martedì 7 novembre 2023
Scusi... il pronto soccorso uro-andrologico?
Panorama della Sanità
INFORMAZIONE & ANALISI DEI SISTEMI DI WELFARE
ANNO XXXVI • N. 11 NOV 2023
“Scusi... il pronto soccorso
uro-andrologico?” 66
di ALESSIO CORTIANA
Public Health PhD Student,
School of Medicine and
Surgery-University of
Milano Bicocca
Learning
“Scusi...
il pronto soccorso
uro-andrologico?”
La salute sessuale maschile è un argomento rimosso
dalla cultura occidentale. Una questione di salute
pubblica non ulteriormente rinviabile
na questione di salute
pubblica non ulteriormente rinviabile
di ALESSIO CORTIANA
Nel nostro Paese assistiamo ad una preoccupante
carenza di salute e benessere
maschile che riguarda i giovani uomini,
ingiustificatamente esposti all’anonimato
sanitario e privati della possibilità, data da
politiche di informazione e formazione sulla salute
sessuale, di mettere le basi per un’età adulta e una
vecchiaia di qualità in termini di benessere psico-fisico,
con ricadute positive sui costi sociosanitari e sulla
qualità sociale. Si tratta di una questione di salute
pubblica non ulteriormente rinviabile.
Diverse ricerche hanno individuato nel fattore
culturale un elemento cruciale che ha visto dominare la
concezione di mascolinità propria della cultura
mediterranea, con l’esito di una concezione
stereotipata che affonda le sue radici
nelle espressioni culturali e relazionali dell’uomo primitivo,
che doveva essere prestante per sopravvivere
alle battute di caccia ed alle intemperie profonde
dell’era glaciale. Secondo Bly, questo modello primitivo
è intrinseco all’uomo perché alla base del suo
sviluppo filogenetico, Valdagni, afferma che “uno
degli stereotipi della mascolinità, l’atteggiamento
di sfida nei confronti del rischio, influenza in modo
negativo il comportamento degli uomini nei confronti
sia della prevenzione, sia della cura tempestiva delle
malattie”.
“OCCORRONO POLITICHE PUBBLICHE DI COMUNICAZIONE
SOCIALE VOLTE ALL’IMPLEMENTAZIONE
DI UN NUOVO PARADIGMA CULTURALE E CLINICO”
È un fatto che gli uomini, contrariamente alle donne,
si recano in numero inferiore dal medico, ricorrono
meno all’uso di farmaci, alle vaccinazioni ed agli screening
preventivi, preoccupandosi poco o per niente della propria
salute, se non nella misura del minimo indispensabile,
considerando la malattia un vero e proprio tabù,
che emerge maggiormente nell’affrontare tutte le patologie
connesse alla salute uro-genitale perché rimandano ai
significanti stessi dell’identità maschile (gli organi
dell’apparato genitale) e allo stesso tempo sono il perno
stereotipato e stereotipante dell’identità di genere.
Questo stereotipo non porta soltanto ad un’evidente riduzione
nell’accesso alle visite, ma anche ad una insufficienza
della conoscenza comune diffusa tra la popolazione
relativamente alle patologie specifiche dell’apparato
maschile, ad una carenza della loro considerazione
come eventualità e alla conseguente assenza di
preparazione nel saperle riconoscere, nel ritardo
nella richiesta di intervento quando si presentano.
Ne costituisce un caso esemplare, sconosciuto ai
più, la torsione del funicolo spermatico, altrettanto
frequente del varicocele, che necessita dell’intervento
chirurgico di derotazione per la preservazione della
gonade da effettuare entro un massimo di 4 ore dall’insorgenza,
essendo la latenza temporale correlata a una progressiva
necrosi dei tessuti con la potenziale perdita dell’organo. Se non
è culturalmente concepito che l’uomo possa contrarre
patologie a carico dell’apparato uro-genitale, conseguentemente
non può esistere la malattia e, quindi, non si rende necessario un
luogo dedicato alla cura di qualcosa che non può verificarsi.
Per affrontare consapevolmente i problemi di salute è necessario
saperli riconoscere, per questo sono fondamentali la formazione
e l’informazione diffusa, che insieme concorrono a determinare il
background socio-culturale della popolazione.
Occorrono perciò politiche pubbliche di comunicazione sociale
volte all’implementazione di un nuovo paradigma culturale
e clinico finalizzato alla prevenzione e alla cura, con l’offerta
di servizi specifici, di strutture sanitarie dedicate, di programmi
sanitari a breve, medio e lungo termine di prevenzione e
promozione della salute maschile, che la migliorino in termini
qualitativi e quantitativi. Sarebbe altrettanto necessario creare
programmi a lungo termine per la realizzazione di strutture
cliniche dedicate alla salute maschile, ospedali uro-andrologici
dotati di pronto soccorso, in analogia con l’ospedale
e il soccorso ostetrico-ginecologico.
“L’andrologo, questo
sconosciuto: la
maggioranza dei ragazzi
italiani non si è mai fatta
visitare da un esperto
della salute maschile,
eppure fra i 14 e i 20
anni uno su tre ha già
patologie andrologiche
con ricadute sulla
fertilità in un caso su
dieci.”
I maschi, dotati di un apparato genitale eteroflesso,
sembrano quasi non aver maturato alcuna curiosità
di sé dal punto di vista della relazione tra la propria dimensione
interna e quella esterna.
Di più, in forza dello stereotipo dell’uomo possente e
potente, che è uomo in quanto può dominare tramite l’atto
sessuale ed il suo complesso di organi genitali esterni,
quindi invasori di dimensioni interne e intime, vige un implicito
riguardante l’identità di genere, la sessualità e la salute:
non se ne parla se non nei termini di potenza maschile, declinata
come virilità invulnerabile.
È anche così che si sono formate le cortine di ignoranza o
anonimato delle patologie maschili, nonostante la loro incidenza,
come nell’esempio citato della torsione testicolare.
In controtendenza si pongono le strutture e gli interventi di cura delle
patologie con incidenza maggiore tra i meno giovani, dai tumori
prostatici all’impotenza, alla disfunzione erettile, visto che pur nella
permanenza dei tabù la popolazione più anziana può essere pensata
meno potente secondo il paradigma stereotipato della virilità.
Così come una maggiore attenzione è stata dedicata alle patologie
maschili della riproduzione poiché la capacità procreativa, oltre a
conferire identità e quindi valore individuale e sociale, ha
conseguenze economiche e giuridiche.
Tuttavia, questi esempi di impegno per la promozione della salute
maschile, così come i reparti di urologia e di andrologia, non realizzano
spazi esclusivi con un approccio olistico e globale.
Se vogliamo costruire una dimensione culturale che porti gli uomini
ad attuare una prevenzione consapevole, dobbiamo offrire loro
un habitat culturale, sociale, relazionale ed ambientale, che li faccia
sentire accolti con i loro bisogni, con le loro paure, con le
loro sensibilità, in strutture e con servizi finalizzati.
lunedì 6 novembre 2023
‘TECNOLOGIA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA: I PRO E I CONTRO’
‘TECNOLOGIA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA: I PRO E I CONTRO’
La giornata mondiale dell'insegnante
di Fiorello Cortiana
Il confronto promosso dalla Associazione Docenti Articolo 33 e dalla Gilda degli Insegnanti su ‘Tecnologia e Intelligenza Artificiale a scuola: i pro e i contro, nella Giornata Mondiale dell’Insegnante, è stata quanto mai tempestiva. Sia dentro il passaggio strutturale che vede una estensione digitale dello Spazio Pubblico, sia alla luce delle tecnologie usate nei conflitti in atto con l’Invasione dell’Ucraina da parte della Russia e con l’aggressione a Israele da parte di Hamas.
Una estensione digitale dello spazio pubblico che ha implicazioni profonde sulla sua natura costitutiva per la natura disintermediata e pervasiva della comunicazione sociale. Dentro questo ecosistema cognitivo collettivo costituito da Internet e da tutte le reti di rilevazione digitale ( basti pensare alle carte di credito o al Telepass) l’Intelligenza Artificiale (IA) apporta una ulteriore dimensione.
La sua capacità di codificazione, la sua capacità analitica, la sua comparazione statistica, con una potenza di calcolo enorme e in crescita, possono coadiuvare molto positivamente l’efficacia delle nostre decisioni in specifiche situazioni e specifici settori. Nello stesso tempo non va sottovalutato il rischio di affidare il nostro processo cognitivo, nonché scelte con implicazioni etiche e politiche delicate, ad algoritmi semantici. Già viviamo nel tempo dei social network con la criticità dell’’effetto Google’, l’off loading/lo scarico cognitivo. Avere la consapevolezza dei cambiamenti in atto e delle loro implicazioni diventa così una precondizione per moltiplicare i ‘pro’ e ridurre i ‘contro’ nello sviluppo dell’IA.
La giornata di confronto ha utilizzato un format che ha permesso sia il dialogo tra gli esperti, sia la loro relazione con gli oltre 200 insegnanti partecipanti e anche una intera classe della quale sarebbe interessante sapere le considerazioni. Ciò per la professionalità e la passione informata di Stefano Polli, Vice Direttore ANSA, che ha condotto il momento di esposizione e di Roberto Inciocchi, conduttore di Agorà su RAI Tre, che ha coordinato quello di confronto tra i relatori e con gli insegnanti.
Ha aperto gli interventi Nello Cristianini, dell’Università inglese di Bath, uno degli scienziati che sta sviluppando l’IA. Cristianini ha posto l’accento sulla necessità delle culture necessarie a comprendere l’IA. Tenendo insieme cultura scientifica e cultura umanistica come due mani che applaudono per l’interazione tra algoritmi e linguaggi sociali. A iniziare dalla comprensione scientifica e di contesto dei termini utilizzati, ciò per fornire gli strumenti per la cultura e la comunicazione per un benessere emotivo e fisico.
Le macchine informatiche oggi guardano Internet, analizzano migliaia di esempi e capiscono l’equivalenza: ad es. ‘Banana= Giallo Spinaci= Verde Carota=’. Ci sono cose che le macchine possono comprendere e noi no, e viceversa. Nessuno del resto separa i fatti dalle opinioni: ognuno guarda le cose dal proprio punto di vista anche le macchine con i loro algoritmi. Un pensiero scientifico e un pensiero critico garantiscono uno spirito critico e non omologato: capacità analitiche, capacità di fare ipotesi, capacità di mettere in discussione le ipotesi.
Questo ci consente di rispondere a quesiti quali ‘l’IA può aiutare a potenziare lo spirito critico?’ constatando che Chat GPT e simili usano il linguaggio statistico ma non la capacità di pensare, ragionare e usare il pensiero critico. Sono solo un modello linguistico: occorre verificare la veridicità delle informazioni che usano. Cristianini di fronte alle preoccupazioni per l’IA ha esortato a curare l’ansia con la conoscenza e lo studio per esercitare una capacità e responsabilità di scegliere.
Il quadro proposto da Cristianini è stato condiviso e sviluppato dagli altri relatori.
Gilberto Corbellini, Storia della Medicina e Bioetica alla Sapienza, ha rilevato come l’ignoranza e l’omologazione accompagnano il declino della democrazia liberale. È evidente la dannosità della polarizzazione in chiave ideologica di contrapposizione alimentata da chatbot, come accaduto negli States con il RussiaGate. In Europa è maggioritario il gradimento per le democrazie, ma in Italia si ha il gradimento più basso.
Corbellini ha interloquito con Chat GPT testando contraddizioni e attendibilità. E’ divertente la laconica risposta di Chat GPT ‘Fidati ma controlla sempre’. A una domanda di Cristianini aveva risposto ‘Se le persone si affidano solo a me potrebbero iniziare a credere che pensare è troppo faticoso’. Del resto, per natura siamo geneticamente pigri e ci affidiamo a chi può fare le cose per noi.
Ma Giuseppe Corasaniti, Filosofia del Diritto Digitale alla Università Mercatorum, ha richiamato l’attenzione sul modo di comprendere intuitivo: le macchine non lo fanno, noi possiamo. Per questo è necessario che chi crea soluzioni tecnologiche venga responsabilizzato, già stiamo scontando lo scostamento tra i tempi storici del modello di sviluppo illimitato rispetto ai tempi biologici del vivente, ora dobbiamo essere consapevoli dell’ulteriore accelerazione dettata dai tempi tecnologici. Ana Millan Gasca, Matematiche Complementari all’Università Roma Tre, ha proposto la relazione tra alfabetizzazione scientifica e la formazione dell’essere umano.
Dal 1500 abbiamo conosciuto una matematizzazione estesa e il giudizio culturale è dentro a questi tempi lunghi della rivoluzione scientifica/tecnica e con la scomparsa dello studio della storia del pensiero economico si studia la matematica senza comprenderne il senso. Siamo in una bolla educativo/scientifica e la scuola deve essere una camera di decompressione e di approfondimento. Una funzione complicata per la formazione di ambienti di iperspecializzazione dove le scienze hanno disertato la cultura umanistica. Oggi la comunità scientifica avverte la responsabilità di accettare di scegliere e di raccontare.
La scuola deve puntare sul significato per trovare il proprio posto nel mondo e dare il senso del destino umano. Per questo occorre una valutazione dei problemi epistemologici delle discipline: la lingua non serve a vendere o a produrre ma a esprimersi. Millan Gasca ha esortato ad avere fiducia nei ragazzi, la scuola deve insegnare a scoprire il mondo. Corasaniti gli ha fatto eco: la scuola, anche dentro l’estensione digitale dello spazio pubblico, deve dare regole di comportamento, convivenza, dialogo. Quindi anche regole per l’IA, differenziate tra settori e con un’etica della responsabilità.
Il programma sono gli studenti, cittadini liberi/ consapevoli/responsabili/critici. Oggi ci sono problemi di lettura e di scrittura negli studenti universitari, insieme a problemi di relazione sociale con le differenze e le regole. Per avventurarsi, sperimentare, verificare i limiti e mettere in crisi le logiche, occorre una cultura multidisciplinare lungo tutto il percorso di istruzione. Le idee contano se espresse concretamente, del resto, il significato etimologico di ‘sapere’ viene dal latino “aver sapore”, “odorare”.
Non c’è solo Chat GPT, occorre addestrare i modelli linguistici, in modo dialogico, per avere risposte appropriate. Risposte coadiuvanti della decisione e non sostitutive, per un rapporto sereno e consapevole con la tecnologia. La scienza, la scuola: e la politica? Andrea Cangini, oggi Segretario della Fondazione Einaudi è stato il relatore del documento approvato all’unanimità a conclusione dell’Indagine Conoscitiva proposta dalla Commissione Istruzione pubblica, beni culturali del Senato sull’IMPATTO DEL DIGITALE SUGLI STUDENTI, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO AI PROCESSI DI APPRENDIMENTO.
‘Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi muscoloscheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza, alienazione, depressione, irascibilità, aggressività, insonnia, insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacità di concentrazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la capacità dialettica… Sono gli effetti che l’uso, che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di smartphone e videogiochi produce sui più giovani.’ Chiaramente legati alle modalità di comunicazione dei diversi social.
Cangini, con riferimento ai signori delle corporation del digitale, ha denunciato il condizionamento dei processi cognitivi, delle coscienze e delle decisioni da parte di un pugno di uomini con una polarizzazione della società. Ha riproposto il motto di Luigi Einaudi ‘Conoscere, dibattere, deliberare’. Per ‘ Uomini formati da uomini, per non parlare a vanvera’ ha chiosato Roberto Inciochi. Confermando quanto detto in apertura dal Coordinatore Nazionale della GILDA-FGU Rino Di Meglio ‘Cultura scientifica e cultura umanistica: non una contrapposizione tra assoluti ma una condivisione su educazione e consapevolezza.
La medicina non è la censura ma lo sviluppo del senso critico nella scuola. Se l’insegnante conosce il suo alunno può distinguere la sua risposta da quella di Chat GPT. Gli insegnanti non formano sudditi ma coscienze critiche di cittadini.’ Un buon incontro per una condivisione di consapevolezza nella società della conoscenza, da sviluppare con occasioni di confronto tra buone pratiche di una piena relazione tra mente-corpo-natura per una cittadinanza piena e attiva.
mercoledì 1 novembre 2023
Tina, un esempio
Li radunarono tutti in piazza. Ragazze e ragazzi, tanti bambini. Volevano educarli e così li fecero assistere all’impiccagione di 43 giovani rastrellati nei dintorni. Poi, nonostante tanti tra i bambini si fossero sentiti male, fecero sfilare tutta la scolaresca sotto sotto i cadaveri appesi. I nazifascisti così educavano.
Tra di loro, nella scolaresca, c’era Tina Anselmi. Una ragazzina, all’epoca. Che vide morire impiccato un amico, il fratello di una sua compagna di classe. Quell’orrore fu il suo punto di svolta. Perché da quel giorno Tina decise che “per cambiare il mondo bisognava esserci”, e divenne così partigiana.
Fu staffetta, affrontò rischi enormi. Una volta dovette rimanere in un fiume gelido per non farsi scoprire, con un amico che le teneva la bocca chiusa con le mani perché dal freddo le battevano i denti. Ma la vera “vendetta” contro i nazifascisti l’ebbe nel dopoguerra, quando divenne la prima donna italiana a guidare un Ministero. L’ebbe con la legge sulla parità di trattamento uomo-donna sul lavoro. E a lei dobbiamo anche la nascita del servizio sanitario nazionale, la cui legge ebbe come prima firma la sua.
Si spegneva oggi, il 1 novembre, una grande donna e una grande politica italiana. Fatta di una pasta diversa da molti e molte di quelle che vediamo oggi.
A lei, a cui dobbiamo molto, il nostro ricordo.
mercoledì 18 ottobre 2023
La violenza in città e l'urbanistica
LA VIOLENZA IN CITTÀ E L’URBANISTICA
Una deriva che sembra inarrestabile
Tre i raid a colpi d’arma da fuoco nella zona del Parco Verde di Caivano, nella cintura metropolitana di Napoli, da quando la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è andata personalmente sul posto lo scorso 31 agosto. Nel corso dell’ultima hanno sparato 19 volte con armi di due diversi calibri.
A Tor Bella Monaca, periferia di Roma, la sera di martedì ventinove agosto un ventottenne ha tentato di investire con lo scooter il prete antimafia don Antonio Coluccia impegnato nella marcia della legalità.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Sempre lì, uno spacciatore denunciato per l’aggressione alla portavoce del comitato collaboratori di giustizia dell’associazione “Laboratorio una donna”, in stato di libertà, è stato arrestato per lesioni aggravate: lo scorso 9 settembre aggredì Maricetta Tirrito, volontaria di Ostia che stava partecipando all’iniziativa promossa dopo il tentato omicidio di don Coluccia.
I parlamentari della Commissione parlamentare di inchiesta hanno ascoltato decine di persone, da Scampia a Napoli ai carruggi di Genova, dal quartiere Zen alla Vucciria a Palermo, dalle periferie torinesi a quelle romane, e ovunque vi sia un’area degradata in Italia. Ne esce un quadro preoccupante: almeno 15 milioni di persone in Italia vivono in situazioni di degrado nelle periferie e nei centri urbani. La commissione ha rilevato il profondo degrado delle costruzioni realizzate negli ultimi cinquant’anni. “In tutte le grandi città italiane le scelte architettoniche di pianificazione delle periferie compiute per affrontare l’emergenza abitativa, invece di risolvere il problema lo hanno aggravato.
Accade in quartieri come Scampia a Napoli, Zen a Palermo, Corviale a Roma, le Dighe a Genova, San Paolo a Bari.”. Milano non è immune da questa condizione, basti pensare al quartiere San Siro, periferia ovest di Milano. A pochi isolati dallo stadio Meazza, sotto Piazza Segesta, si passa dal giorno residenziale e benestante, dove ci sono le case dei calciatori di Milan e Inter, dj e cantanti, alla notte delle case popolari dove oltre il 50 per cento della popolazione è di origine extracomunitaria e composta da 85 etnie vive con i muri che cadono a pezzi, le frecce nere sull’asfalto che indicano dove comprare una dose, e ragazzi con videocamera: le vedette che, in auto, controllano il territorio.
Come hanno potuto verificare gli assessori Granelli e Maran in visita sul posto. Come ha evidenziato il resoconto della Commissione parlamentare di inchiesta. Da Milano a Palermo cresce il racket delle case popolari. Quartieri illegali e ghettizzati dove lo Stato sembra assente. Da Nord a Sud nelle periferie delle grandi città c’è un tessuto sociale organizzato di bande e malavita organizzata che alle istituzioni risponde che lì comandano loro.
Così nel quadrilatero delle case popolari del quartiere di San Siro, secondo i dati della Prefettura, su seimila alloggi popolari si contano oltre 800 occupazioni abusive su seimila alloggi popolari, nella scuola di via Paravia non ci sono studenti italiani e nell’oratorio di don Fabio su 56 ragazzi solo 5 sono italiani. Di quale inclusione parliamo in un contesto così? Il racket, portato avanti dalla malavita locale, chiede tremila euro in cambio di un appartamento. A Nord il livello di soddisfazione rilevato per la qualità della vita è superiore all’80 per cento, nella zona Selinunte scende quasi di 30 punti, tra i più bassi dell’intera città. Non che sia diverso nel quadrilatero di via Odazio e Piazza Tirana, tra via Giambellino e via Lorenteggio.
Ormai non sorprende l’esortazione e la considerazione dell’ineffabile sindaco Sala per “Andare oltre il tema delle periferie” cioè “Nelle grandi città dobbiamo andare veramente un po’ oltre il tema. Non è che non ci sia più. A Milano ci sono ancora zone periferiche difficili, ma non mi sentirei più di dire che c’è un centro e delle periferie e inoltre anche i cittadini del centro sentono i problemi”. Infatti, lui della zona San Siro vede solo l’area oltre Piazza Segesta dove è stata approvata dalla sua giunta la delibera di pubblico interesse per la costruzione di un nuovo impianto affiancato da un distretto multifunzionale, finanziato da Inter e Milan e dal valore di 1,2 miliardi di euro.
Così sull’area dell’ex Trotto ha deciso di investire il gigante immobiliare Hines con un nuovo centro residenziale, dove vorrebbero costruire l’impianto da padel più grande d’Italia. al posto delle ex scuderie arriverà un centro termale di lusso e 400 appartamenti. La gentrificazione di Milano, combinata con il risiko fondiario immobiliare dei fondi di investimento, non basterebbe a spiegare questa separazione sociale e urbanistica. Ci vuole una assoluta mancanza di compassione per la città e la comunità che ci vive, insieme a una assenza totale di consapevolezza del ruolo di indirizzo che tocca alla politica pubblica.
Questa frattura sociale prende corpo nella mancanza di soggettività della politica che lascia il compito ai soggetti della deriva finanziaria dell’economia, generatori indifferenti di marginalità e disuguaglianza sociale. Il fatto che da noi questa situazione non abbia prodotto rivolte diffuse, come nelle banlieue delle città francesi non significa che non abbia la stessa gravità di separazione culturale, sociale, scolastica, politica, istituzionale.
Eppure altre pratiche, altre modalità di ripristino della legalità accompagnata da attenzione sociale sarebbero possibili, proprio a partire dalle case popolari, un tempo laboratorio dell’emancipazione sociale con biblioteche, centri sociali, sedi dei partiti popolari, lavatoi comuni. Basterebbe aggiornare le funzioni e mandare operatori volenterosi e motivati a progetti di partecipazione. Ad esempio il progetto di azione concreta partecipata di orticoltura sociale urbana ‘La Terra che non c’è’ in zona via Padova, coinvolge studenti del liceo e generazioni anziane attraverso la co-progettazione. Si creano comunità con condivisione di pratiche e senso del proprio territorio. Eppure non risulta un coinvolgimento dei due animatori Antonio Ferrante e Elisabetta Bianchessi per usare questa esperienza come modulo e matrice per riproporla nelle altre periferie milanesi e negli spazi residuali e abusivi della cintura urbana.
Paolo Natale, docente di sociologia alla Statale di Milano, alla luce di una sua ricerca ha constatato che «Sembra ci siano residenti di serie B, non considerati e non coinvolti». A metà del secolo, come ricorda l’ONU, oltre il 70% della popolazione mondiale sarà inurbata: quale qualità del vivere sociale urbano pensiamo di proporre? La questione riguarda tutti ed ha direttamente a che vedere con la crisi dell’istituto della democrazia e della partecipazione che la vivifica.
Non sorprende l’unicità del commento del Ministro Crosetto “C’è paura in Francia, c’è paura in tutta la Francia, da fuori non possiamo che osservare ed augurarci che finisca. E questo deve insegnarci che le disuguaglianze che si sono create negli ultimi 20 anni vanno affrontate in modo serio.
Penso che l’Europa debba porsi il tema. C’è un’Europa dei mercati, delle regole, un’Europa che abbiamo sempre avuto in mente tutti, una Europa delle persone e dei popoli. L’Europa delle persone e dei popoli esiste quando a quando gli ultimi, delle banlieue francesi, o delle nostre periferie non sono lasciati indietro. Perché se le persone sono lasciate indietro, si crea l’humus per cose di questo tipo, questo non può essere un problema francese ma di tutti quelli che pensano che la società debba essere inclusiva, debba creare condizioni di vita buone per tutti perché se non è così, poi alla fine la violenza esce fuori. Quindi non lasciamo la Francia sola ma soprattutto prendiamo lezione da quello che sta accadendo”.
Fiorello Cortiana
sabato 26 agosto 2023
sabato 19 agosto 2023
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