli. La reazione del territorio di fronte all’invasione dei data center non si è fatta attendere. Nel corso degli ultimi anni, le comunità locali, le associazioni ambientaliste, il DESR-Distretto di Economia Solidale Rurale del Parco Agricolo Sud Milano a rete territoriale per un progetto di economia civile e cooperativa nato nel dicembre del 2008 per unire agricoltori, allevatori, Gruppi d’Acquisto Solidale (GAS), laboratori di trasformazione artigianale, associazioni ambientaliste e cittadini, insieme a realtà civiche come Salviamo il Paesaggio hanno dato vita alla Rete Stop Data Center. Un coordinamento radicato che vede attivi oltre trenta comitati locali diffuse tra la fascia sud e l’ovest milanese, protagonisti di un’intensa stagione di lotta fatta di assemblee partecipate, petizioni popolari e mobilitazioni di piazza, dai presidi nei singoli municipi coinvolti fino alle grandi manifestazioni unitarie che hanno portato migliaia di cittadini a sfilare a Rho, Lacchiarella e sotto la sede milanese di Palazzo Marino per esigere una moratoria immediata sulle nuove autorizzazioni. Dal canto suo, la risposta della Regione Lombardia si è concretizzata nell’approvazione della Legge Regionale n. 11 del 3 giugno 2026, la prima normativa in Italia nata con l’intento di disciplinare l’insediamento dei centri dati. Sebbene la legge provi a stabilire un quadro d’insieme introducendo vincoli sui prelievi idrici da acquedotto e incentivando il recupero del patrimonio edilizio dismesso, la struttura del provvedimento manifesta una profonda e pericolosa ambiguità. Invece di porre un fermo divieto al consumo di suolo agricolo, il legislatore ha scelto di percorrere la strada della compensazione economica, prevedendo una maggiorazione dei contributi di costruzione fino al 200% per chi sceglie di edificare su aree verdi. Questa scelta rischia di trasformarsi in una legittimazione monetaria della distruzione ambientale: per multinazionali dotate di capitali colossali, il pagamento di un balzello economico straordinario si risolve in un semplice costo d’impresa ampiamente sostenibile, lasciando i piccoli comuni alla mercé delle pressioni speculative e privando la collettività di superfici fertili non più ripristinabili. L’inadeguatezza delle risposte frammentate dei singoli municipi e le oscillazioni della politica regionale portano al pettine il nodo dell’architettura istituzionale metropolitana. Non è più rinviabile la piena realizzazione della Città Metropolitana di Milano quale ente di coordinamento di area vasta, dotato di una reale legittimazione democratica e delle prerogative giuridiche e amministrative necessarie per pianificare e governare il territorio. Soltanto una governance metropolitana autorevole e condivisa può sottrarre le decisioni urbanistiche ai ricatti della finanza e ai micro-interessi locali, imponendo una perequazione stringente e stabilendo vincoli inviolabili a difesa del suolo. Per orientare lo sviluppo verso la sostenibilità, i regolamenti urbanistici metropolitani devono fare propri precisi indicatori prestazionali. È indispensabile fissare parametri rigidi sull’efficienza energetica, pretendendo che l’indicatore standard internazionale utilizzato per misurare l’efficienza energetica di un data center, il Power Usage Effectiveness-PUE, non sia superiore a 1.2 e prescrivendo l’adozione esclusiva di tecnologie di raffreddamento a circuito chiuso che azzerino i prelievi di falda. Parallelamente, occorre sancire l’obbligo assoluto di dirottare ogni nuovo intervento verso la rigenerazione delle aree brownfield, ossia quei complessi industriali, commerciali o militari dismessi e degradati che costellano gli assi viari, come ad esempio quelli attorno a Settimo, Cornaredo, Pregnana, Rho e Bollate. Scegliere la rigenerazione Brownfield significa annullare il consumo di suolo, promuovere l’economia circolare applicata agli spazi, risanare i terreni e le acque contaminate da decenni di attività manifatturiera e riqualificare dal punto di vista sociale ed economico i quartieri periferici, restituendo spazi di valore alle comunità residenti. Inoltre, il calore di scarto emesso continuamente dai server deve smettere di essere disperso come rifiuto termico nell’atmosfera ed essere integrato in sistemi di teleriscaldamento rurale e urbano, capaci di riscaldare edili aziendali, cascine, serre e abitazioni civili. Questa integrazione rappresenta il cuore di una nuova simbiosi territoriale in cui la tecnologia cessa di essere un corpo estraneo e diventa un elemento di supporto per l’ecosistema locale, affiancata da strumenti innovativi come la creazione di fondi di solidarietà metropolitani per il finanziamento dei beni comuni ambientali e digitali. Il modello della Smart City neoliberista, che riduce lo spazio urbano a una mera piattaforma di sorveglianza e mercificazione dei dati, va sostituito con l’istituzione di un Sistema Territoriale Qualitativo. Un paradigma che trova i suoi pilastri nella difesa intransigente dei beni comuni come l’acqua e la terra fertile, nella promozione della transizione energetica dal basso attraverso le Comunità Energetiche Rinnovabili e nella democratizzazione dei processi decisionali per mezzo dell’Indice di Partecipazione Informata e Consapevole. Solo restituendo i dati ambientali alla cittadinanza sotto forma di beni condivisi sarà possibile costruire una pianificazione davvero partecipata. La scala interessata dall’avvento delle tecnologie e dei servizi dell’Intelligenza Artificiale è continentale. Per non rimanere schiacciata tra la morsa della crisi climatica e la spinta di un capitalismo tecnologico estrattivo, l’Europa deve superare le retoriche del greenwashing e considerare il territorio come un organismo vivente, la cui integrità è condizione imprescindibile per la sopravvivenza. La questione energetica e la transizione ecologica non possono essere affrontate né attraverso l’immobilismo catastrofista né cedendo alle illusioni del tecnosoluzionismo acritico. Riconoscere i limiti del pianeta e riorganizzare il metabolismo delle nostre metropoli attorno ai principi della giustizia ecologica è l’unica strada percorribile per ricucire la frattura tra la società e la biosfera. Fiorello Cortiana

giovedì 1 ottobre 2026

LA SCUOLA COME AGENZIA SOCIALE NELL’ERA DELL’IA

Arcipelagomilano
LA SCUOLA COME AGENZIA SOCIALE NELL’ERA DELL’IA Tra violenza educativa, cittadinanza condivisa e crisi del mondo adulto Le cronache recenti restituiscono l’immagine di un’istituzione scolastica specchio di un tessuto sociale strappato e distaccato dalle istituzioni pubbliche. Un luogo da cui guardare la crisi della convivenza democratica che stiamo vivendo. Milano e la sua Città Metropolitana si sono trovate a fare i conti con un’escalation di episodi critici che uniscono la strada e le aule. Da un lato, le maxi-operazioni delle forze dell’ordine nei luoghi della movida e attorno agli snodi di trasporto — come in Piazza Gae Aulenti, a Porta Garibaldi o nei pressi della Stazione Centrale — hanno portato a decine di migliaia di identificazioni e a centinaia di arresti per reati predatori, risse e spaccio. Dall’altro, il disagio si riversa direttamente dentro le mura scolastiche: emblematico è quanto accaduto all’istituto comprensivo Monte Amiata di Rozzano, dove uno studente di dodici anni ha aggredito un compagno stringendogli le mani al collo fino a fargli perdere i sensi, o le tensioni registrate in diversi istituti superiori dell’hinterland milanese dove bande di giovanissimi importano dinamiche di branco e intimidazioni. Questi episodi non restano confinati nello spazio fisico, ma si inseriscono in una sofferenza sistemica più ampia, alimentata dal cortocircuito con il mondo virtuale. Prendiamo il caso di Davide Cavallo a Milano, Lo studente universitario ventiduenne, aggredito e accoltellato da un branco di coetanei in Corso Como per una manciata di euro e rimasto permanentemente invalido, che ha scelto di perdonare i suoi aggressori in aula, arrivando ad abbracciarli durante il processo. Un gesto di straordinaria e spiazzante potenza, contrapponendo alla logica cieca della vendetta e del branco, i cui legali e le cui famiglie hanno chiesto la revisione della condanna perché ‘pentiti’. Non l’espiazione con recupero, nella città del Beccaria, ma la revisione… Passiamo all’aggressione di Roma: una professoressa è stata aggredita da un tredicenne con spray urticante e un’arma da taglio per un presunto dissapore legato a un voto, con l’aggressore che ha tentato di riprendere l’azione in diretta sui social media. Poi lo scontro di Parma: un rimprovero per una lattina tirata contro un’auto in un parco ha scatenato un violento alterco tra studenti e docenti, culminato in video diventati viralizzati su TikTok e Telegram, con l’uso di cinture e minacce aggravate che hanno portato a provvedimenti giudiziari per ragazzi tra i 15 e i 17 anni. Sul fronte opposto, le cronache giudiziarie mostrano le crepe interne al sistema, come la condanna definitiva in Cassazione a Fermo a otto anni per un ex insegnante di sostegno per reati di violenza, o il processo in corso a Padova per un educatore accusato di molestie. Questo scenario di tensione si salda con un paradosso tecnologico e culturale senza precedenti. Nel dibattito contemporaneo l’Intelligenza Artificiale viene raccontata prevalentemente come una rivoluzione economica o computazionale, dimenticandone la portata antropologica. La scuola odierna non è più soltanto il luogo deputato alla trasmissione di un sapere codificato: essa si configura come la principale agenzia sociale del territorio chiamata a guidare una transizione difficile, combattendo su due fronti: la deriva individualista e l’assuefazione algoritmica. L’alfabetizzazione digitale e la risposta normativa con i divieti ai social sono il terreno su cui si misura questa sfida: sfida segnata da forti contraddizioni. Da un lato i minorenni italiani vantano una precoce e massiccia esposizione agli schermi (il 94% usa regolarmente lo smartphone e sette bambini su dieci sotto i dieci anni frequentano già social o piattaforme di streaming); dall’altro, i dati evidenziano ritardi strutturali evidenti, con competenze digitali di base ferme al 58,5% tra i giovani (a fronte di una media europea superiore al 70%) e una forte carenza di laboratori informatici negli edifici scolastici. Per arginare la deriva della distrazione pervasiva e dei rischi di dipendenza, le istituzioni nazionali ed europee hanno scelto la via della fermezza. In Italia, la Circolare MIM n. 3392 ha esteso il divieto assoluto di utilizzo dello smartphone durante l’intero orario scolastico a tutte le scuole, comprese le superiori e persino per scopi didattici, dall’ingresso all’uscita, intervalli compresi. Una linea rigorosa, avallata da OMS e OCSE, che trova eco in Europa: la Francia, pioniera dello stop alle elementari e medie, ha esteso la misura ai licei, mentre a livello comunitario si discute di raccomandare il divieto almeno fino ai quattordici anni. A ciò si aggiungono la proposta dell’EU Kids Act per bloccare l’accesso diretto ai social agli under 13 e la graduale entrata in vigore dell’AI Act europeo, baluardi normativi pensati per arginare il design predatorio delle piattaforme digitali. Ma le tensioni nate nel perimetro virtuale non restano confinate sugli schermi: si traducono in disagio urbano tangibile e mappabile. Nelle grandi metropoli, a partire dal contesto milanese e lombardo (dove i dati dell’Osservatorio Espad del CNR evidenziano come oltre il 40% dei ragazzi sia coinvolto in risse o zuffe), la devianza giovanile si esprime attraverso aggregazioni fluide e dinamiche di mobilità territoriale ben precise. La geografia della violenza e del disagio si muove lungo assi di marginalità e polarizzazione: da un lato i quartieri storici di periferia e i complessi di edilizia popolare — come Quarto Oggiaro, Giambellino, Baggio, Barona, Corvetto e aree critiche come Ponte Lambro (dove i tassi di dispersione e disagio sociale toccano picchi superiori al 30%) — che costituiscono i serbatoi originari di vulnerabilità economica e povertà educativa; dall’altro i comuni dell’hinterland e le fasce esterne della cintura metropolitana. Da questi territori periferici e dai confini della città metropolitana si attiva quotidianamente un vero e proprio “pendolarismo della devianza”: gruppi di giovanissimi si spostano verso i luoghi simbolo della visibilità e del consumo (dalle stazioni ferroviarie alla movida di Corso Como, dai Navigli fino alle piazze vetrina come Gae Aulenti o CityLife). Questo nomadismo urbano è alimentato dalla ricerca di palcoscenici metropolitani dove esibire la propria appartenenza a clan o gruppi tribali (i cosiddetti “maranza”), brandire la violenza come capitale relazionale e cercare una ribalta virtuale immediata attraverso video e dirette social. Le aule scolastiche diventano così lo specchio e la cassa di risonanza di queste tensioni territoriali, assorbendo il malessere di periferie fisiche e sociali spesso abbandonate a sé stesse. Questa pressione sociale e tecnologica si abbatte su una classe adulta spesso smarrita. La digitalizzazione pervasiva ha capovolto le asimmetrie culturali tradizionali: i giovani padroneggiano i codici digitali molto più dei genitori e dei docenti, producendo una pericolosa liquefazione dei ruoli in cui gli adulti rinunciano a fare da guida per cercare facili approvazioni o minimizzare i comportamenti devianti. Per riannodare i fili di questa autorità compromessa, è illuminante riscoprire il pensiero di Antonio Gramsci e di Piero Gobetti. Nei ‘Quaderni del carcere’ Gramsci individua nell’insegnante la figura cardine per la costruzione dell’egemonia culturale, un vero e proprio “intellettuale diffuso” e “filosofo” incaricato di elevare il senso comune a pensiero critico. Sulla stessa lunghezza d’onda, Piero Gobetti nei suoi scritti su ‘La Rivoluzione Liberale’ e in ‘Risorgimento senza eroi’ ammoniva contro il rischio di ridurre il corpo docente a grigio funzionario burocratico dello Stato centralista: per Gobetti, gli insegnanti devono essere intellettuali militanti capaci di promuovere l’autonomia etica, civile e politica delle giovani generazioni, opponendosi al trasformismo e alla mediocrità della classe dirigente. Oggi più che mai, rifiutando ogni visione mercantilistica che riduce la scuola a un’agenzia di servizi e la famiglia dell’alunno a cliente, bisogna ripensare l’istituzione scolastica come a un presidio di resistenza civile. Nell’era dell’intelligenza artificiale e della disgregazione dei legami sociali, l’autorevolezza non può più fondarsi sull’esercizio formale di un ruolo o sul semplice possesso di nozioni che gli algoritmi recuperano in un millisecondo. Questa rigenerazione dell’autorità e del legame educativo non si esaurisce tuttavia tra i banchi: essa trova linfa vitale nel raccordo con il territorio. Esperienze di cooperazione istituzionale e prossimità nate nelle periferie milanesi nella fine degli anni ’70— come l’azione civica dei collettivi giovanili nel tessuto popolare del Quartiere Stadera e il lavoro di rete inclusiva svolto da presidi come il Centro il Piazzale promosso dall’allora Provincia di Milano — dimostrano che è possibile invertire l’entropia sociale. Queste realtà trasformano il disagio e la deriva anomica dei giovani in energia cooperativa, offrendo laboratori concreti di cittadinanza attiva. L’autorevolezza si rigenera dunque attraverso la coerenza, la testimonianza e un’alleanza reale tra scuola, istituzioni e presidi comunitari. Educare significa prima di tutto riconoscere che i giovani e i figli non sono scatole da riempire di contenuti né pacchi da depositare fuori casa, ma persone in piena formazione, impegnate nella complessa e faticosa definizione della propria identità. Per tutte le figure adulte — a partire da insegnanti e genitori — questo comporta un cambio di passo radicale: occorre saper tessere spazi di confronto e di confidenza tra adulti, per condividere fatiche, dubbi e strategie nella gestione di una relazione con ragazzi che attraversano fasi mutevoli, oscillando spesso, in un continuo cortocircuito emotivo, tra un versante da Dr. Jekyll e uno da Mr. Hyde. Per questo è necessario qualificare la funzione e la condizione del corpo docente, a partire dalla selezione, dall’aggiornamento e dalla remunerazione. A questo patto educativo si affianca la necessità di promuovere una vera cittadinanza digitale, coltivando l’identità del netizen consapevole, capace di abitare la rete con autonomia critica anziché subirla passivamente, e investendo nell’ascolto profondo delle dinamiche relazionali, sia tra pari sia tra le generazioni. Nessun percorso pedagogico, tuttavia, potrà dirsi pienamente efficace senza pretendere e imporre alle big tech una radicale assunzione di responsabilità: i colossi del digitale devono essere obbligati a modificare quegli algoritmi induttivi e persuasivi che oggi costituiscono l’architettura delle piattaforme social, progettate per catturare l’attenzione a discapito del benessere psicologico e del legame sociale. Solo intrecciando la responsabilità tecnologica, la cura delle relazioni, la crescita di una cittadinanza digitale attiva e la forza di una comunità adulta coesa, le istituzioni, la scuola e le famiglie potranno tornare a essere il cuore pulsante di una cittadinanza comune. Fiorello Cortiana