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lunedì 20 luglio 2026

Parco Agricolo Sud Milano: la nomenclatura politica conserva sé stessa invece di un bene comune vitale

Il Parco Agricolo Sud Milano rappresenta una delle realtà ambientali e paesaggistiche più rilevanti e peculiari d'Europa. Istituito originariamente nel 1990, si estende su una superficie di oltre 47.000 ettari, abbracciando ben 60 comuni della cintura milanese. La sua unicità risiede nella sua stessa natura: non si tratta di un'area naturale incontaminata e sottratta all'intervento umano, bensì di un immenso polmone verde antropizzato, dove l'attività agricola intensiva convive da secoli con un fitto tessuto urbano e infrastrutturale. Il Parco Sud cinge la metropoli milanese, svolgendo una duplice funzione strategica irrinunciabile. Da un lato, funge da fondamentale cintura ecologica e di contrasto al consumo di suolo, mitigando l'effetto "isola di calore" tipico di Milano e preservando la biodiversità locale, i fontanili e i reticoli idrici storici, nonché le abbazie, i castelli e i borghi. Dall'altro, garantisce la tutela e lo sviluppo di un comparto agroalimentare di primaria importanza, capace di coniugare la produzione primaria con la salvaguardia del paesaggio tradizionale padano e con la produzione di biogas. Il Parco Agricolo Sud Milano ha una superficie territoriale ufficiale di 47.045 ettari (circa 470 chilometri quadrati), che corrisponde a circa il 30% dell'intero territorio della Città Metropolitana di Milano (esteso complessivamente per 157.500 ettari). Fino alla recente riforma, la gestione del Parco è stata storicamente radicata in capo alla Provincia di Milano e, successivamente, alla Città Metropolitana. Questa scelta istituzionale non era affatto casuale. La Città Metropolitana di Milano è l'ente territoriale preposto alla pianificazione strategica e di area vasta. Affidare il Parco Sud alla Città Metropolitana significava garantire una visione urbanistica e ambientale integrata. Permetteva di coordinare lo sviluppo dei trasporti, la logistica, l'espansione dei centri abitati e le politiche ecologiche in modo armonico con lo spazio agricolo circostante. Il Parco Sud non veniva concepito come un corpo estraneo o un vincolo esterno, ma come un pilastro fondamentale dello sviluppo sostenibile della stessa area metropolitana. Questa sinergia amministrativa ha consentito per anni di mantenere un equilibrio delicato ma funzionale tra le spinte della cementificazione urbana e le necessità di tutela del suolo agricolo, valorizzando la multifunzionalità delle aziende agricole e creando un legame diretto tra i produttori locali e il mercato dei consumatori milanesi. Il quadro istituzionale è stato radicalmente scardinato dalla recente legge della Regione Lombardia, che ha sottratto la gestione del Parco Sud alla Città Metropolitana. Questa riforma introduce profonde incongruenze giuridiche e operative, svuotando di fatto l'ente metropolitano delle sue storiche competenze di pianificazione ecologica. La nuova normativa ha istituito una governance autonoma, separando nettamente il destino del Parco dal territorio in cui è fisicamente e funzionalmente inserito. Il risultato di questa operazione è una pericolosa terra di nessuno amministrativa. Il Parco Agricolo Sud si ritrova oggi confinato in un limbo istituzionale inedito e penalizzante, definibile come l'anomalia del "né regionale, né metropolitano". Da una parte, il Parco non è stato pienamente integrato nei meccanismi diretti della macchina regionale, rimanendo escluso dalle grandi strategie di finanziamento e coordinamento che spettano alle aree protette di rilievo strettamente regionale. Dall'altra, è stato privato del cordone ombelicale con la Città Metropolitana, perdendo la capacità di incidere sui piani territoriali di coordinamento e sulle scelte urbanistiche dei singoli comuni. Questo isolamento forzato spezza la capacità del parco di incidere concretamente sui piani territoriali di coordinamento metropolitano (PTCM). Senza il legame con l'ente di area vasta, lo strumento del parco perde la sua forza d'urto politica, trasformandosi da attore della pianificazione a mero ufficio di erogazione di vincoli burocratici. Lo svuotamento delle competenze metropolitane genera una frammentazione dei centri decisionali che rischia di paralizzare l'efficacia dei controlli e la programmazione degli investimenti. La pianificazione dei trasporti, la gestione delle acque e la tutela delle fasce fluviali non possono essere scisse dalla pianificazione della cintura agricola circostante. Creare un ente parco separato dalla Città Metropolitana significa ignorare che le pressioni urbanistiche, il traffico logistico e la domanda di aree verdi provengono direttamente dalla metropoli. Questa anomalia istituzionale espone il parco a un rischio di strisciante declassamento, dove l'assenza di una forte sponda istituzionale metropolitana lascia i singoli comuni più esposti e isolati di fronte alle spinte della speculazione edilizia e della logistica pesante. Le profonde incongruenze normative e lo smarrimento identitario generati dalla nuova legge regionale trovano una manifestazione plastica e un riflesso evidente nelle recenti procedure amministrative dell'ente. In particolare, i nodi vengono al pettine se si analizza la recente manifestazione di interesse pubblicata per la selezione e la nomina del nuovo Direttore del Parco. Questo bando non rappresenta un semplice passaggio burocratico d'ordinaria amministrazione, ma costituisce lo specchio fedele della confusione strategica in cui l'ente è stato precipitato. La procedura selettiva evidenzia fin dalle premesse una totale e preoccupante mancanza di profilazione funzionale della figura dirigenziale richiesta per guidare una macchina complessa da quasi cinquantamila ettari. Invece di delineare un profilo manageriale e tecnico dai contorni chiari, precisi e finalizzati alle sfide specifiche del territorio milanese, la manifestazione di interesse si muove nel solco di una generica e indistinta ricerca di competenze, che infatti non vengono esplicitate. Manca del tutto l'individuazione delle priorità strategiche che il nuovo Direttore dovrebbe perseguire nel suo mandato. Questa lacuna non è un dettaglio formale, ma la diretta conseguenza del limbo istituzionale descritto in precedenza. Poiché non si capisce quale sia la reale missione politica del nuovo assetto del parco (La conservazione naturalistica pura? La tutela dell'agricoltura? La concertazione urbanistica regionale?) la presidenza sceglie di non definire i requisiti professionali del suo vertice tecnico. Il bando si trasforma così in una rete gettata nel mucchio delle nomine, priva di una visione selettiva. Un errore metodologico grave, un errore politivo, perché la direzione di un parco periurbano unico in Europa non può essere affrontata con competenze standardizzate o puramente burocratiche. La figura del Direttore dovrebbe rappresentare la sintesi operativa delle diverse anime del territorio, ma l'indeterminatezza della selezione rischia di tradursi nella nomina di una figura debole o inadeguata alle complesse pressioni ambientali ed economiche della cintura milanese. Il riflesso plastico della crisi di governance si manifesta nell'incapacità di decidere se premiare un profilo puramente amministrativo e gestionale o una figura dotata di specifiche competenze scientifiche sul campo. La mancata profilazione del Direttore appare ancora più critica se si considera l'estrema complessità ecologica, economica e tecnologica che caratterizza oggi il territorio del Parco Sud. Chi guida questa istituzione non deve semplicemente applicare regolamenti, ma governare transizioni epocali che richiedono competenze multidisciplinari di altissimo livello. In primo luogo, l'ente necessita di una forte competenza amministrativa per districarsi nella burocrazia dei finanziamenti europei e regionali. Al contempo, emerge il bisogno imprescindibile di un profilo di biologo ambientale fortemente orientato al mondo agricolo, capace di comprendere le dinamiche della produzione intensiva e di traghettare le aziende verso pratiche di agricoltura sostenibile e di conservazione del suolo. In secondo luogo, la sfida più moderna richiede la figura di un ecologista sistemico, indispensabile per affrontare l'impatto dei piani di insediamento dei grandi data center nell'area metropolitana milanese. Queste infrastrutture digitali, pur fondamentali per lo sviluppo economico, presentano un impatto enorme in termini di consumo di suolo, assorbimento di risorse idriche per il raffreddamento e spaventosi consumi energetici. Solo una visione ecologica integrata può pianificare la localizzazione di questi impianti in relazione alla sostenibilità ambientale, garantendo che le compensazioni ecologiche vadano a reale beneficio del territorio del parco e non si riducano a semplici operazioni di facciata. Infine, la direzione deve possedere una profonda comprensione della multifunzionalità della moderna agricoltura, che oggi include lo sviluppo delle energie rinnovabili, come gli impianti di biogas. Il Direttore deve saper mediare tra la necessità di produrre energia pulita da matrici agricole e la tutela del paesaggio tradizionale, evitando che la transizione energetica si trasformi in una surrettizia industrializzazione delle aree protette. La gestione integrata di data center, biogas, agricoltura di precisione e tutela delle acque richiede un vertice tecnico dalla profilazione nitida ed eccellente. Il limbo istituzionale generato dalla legge regionale, al contrario, rischia di consegnare questa immensa sfida a una guida burocratica priva degli strumenti culturali e tecnici necessari. Essendo stato tra i fondatori del Parco e avendone avviato la pianificazione ho proposto la mia candidatura. Il mio curriculum e il silenzio che lo circonda agiscono come un "indicatore biologico" che svela empiricamente la natura autoreferenziale, consociativa e opaca della nomenclatura politica che gestisce la transizione del Parco Sud. In questo scenario di profonda incertezza, i nodi critici della nuova governance non si limitano alle lacune teoriche e giutidiche del bando, ma si riflettono in modo tangibile nella gestione concreta della selezione delle candidature presentate. Un curriculum di estesa esperienza ecologica, istituzionale, territoriale e accademica, anziché essere oggetto di una trasparente valutazione comparativa basata sul merito e sulle competenze sistemiche necessarie (dalla gestione delle matrici ambientali alla pianificazione energetica), viene di fatto congedato in un vuoto informativo. Ad oggi, si registra una totale assenza di comunicazioni formali e di evidenza pubblica in merito ai criteri di selezione applicati, allo stato di avanzamento delle procedure e alla valutazione delle candidature presentate. Questa mancanza di trasparenza non rappresenta un mero ritardo burocratico, bensì la conferma plastica di come la nuova struttura decisionale, privata del controllo democratico e della visione di area vasta della Città Metropolitana, tenda a ripiegarsi su logiche di autoconservazione tipiche della nomenclatura. Il silenzio sulle candidature e l'opacità dei criteri selettivi dimostrano che il limbo istituzionale "né regionale né metropolitano" favorisce un modello gestionale in cui le competenze tecniche e la trasparenza amministrativa diventano elementi secondari o persino di disturbo rispetto a decisioni prese. Utilizzare una candidatura qualificata come parametro di misurazione, un indicatore biologico, appunto, permette di dimostrare empiricamente lo stato di salute democratica dell'istituzione. Un ente sano risponderebbe con la pubblicità degli atti e il confronto pubblico sui programmi; un ente svuotato e consociativo risponde con l'assenza di comunicazione. Questa opacità rischia di compromettere la credibilità stessa della transizione ecologica del Parco Sud, consegnando una sfida epocale (tra data center, biogas e tutela del suolo) a logiche di pura cooptazione politica in luogo di una partecipazione informata al processo deliberativo da parte di tutti gli attori sociali ed istituzionali interessati. Fiorello Cortiana

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