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in questo blog metto un po di tutto se cerchi qualcosa che non trovi chiedimelo

venerdì 27 settembre 2019

Il Cardinal Martini e il caso Welby

“Io, Welby e la morte” di Carlo Maria Martini
(da “Il Sole 24 ore” – 21 gennaio 2007 – di Carlo Maria Martini)

Alla vigilia dei suoi 80 anni, il Cardinale Martini riflette sulla vita e la malattia e chiarisce che l’eutanasia non va confusa col rifiuto dell’accanimento terapeutico: c’è l’esigenza di elaborare norme che consentano di respingere le cure. «Per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci sono regole generali e non può essere trascurata la volontà del malato»
Con la festa dell’Epifania 2007 sono entrato nel ventisettesimo anno di episcopato e sto per entrare, a Dio piacendo, anche nell’ottantesimo anno di età. Pur essendo vissuto in un periodo storico tanto travagliato (si pensi alla Seconda guerra mondiale, al Concilio e postconcilio, al terrorismo eccetera), non posso non guardare con gratitudine a tutti questi anni e a quanti mi hanno aiutato a viverli con sufficiente serenità e fiducia. Tra di essi debbo annoverare anche i medici e gli infermieri di cui, soprattutto a partire da un certo tempo, ho avuto bisogno per reggere alla fatica quotidiana e per prevenire malanni debilitanti. Di questi medici e infermieri ho sempre apprezzato la dedizione, la competenza e lo spirito di sacrificio.
Mi rendo conto però, con qualche vergogna e imbarazzo, che non a tutti è stata concessa la stessa prontezza e completezza nelle cure. Mentre si parla giustamente di evitare ogni forma di “accanimento terapeutico”, mi pare che in Italia siamo ancora non di rado al contrario, cioè a una sorta di “negligenza terapeutica” e di “troppo lunga attesa terapeutica”. Si tratta in particolare di quei casi in cui le persone devono attendere troppo a lungo prima di avere un esame che pure sarebbe necessario o abbastanza urgente, oppure di altri casi in cui le persone non vengono accolte negli ospedali per mancanza di posto o vengono comunque trascurate. È un aspetto specifico di quella che viene talvolta definita come “malasanità” e che segnala una discriminazione nell’accesso ai servizi sanitari che per legge devono essere a disposizione di tutti allo stesso modo.
Poiché, come ho detto sopra, infermieri e medici fanno spesso il loro dovere con grande dedizione e cortesia, si tratta perciò probabilmente di problemi di struttura e di sistemi organizzativi. Sarebbe quindi importante trovare assetti anche istituzionali, svincolati dalle sole dinamiche del mercato, che spingono la sanità a privilegiare gli interventi medici più remunerativi e non quelli più necessa­ri per i pazienti, che consentano di accelerare le azioni terapeutiche come pure l’esecuzione degli esami necessari.

Tutto questo ci aiuta a orientarci rispetto a recenti casi di cronaca che hanno attirato la nostra attenzione sulla crescente difficoltà che accompagna le decisioni da prendere al termine di una malattia grave. Il recente caso di P.G. Welby, che con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie di sostegno respiratorio, costituite negli ultimi nove anni da una tracheotomia e da un ventilatore automatico, senza alcuna possibilità di miglioramento, ha avuto una particolare risonanza. Questo in particolare per l’evidente intenzione di alcune parti politiche di esercitare una pressione in vista di una legge a favore dell’eutanasia. Ma situazioni simili saranno sempre più frequenti e la Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione anche pastorale.

La crescente capacità terapeutica della medicina consente di protrarre la vita pure in condizioni un tempo impensabili. Senz’altro il progresso medico è assai positivo. Ma nello stesso tempo le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona.
È di grandissima importanza in questo contesto distinguere tra eutanasia e astensione dall’accanimento terapeutico, due termini spesso confusi. La prima si riferisce a un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte; la seconda consiste nella «rinuncia… all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo» (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 471). Evitando l’accanimento terapeutico «non si vuole… procurare la morte: si accetta di non poterla impedire» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2.278) assumendo così i limiti propri della condizione umana mortale.
Il punto delicato è che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate.
Del resto questo non deve equivalere a lasciare il malato in condizione di isolamento nelle sue valutazioni e nelle sue decisioni, secondo una concezione del principio di autonomia che tende erroneamente a considerarla come assoluta. Anzi è responsabilità di tutti accompagnare chi soffre, soprattutto quando il momento della morte si avvicina. Forse sarebbe più corretto parlare non di «sospensione dei trattamenti» (e ancor meno di «staccare la spina») ma di limitazione dei trattamenti. Risulterebbe così più chiaro che l’assistenza deve continuare, commisurandosi alle effettive esigenze della persona, assicurando per esempio la sedazione del dolore e le cure infermieristiche. Proprio in questa linea si muove la medicina palliativa, che riveste quindi una grande importanza.

Dal punto di vista giuridico, rimane aperta l’esigenza di elaborare una normativa che, da una parte, consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto (informato) delle cure – in quanto ritenute sproporzionate dal paziente – dall’altra protegga il medico da eventuali accuse (come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio), senza che questo implichi in alcun modo la legalizzazione dell’eutanasia. Un’impresa difficile, ma non impossibile: mi dicono che ad esempio la recente legge francese (la legge sui diritti del malato e la fine della vita cui fa cenno il Cardinale Carlo Maria Martini è stata approvata in Francia nel 2005) in questa materia sembri aver trovato un equilibrio se non perfetto, almeno capace di realizzare un sufficiente consenso in una società pluralista.
L’insistenza sull’accanimento da evitare e su temi affini (che hanno un alto impatto emotivo anche perché riguardano la grande questione di come vivere in modo umano la morte) non deve però lasciare nell’ombra il primo problema che ho voluto sottolineare, anche in riferimento alla mia personale esperienza. È soltanto guardando più in alto e più oltre che è possibile valutare l’insieme della nostra esistenza e di giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna.

Data l’affinità dell’argomento vi proponiamo di leggere il recente documento presentato della Fondazione Cortile dei Gentili, “Linee propositive per un diritto della relazione di cura e delle decisioni di fine vita“, frutto di un lavoro comune tra credenti e non credenti, che intende offrire la definizione di principi condivisi e adeguati alla realtà del delicatissimo rapporto fra medico e paziente.



martedì 3 settembre 2019

L'inquietudine esistenziale come via

Un gigante della laicità per credenti e non, l'inquietudine come cifra esistenziale che ci interroga con domande di senso.

venerdì 23 agosto 2019

Amazzonia nostro destino


Accuso Bolsonaro di crimini contro l'umanità, sia nei confronti  delle popolazioni indigene dell'Amazzonia, sia contro le popolazioni della Terra.

mercoledì 21 agosto 2019

Addio a Giovanni Buttarelli

Il mio saluto e il mio omaggio a Giovanni Buttarelli, alla sua discrezione, passione e competenza, in coerenza con il lavoro di Stefano Rodotà sulla privacy nell'era digitale, in Italia e in Europa.

martedì 20 agosto 2019

10 indicazioni da implementare, prima è meglio

1- una politica per la società della conoscenza ricerca-istruzione-spazio/modalità digitale: forte credito di imposta per gli investimenti legati alla ricerca, superamento della Buona Scuola rimettendo al centro la funzione docente con una selezione concorsuale vera, alfabetizzazione digitale e implementazione/sviluppo di free software e open source;
2- Welfare inclusivo con responsabilizzazione e rendicontazione per volontariato e privato sociale, rilancio della sanità pubblica;
3- Manutenzione del territorio diffusa;
4- Piano Energetico basato su innovazione/risparmio e rinnovabili; 5- Sviluppo dell'Agroecologia con certificazione di filiera, multifunzionalità e riconoscimento della funzione di custodia e manutenzione del territorio; 6- Piano edilizio fondato sul recupero e la bioarchitettura con attenzione sociale; 7- Territorio e spazi pubblici come beni comuni da preservare con politiche di valorizzazione e non di svendita; 8- Piano Industriale fondato sul paradigma della sostenibilità e della sicurezza sul lavoro, il contrario dell'ILVA; 9- Piano delle Infrastrutture attento alla strategicità dell'interesse pubblico, cui le società partecipate devono rispondere: banda larga, trasporti, regimazione delle acque; 10- Un processo partecipato di razionalizzazione istituzionale che non riduca la rappresentanza ma aumenti la responsabilità civica e la rendicontazione, dalla razionalizzazione delle Regioni, a quella delle Provincie, Comuni, Città Metropolitane, alla riforma della legge elettorale, con un investimento serio per l'esercizio della Cittadinanza Attiva e una partecipazione informata al processo deliberativo. Una azione da condividere sul piano dell'Europa Unita.

sabato 10 agosto 2019

Il cerbiatto sotto casa wow!


Il Fronte Democratico Antifascista è retorica una politica alternativa è possibile

Per favore, risparmiateci la chiamata alle armi nel fronte democratico antifascista. La retorica non costituisce una proposta politica.
I sovranpopulisti sono il prodotto del Patto del Nazareno. Solo una discontinuità effettiva da quelle logiche consociative, che abbiamo visto esprimersi ancora la scorsa settimana in Parlamento con il voto sulla TAV, costituirà la condizione per un Campo Democratico. Occorre rimotivare quel 50% di cittadini che hanno smesso di votare. Non c'era nulla di riformista, innovativo, sostenibile e inclusivo nella proposta, che i cittadini hanno giustamente bocciato, di riforma costituzionale fondata sulla riduzione degli istituti di rappresentanza democratica. Così come non c'è nulla di riformista, innovativo, sostenibile e inclusivo nel considerare una zavorra e un ostacolo allo sviluppo le rappresentanze dei lavoratori e dei loro diritti, la TAV, la TAP, l'Ilva, lo Sblocca Italia, la Buona Scuola, il Jobs Act. Non c'è un Piano Industriale da oltre trent'anni, così come non ci sono un Piano Energetico e un Piano dei Trasporti. Non ci sono politiche ambientali credibili, in un momento in cui tutto il mondo deve fronteggiare i limiti dello sviluppo illimitato con i cambiamenti climatici conseguenti. Solo una proposta sistematica fondata su innovazione, sostenibilità, inclusione sociale, educazione e formazione può costituire una proposta politica credibile e alternativa alle paure e alle insicurezze sociali che oggi si affidano ai sovranpopulisti. Il resto sono chiacchiere di chi contende a Salvini il compito di realizzare le stesse politiche.