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giovedì 2 luglio 2026

MILANO È IL BOSCO DELLA MERLATA*

MILANO È IL BOSCO DELLA MERLATA*
La città è attonita e sgomenta A Milàn se dis “se la va la g’ha i gamb”. Se un’operazione va in porto, significa che l’idea era solida e aveva le gambe per camminare. Per anni, l’amministrazione milanese ha corso su queste gambe, interpretando le norme in modo da attrarre investimenti, trasformare vecchi quartieri operai in distretti di grattacieli e ridefinire i confini dell’architettura contemporanea. La Procura della Repubblica ha ipotizzato che la velocità della corsa abbia fatto calpestare regole fondamentali del diritto amministrativo e penale. Milano si è così ritrovata al centro di una fitta rete di inchieste giudiziarie che toccano i tre pilastri simbolici del suo modello: la gestione dei grandi cantieri privati, con l’ipotesi di un sistema diffuso di abusi edilizi e lottizzazioni abusive, la valorizzazione/vendita del tempio del calcio di San Siro, con l’ipotesi di aver favorito le attuali proprietà di Milan e Inter, la modalità di concessione dei preziosi spazi commerciali nel “Salotto” della Galleria Vittorio Emanuele II. Uno scontro istituzionale che ha portato il sindaco Sala ad affermare che “Una parte — e sottolineo una parte — della Procura ha dato un’impostazione politica al suo lavoro e questo credo che non vada bene, al di là del fatto che gli interessi immobiliari su Milano ne abbiano risentito. Quello che mi ha veramente addolorato è stata la violenza verbale utilizzata dai PM nel sostenere le accuse.” La svolta in questo scontro è arrivata il 16 giugno 2026, con la prima sentenza del Tribunale di Milano sul caso della Torre Milano di via Stresa. Il Tribunale di Milano ha assolto tutti gli otto imputati nel caso “Torre Milano”, stabilendo che l’uso della SCIA al posto del Piano Attuativo non costituisce reato in quanto operato in buona fede, seguendo prassi consolidate. La Procura ha visto cadere il proprio impianto accusatorio penale in questo primo test giudiziario, con il Tribunale che ha escluso la presenza di condotte criminose deliberate o intenti fraudolenti. Questa sentenza ha ridefinito radicalmente il dibattito politico, spingendo il sindaco Giuseppe Sala e le associazioni dei costruttori a chiedere un tavolo di confronto tecnico per sbloccare i cantieri ancora fermi, ritenendo che la condotta della macchina amministrativa sia stata ampiamente riabilitata sul piano dell’onestà. Tuttavia, l’assoluzione penale non cancella le criticità strutturali messe in luce dall’inchiesta, aprendo un delicatissimo paradosso tra il diritto penale e quello amministrativo. La formula “il fatto non costituisce reato” certifica l’assenza del cosiddetto elemento soggettivo – ovvero il dolo o la colpa grave – ma non implica automaticamente che la normativa urbanistica sia stata applicata in modo corretto. I funzionari hanno agito in totale buona fede, seguendo prassi consolidate che ritenevano legittime per il bene della città: gli imputati vengono assolti penalmente. L’atto amministrativo, però, rimane oggettivamente viziato. I permessi edilizi: non costituiscono il frutto di un crimine, ma restano non conformi alle regole urbanistiche. Al di là dei tecnicismi giuridici, la vicenda mette a nudo una contraddizione strutturale sul ruolo dell’amministrazione comunale, oscillante tra la funzione di pianificatore pubblico e quella di puro facilitatore delle istanze private. Sostituendo i Piani Attuativi con la Scia per l’approvazione delle grandi torri, il Comune ha di fatto rinunciato a governare attivamente il territorio; il Piano Attuativo, infatti, obbliga le parti a concertare la nascita di un nuovo frammento urbano definendo in anticipo strade, servizi e aree verdi, mentre la Scia riduce l’ente pubblico a un controllo puramente formale e burocratico dei documenti ricevuti. Questa trasformazione è chiaramente visibile proprio nel progetto di via Stresa 22, nel distretto della Maggiolina, oggetto della sentenza, dove prima della nascita della Torre Milano sorgeva un complesso industriale dismesso di 4.900 metri quadrati, caratterizzato da una struttura edilizia a cortina bassa e compatta. L’impatto della metamorfosi sul quartiere mostra due facce contrapposte. Sul fronte dei benefici urbanistici e ambientali, la torre di 80 metri e 24 piani ha concentrato la cubatura verso l’alto occupando 1.130 metri quadrati di suolo rispetto ai precedenti 4.900; liberando oltre 3.300 metri quadrati di spazio a terra, prima interamente cementificato, trasformandolo in un parco privato con alberi di ciliegio e aree giochi collegato visivamente al verde di piazza Carbonari, introducendo inoltre 88 appartamenti di lusso iper-tecnologici che hanno innalzato il valore commerciale della zona. Al contrario, l’impatto sui residenti ha sollevato forti criticità, scatenando la dura reazione degli abitanti degli stabili adiacenti, specialmente in via Belgirate, che hanno denunciato la perdita della luce solare e della vista panoramica, costituendosi parte civile per richiedere i risarcimenti dovuti al deprezzamento delle proprie case. Inoltre, l’inserimento di circa cento nuove famiglie in un’unica struttura ha aumentato la densità abitativa locale, incrementando la pressione sui parcheggi e sulla viabilità in un quartiere già congestionato, senza la parallela creazione di nuovi servizi pubblici. Il risultato tangibile è il cosiddetto “sovraccarico urbanistico” che ha colpito numerosi quartieri storici ed ex industriali. Dove un tempo sorgevano officine o bassi fabbricati commerciali, oggi svettano complessi residenziali ad altissima densità abitativa. Questo innesto massiccio di cubature è avvenuto senza un’adeguata pianificazione dei servizi di zona: le fognature, la viabilità, i parcheggi e gli asili nido sono rimasti dimensionati per i vecchi flussi, generando forti disagi per i residenti. Nemmeno il meccanismo delle “monetizzazioni” – ovvero il pagamento di una somma compensativa da parte del costruttore in sostituzione della cessione fisica di aree pubbliche – ha risolto il problema. Tali risorse finanziarie, confluendo nel bilancio generale dell’ente, sono state spesso destinate ad altre aree della città, lasciando i quartieri maggiormente densificati privi dei necessari standard di vivibilità. Questo clima di incertezza e lo scontro sull’interpretazione delle regole hanno finito per modificare radicalmente l’assetto finanziario della città, provocando un impatto pesante sui piani di investimento a lungo termine dei fondi immobiliari esteri. Il mercato milanese, storicamente dominato da colossi istituzionali statunitensi, britannici, francesi e del Qatar, sta registrando una fase di profonda mutazione strutturale dettata dall’aumento del “premio al rischio normativo”. Non considerando più Milano un porto sicuro dal punto di vista procedurale, molti comitati d’investimento internazionali hanno alzato i tassi di rendimento richiesti (i cosiddetti cap rates) per giustificare l’esposizione finanziaria sul territorio lombardo. Si registra, in particolare, una netta fuga dalle operazioni di forward funding, lo strumento con cui i fondi esteri acquistavano “sulla carta” interi complessi direzionali o residenziali prima dell’avvio dei lavori. Il timore concreto di vedere i propri capitali bloccati indefinitamente in cantieri sotto sequestro ha paralizzato le transazioni. Nei nuovi contratti preliminari di acquisto dei suoli, i fondi stanno inserendo rigide clausole di salvaguardia e tutele capestro che scaricano interamente sui costruttori locali il rischio di eventuali focolai giudiziari, prevedendo diritti di recesso immediato in caso di iscrizione nel registro degli indagati dei tecnici comunali. Pur senza abbandonare del tutto la piazza milanese, i grandi capitali stanno dirottando le proprie strategie: si preferisce investire sulla logistica dell’hinterland o sul recupero di complessi direzionali esistenti (brownfield) già provvisti di volumetrie consolidate, piuttosto che rischiare l’approvazione di nuove torri iconiche ad altissima visibilità pubblica e politica. Mentre l’inchiesta urbanistica registrava i primi assestamenti finanziari, la Procura di Milano ha aperto un secondo fronte: la vendita dello stadio Giuseppe Meazza e dei 29 ettari circostanti di San Siro per circa 197 milioni di euro. Le ipotesi di reato formulate dalla Guardia di Finanza sono pesantissime: turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio. La partita giudiziaria si giocherà interamente sul perimetro del dolo specifico previsto dall’articolo 353 del Codice Penale. Per far reggere l’accusa di turbativa d’asta, la Procura dovrà dimostrare che i dirigenti non hanno semplicemente cercato la strada amministrativa più rapida per trattenere le squadre a Milano, ma hanno utilizzato mezzi fraudolenti per manipolare la gara e favorire i privati. La difesa dei tecnici comunali si preannuncia speculare a quella già vista per la Torre Milano: la trattativa diretta era l’unico percorso praticabile per salvare un asset pubblico dal rischio di trasformarsi in una cattedrale nel deserto. Luglio 2026 il termine entro cui si concluderà l’analisi forense su smartphone, tablet e computer sequestrati a marzo. Si cercano le prove di accordi occulti precedenti ai passaggi formali in Consiglio. Salvo imprevisti, a settembre 2026 la Procura notificherà l’avviso di chiusura delle indagini preliminari. A inizio 2027 al Giudice dell’Udienza Preliminare la decisione cruciale sul rinvio a giudizio. La reazione dei proprietari americani di Inter e Milan, i fondi Oaktree e RedBird: si dichiarano del tutto estranei alla vicenda, precisando che l’inchiesta colpisce singole responsabilità di manager e consulenti esterni – come Mark Van Huuksloot per l’Inter e Giuseppe Bonomi per il Milan – senza scalfire l’integrità delle società. RedBird e Oaktree hanno congelato i capitali destinati alla progettazione esecutiva della nuova area di San Siro, riducendo i flussi di cassa operativi. Al contempo, i fondi mantengono caldi i motori dei piani alternativi a San Donato e Rozzano per tutelare gli investimenti esteri. Arriviamo al caso più recente: ai primi di giugno 2026, un terzo terremoto giudiziario ha colpito il cuore monumentale di Milano, la Galleria Vittorio Emanuele II. Le indagini hanno preso il via nei primi giorni di giugno a seguito di un dettagliato esposto presentato alla Guardia di Finanza da Massimiliano Lisa, fondatore e direttore del Leonardo3 Museum, una realtà culturale da tempo attiva nel “Salotto di Milano”. La figura di Lisa aggiunge all’intera vicenda una forte valenza pubblica, dato che l’imprenditore ha recentemente annunciato la propria candidatura a sindaco per le elezioni amministrative milanesi del 2027. Per raccogliere le prove necessarie a verificare le ipotesi di reato, i militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza hanno eseguito un massiccio ordine di esibizione di atti. L’obiettivo degli investigatori è spulciare la cronistoria di almeno nove specifiche procedure di assegnazione per capire se i bandi siano stati ritagliati su misura o se vi siano stati scambi di favori per aggirare le regolari procedure di evidenza pubblica. La Guardia di Finanza ha interessato il pool dei reati contro la pubblica amministrazione della Procura, coordinato dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e guidato dal pubblico ministero Grazia Colacicco. Gli inquirenti ipotizzano l’esistenza di anomalie e favoritismi sistematici nell’assegnazione di concessioni demaniali, spazi pubblicitari di grande valore e autorizzazioni per eventi privati legati a grandi brand. Al momento, il registro degli indagati conta otto persone, tra cui figurano funzionari del Comune di Milano, esponenti della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, e rappresentanti di società private, tutti a vario titolo accusati di corruzione e turbativa d’asta. L’esplosione di questo terzo filone ha innescato una violentissima guerra di nervi e reputazione tra i vertici di Palazzo Marino e il promotore dell’esposto. Nel tentativo di delegittimare e ridimensionare la figura di Massimiliano Lisa, il sindaco Giuseppe Sala e l’amministrazione comunale hanno promosso una decisa controffensiva comunicativa, tesa a qualificare Lisa come un soggetto guidato da rancori personali e interessi politici. Il sindaco ha attaccato frontalmente l’imprenditore, definendo la sua attività morosa nei confronti del Comune e accusandolo di occupare gli spazi della Galleria in violazione del divieto di subconcessione. Sala ha inoltre cavalcato la “connotazione politica” della vicenda, evidenziando il legame tra Lisa e l’ex procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano, da poco in pensione e candidata nella lista civica Milano Libera guidata dallo stesso Lisa per le comunali del 2027. La replica di quest’ultimo è stata fermissima: smentiti categoricamente i debiti – forti anche di una sospensiva del Consiglio di Stato sui provvedimenti di sfratto – l’imprenditore ha denunciato uno strumentale scambio di persona operato dall’amministrazione e ha formalizzato una querela per diffamazione contro il sindaco Sala, chiedendo la rimozione delle note comunali dal sito istituzionale. Di fronte a questa triplice pressione giudiziaria, la risposta della massima autorità cittadina è stata immediata, netta e priva di mediazioni diplomatiche. Il sindaco Giuseppe Sala ha preso la parola per difendere fermamente l’operato, l’onestà e la visione della sua amministrazione, rilasciando dichiarazioni virgolettate che segnano una netta linea di demarcazione tra la visione burocratica della Procura e la visione manageriale della sua giunta. Rivendicando la totale trasparenza delle decisioni prese nei suoi mandati, Sala ha dichiarato: “Tutto quello che ho fatto nei miei due mandati da sindaco si è sempre basato esclusivamente sull’interesse dei cittadini. Non c’è una sola azione che possa essere ascritta alla mia volontà di aggirare le regole.”. Il sindaco ha respinto con forza l’idea che a Palazzo Marino si muovesse un “sistema” opaco dedito a favorire gli speculatori immobiliari o i colossi del lusso, esprimendo profonda vicinanza umana e politica ai propri dirigenti iscritti nei vari registri degli indagati: “Sono state colpite persone oneste e a me vicine, c’è amarezza. Ho visto colpite persone che sono a me vicine e di cui sono certissimo dell’onestà, della correttezza tecnica, del rispetto delle regole.” Forte della prima sentenza favorevole, Sala ha persino archiviato la necessità di interventi legislativi romani per salvare l’urbanistica milanese, convinto che i giudici penali abbiano già fatto chiarezza sulla bontà delle procedure cittadine, affermando: “Ora lasciate perdere il Salva Milano.” Io non discuto l’onestà di Sala ma l’assenza di una visione politica e di una azione conseguente per Milano, città metropolitana europea. Ciò si riflette anche nella comparazione che vi propongo con una piccola digressione. Quando, come Collettivo Stadere, con don Gino Rigoldi e dei medici somministrammo metadone, compimmo un atto di disobbedienza civile. Fu un atto annunciato e pubblico: ex ante spiegammo le ragioni di una terapia a scalare e la somministrazione di metadone divenne poi profilassi ufficiale. Oggi siamo di fronte al paradosso ex post dove il comune presenta la violazione della normativa vigente come azione politica necessaria alla modernizzazione di Mano quando Guardia di Finanza e Magistratura riscontrano l’illecito. Il sindaco di Milano Beppe Sala ex post ha espresso posizioni nette e fortemente critiche sull’impianto delle norme nazionali e locali che regolano l’edilizia, specialmente a seguito delle maxi-inchieste giudiziarie della Procura di Milano sulla rigenerazione urbana (che hanno bloccato decine di cantieri e coinvolto oltre 70 indagati, tra cui lo stesso sindaco). Le sue dichiarazioni ruotano attorno al concetto che il Comune ha applicato una prassi interpretativa della legge contestando la mancanza di chiarezza normativa a livello centrale. “Noi non abbiamo sbagliato” Sala ha difeso fin dall’inizio l’operato degli uffici tecnici di Palazzo Marino: «Noi non abbiamo commesso errori. L’applicazione delle regole è avvenuta secondo lo stesso principio negli ultimi 13 anni». Questo parallelismo evidenzia la differenza profonda tra la disobbedienza civile ex ante (rivendicata e pubblica per cambiare una legge ritenuta ingiusta) e la difesa tecnica ex post (basata sulla legittimità amministrativa di prassi consolidate). Il quadro in cui si trova Milano descrive una città sospesa tra due visioni della legalità e dello sviluppo pubblico legate a normativa e interpretazione, dove la Magistratura è politica o meno laddove divergono o coincidono, ma manca la politica. Da un lato vi è la Procura di Milano, che verifica l’applicazione uniforme delle leggi nazionali in materia di appalti, urbanistica e gestione del patrimonio, ravvisando nelle scorciatoie procedurali il rischio di favoritismi e di compressione dell’interesse pubblico. Dall’altro lato vi è l’amministrazione comunale, supportata dal tessuto produttivo e imprenditoriale, che difende una prassi amministrativa ‘dinamica’, considerata l’unica capace di tenere il passo con le grandi metropoli europee. Se sul piano penale la buona fede e l’assenza di dolo sembrano proteggere gli indagati e i primi assolti dalle accuse più infamanti, sul piano amministrativo ed economico la partita resta aperta. I primi verdetti sui filoni di San Siro e della Galleria stabiliranno se il modello Milano ha ancora le gambe per continuare a correre o se occorre fermarsi per ridefinire le sue regole del gioco. È il piano politico ad essere assente: quale sistema territoriale metropolitano? Quali infrastrutture dei trasporti pubblici? Quali infrastrutture digitali? quale sistema energetico combinato tra biogas agricolo, data center e fotovoltaico, comunità energetiche di quartiere? quale regimazione delle acque e qualità ambientale? quali servizi sociali e culturali? La cultura consociativa delle forze politiche milanesi si basa sulla ‘Milano del fare comunque si faccia’, ma completiamo il proverbio iniziale ‘se la va la g’ha i gamb e se la va no la se desfa’. Per questo occorre una visione politica. Fiorello Cortiana *Il Bosco della Merlata era una vasta foresta storica a nord-ovest di Milano, famosa nel Medioevo e nel Seicento per essere rifugio di briganti e lupi.

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