ciao, welcome :-)

in questo blog metto un po di tutto se cerchi qualcosa che non trovi chiedimelo

mercoledì 29 luglio 2020

In difesa del Parco Nord

Il Parco  Nord è un esempio lungimirante di rinaturalizzazione ricavato dalla ricucitura paziente degli spazi residuali del continuum urbanizzate. Il resto  lo hanno fatto gli alberi, le siepi, gli animali e il riconoscimento sociale. 
Salvaguardiamo la memoria  e il Parco. 

Qualche giorno fa hanno cominciato a recintare l'area boschiva del Parco Nord tra Bruzzano, Niguarda e Bresso dove sorgerà il cantiere della vasca di laminazione per contenere le esondazioni del torrente Seveso.
Da molti anni cittadine e cittadini, comitati e associazioni denunciano come le vasche di laminazione non siano la soluzione adeguata e propongono concrete e praticabili alternative che comprendono: chiusura degli oltre 1400 scarichi abusivi e pulizia delle acque con conseguente potenziamento del canale scolmatore verso il Ticino, deimpermeabilizzazione delle sponde del torrente e utilizzo di aree golenali per lo scarico di acque in eccesso. Con i cambiamenti climatici i fenomeni meteorologici si fanno sempre più intensi e, proprio per questo motivo, serve una netta inversione di tendenza delle politiche ambientali condotte fino ad ora. Bisogna aumentare il numero di piante ad alto fusto e ridurre le superfici cementificate; per tale ragione non possiamo tollerare il disboscamento di 4 ettari di Parco Nord per far spazio a un progetto obsoleto e molto costoso. Vogliamo tutelare l'ambiente, contribuire a mitigare il cambiamento climatico e tutelare la salute dei cittadini messa a repentaglio dalla qualità delle acque di uno dei corsi d'acqua più inquinati d'Europa.

Per la difesa del suolo e del Parco ti aspettiamo:

 giovedì  30 luglio dalle 18,00


all'incrocio tra via Ornato, via Aldo Moro e via Del Regno Italico con cartelli e manifesti per una protesta determinata e colorata, successivamente ci sposteremo verso l'interno,verso la passerella sul Seveso.

ASSOCIAZIONE AMICI PARCO NORD

 


sabato 25 luglio 2020

Addio a Maurizio Pieroni


È morto il mio amico Maurizio Pieroni, insieme in LC, insieme a fondare i verdi, mio capogruppo al Senato nella parabola bella e mortificata dell'Ulivo. Addio pieno di dolore.

domenica 19 luglio 2020

Addio a Giulia Maria Crespi


Il mio ricordo per Giulia Maria Crespi, una ecologista intensa e tenace. L'ho conosciuta nel 1992: burbera e valutatrice, poi complice in tante battaglie per l'ambiente, l'agricoltura e la salute. L'ultima per contrastare la inutile tangenziale esterna che avrebbe ferito mortalmente Parco Sud e Parco del Ticino. La chiamai, le illustrai il gioco messo in atto e con lei e Marco Vitale facemmo una conferenza stampa a Villa Necchi del FAI. Il Corriere coprì l'iniziativa e il tema, come sempre quando la Giulia Maria prendeva posizione. Grande e infaticabile. Addio!

Le elezioni amministrative francesi

26 giugno 2020

LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE FRANCESI

Un elettorato post ideologico fluttuante

I risultati delle municipali francesi hanno dato delle indicazioni importanti. Certamente un astensionismo record del 60%, che conferma la crisi dell’istituto della democrazia che accompagna la globalizzazione. Però gli effetti di una globalizzazione all’insegna di uno sviluppo quantitativo illimitato, energivoro e a spese delle risorse naturali e della biodiversità, sono anche altri.
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La reazione tribale di un sovranismo razzista da Piccola Patria autarchica non è un effetto scontato: il consenso per la proposta ecologista è stato un effetto tanto diffuso quanto sorprendente. Questo avviene quando essa intreccia la sostenibilità ambientale con quella sociale e della partecipazione democratica, quando indica che si può fare bene e diversamente, con benefici per l’economia, il lavoro, la salute e la qualità del vivere sociale. La sensibilità per l’emergenza climatica globale cerca risposte coerenti nella prossimità locale, questo è il messaggio degli elettori francesi.
Risposte coerenti ed efficaci qui e ora: l’elettorato post ideologico è fluttuante, sceglie, prova e, nel caso, cambia. Così se, dopo le europee, la République en Marche di Macron sembrava dominare le grandi città, oggi Lione, Besançon, Poitiers, Bordeaux, Strasburgo, Grenoble, probabilmente Marsiglia, sono affidate a Europe Ecologie. Anche la capitale ha visto la conferma della sindaca Hidalgo grazie al chiaro accordo programmatico con gli ecologisti. La destra francese prende Perpignan e la maggioranza dei piccoli comuni oltre i 9000 abitanti. Si traccia così un confronto, una contrapposizione che vede nell’effettiva conversione ecologica la capacità competitiva del campo democratico.
Macron ha annunciato uno straordinario investimento per la Green Economy e non mi stupirei se provasse a coinvolgere da subito Dany Cohen Bendit. Ciò risulterebbe un artifizio spuntato se non preludesse e accompagnasse un effettivo cambio di paradigma per il paese del nucleare, dello sciovinismo e dei Territori di Oltremare. La scelta di un’Europa effettivamente politica, federale, democratica, per il diritto al welfare, all’ambiente, alla trasparenza digitale, capace di una cooperazione internazionale in luogo del colonialismo. Basti pensare che per quanto riguarda l’acqua potabile troviamo solo conferme della disparità Nord/Sud: in Africa circa il 75% della popolazione rurale non ha acqua potabile; in America Latina sono il 77%; in Estremo Oriente circa il 70%. Sono più di 600 milioni le persone al mondo prive di acqua potabile.
La proposta degli ecologisti è stata chiara. Più possibilità di partecipazione informata per i cittadini, un decisivo passaggio dalla deriva finanziaria a un’economia sostenibile, con certificazione di filiera energetica, chimica e territoriale. Un mercato immobiliare che punti sulla qualità e sul risanamento energetico. Per un ecologista la questione dell’identità, dentro le incertezze omologanti della globalizzazione, non si lega a fedi religiose, caratteri etnici, dialetti di provenienza. L’identità è legata all’abitare consapevolmente un territorio, quindi a esercitare una cittadinanza attiva che alimenti una comunità capace di esprimere un’opinione pubblica avvertita. Si pensi che fino a un secolo fa si nasceva, si viveva e si moriva in un intorno molto piccolo, di non più di 50 chilometri.
 Oggi ogni individuo nella sua vita interagisce con qualcosa di ben più grande del mondo in cui vive. All’inizio del secolo scorso gran parte dell’umanità, sostanzialmente contadini, viveva in campagna. Oggi la gran parte dell’umanità, e toccherà il 70% in questo secolo, vive inurbata, con un doppio rapporto: di desertificazione di buona parte della superficie terrestre, e di cementificazione energivora di quei luoghi che erano e possono tornare a essere le città: luoghi di un nuovo urbanesimo, capace di esercitare funzioni di sintesi e innovazione, localmente e globalmente.
La sfida ecologica, se è da un lato ineluttabile, dall’altro è una metafora importante per leggere insieme tanti problemi del pianeta; l’ecologia non deve essere tanto un punto di vista complessivo, quanto il tentativo di riannodare insieme molti punti di vista.
A fianco della continuità strutturale tedesca dei governi ecologisti, moltissimi elettori francesi, tra i quali tanti giovani, hanno indicato questa via. Ancora una volta gli ecologisti francesi trovano conferma elettorale quando costruiscono un’offerta fondata sulle competenze, su proposte credibili e attuabili, su un profilo politico europeo, libero da qualsivoglia sudditanza da cespuglio che si accontenta di sopravvivere. Germania, Francia… manca l’Italia, è una questione da affrontare.
Fiorello Cortiana

domenica 21 giugno 2020

Più riflessione e meno luoghi comuni sullo smart working

Trovo che da tempo Sala affidi le sue esternazioni ai suoi responsabili della comunicazione. A volte, spesso, l'assenza di empatia sociale è imbarazzante. Nel caso dello smart working non si puo andare per semplificazioni e luoghi comuni, tipo 'non lavora nessuno', perché la cosa è più complessa. Primo, non  timbrare il cartellino non significa produrre di meno se il lavoro è organizzato a progetto, la cosa rimanda ai modelli organizzativi e alla logica gerarchica di comando figlia del secolo scorso. Secondo, il lavoro a casa e l'uso di piattaforme adeguate per gli incontri fanno risparmiare tempo di trasporto, ingombro statico e dinamico dei mezzi privati, emissioni inquinanti, incidentalità ecc. Forse occorre una riflessione più approfondita.

martedì 16 giugno 2020

RIFIUTI: UNA DEROGA PERICOLOSA




5 giugno 2020 ARCIPELAGO MILANO

DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE: PRODUCI, USA GETTA?

Idee per un utilizzo sostenibile



Lo spettro delle mafie, che si inseriscono nei “buchi” lasciati dallo Stato, continua ad aggirarsi negli impianti di gestione dei rifiuti milanesi. Se i rifiuti tradizionali diminuiscono, aumentano quelli sanitari (guanti, mascherine, camici…), di cui è ancora più importante il corretto smaltimento.

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C’è una conseguenza del COVID-19 che ha e avrà una permanenza più duratura della diffusione del contagio: i dispositivi di sicurezza individuale (DPI); mascherine, camici, guanti e occhiali sono monouso e dopo il loro utilizzo devono essere gettati, le strutture sanitarie, i luoghi di lavoro, i mezzi pubblici, devono essere costantemente sanificate e igienizzate e i prodotti e gli stracci utilizzati devono poi essere smaltiti.
Con l’emergenza coronavirus, in Italia i rifiuti ospedalieri sono aumentati del 20% e questo mette sotto pressione gli operatori del settore. Si tratta del 20% in più sulle circa 1.000 tonnellate di rifiuti sanitari pericolosi, che non sempre vengono gestiti e smaltiti in modo corretto. Per l’Ispra entro il 2020 il sistema italiano dovrà fare i conti con un quantitativo di rifiuti, per l’uso di mascherine e guanti, che può variare tra le 150mila e le 450mila tonnellate1.
ASL e Aziende Ospedaliere, con gare pubbliche, affidano la raccolta, il trasporto, lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti ad impianti di proprietà degli affidatari, o in convenzione con essi. Negli impianti di incenerimento dei rifiuti sanitari vi è una capacità annua non utilizzata di 200mila tonnellate. Al momento gli impianti italiani sono sufficienti, con una capacità di trattare circa 340mila tonnellate di rifiuti sanitari: 220mila con incenerimento e 120mila con sterilizzazione. Ciò a fronte di circa 145mila tonnellate di quantità effettivamente trattate: 96mila con incenerimento e 50mila con sterilizzazione.
Nella legge di conversione del Cura Italia l’art.113-bis consente un deposito temporaneo dei rifiuti fino al doppio rispetto a prima, e per più tempo. Le deroghe al deposito temporaneo dei rifiuti previste dall’articolo 113-bis possono alimentare il sistema criminale gestito dalle ecomafie. L’ampliamento dei limiti quantitativi dei rifiuti e l’estensione dei tempi di permanenza nei depositi temporanei è possibile senza autorizzazioni prima del loro avvio al recupero o allo smaltimento. Un quantitativo che può arrivare al doppio rispetto a prima: 60 metri cubi, di cui 20 metri cubi di rifiuti pericolosi con tempo di permanenza fino a 18 mesi, mentre prima il limite era di un anno.
Si tratta di deroghe che non rispondono ad una emergenza effettiva, perché l’aumento dei rifiuti sanitari ha come contraltare la diminuzione dei rifiuti urbani. Come affermato dal ministro dell’Ambiente Costa, audito dalla Commissione Ecomafia, da quando è iniziata l’emergenza Covid-19 i rifiuti – in particolare quelli urbani, differenziati e non -, sono notevolmente diminuiti a causa della contrazione del turismo e della chiusura di molte attività commerciali.
Il rischio che le deroghe alimentino l’attività delle ecomafie è ben spiegato dalla attività quotidiana dei carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico (NOE): solo una settimana fa in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Calabria e Sicilia, è stata data esecuzione alla ordinanza di misura cautelare del Gip del tribunale di Torino, richiesta dalla DDA, contro una organizzazione responsabile di traffico illecito di rifiuti e realizzazione di discariche abusive; circa 23.000 tonnellate di rifiuti provenienti da diversi impianti del Nord Italia smaltiti illegalmente. Nove capannoni industriali dismessi sequestrati, con gran parte i rifiuti stoccati provenienti dalla raccolta indifferenziata. Una inchiesta partita nel 2018 a seguito di incendi che hanno interessato impianti formalmente autorizzati e diversi capannoni adibiti a discariche abusive.
Non si trattava di episodi isolati, ma di una sequenza puntuale che ha interessato l’area metropolitana fino ad entrare nel capoluogo della Città Metropolitana a Quarto Oggiaro. Una modalità di smaltimento dei rifiuti senza oneri e controlli che affianca le migliaia di tonnellate di rifiuti italiani trasportate illegalmente in Malesia, come ha denunciato l’inchiesta di Greenpeace.





Questo quadro e le conseguenze del COVID-19 pongono alla politica pubblica due nodi. Il primo riguarda la riduzione dei rifiuti generati dai dispositivi sanitari. Il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ha detto alla Commissione Parlamentare sulle Ecomafie che la via per evitare la generazione di rifiuti, a seguito dell’uso diffuso e necessario dei dispositivi, passa dalla produzione e dall’utilizzo, per tutti coloro che non sono professionisti negli ambiti sanitari, di mascherine protettive lavabili e riutilizzabili. Secondo il Politecnico di Torino per la Fase 2 occorrerà circa un miliardo di mascherine al mese. Un quantitativo che si può ridurre di un terzo se si adottano quelle riutilizzabili. Ci sono inoltre aziende italiane che avrebbero definito metodi di sanificazione per il riuso dei dispositivi di protezione individuale.
Questa è l’indicazione dell’Unione Europea: la Commissione Europea ha respinto la richiesta della European Plastics Converters (EuPC), l’associazione dei convertitori plastici, di posticipare le scadenze della direttiva 2019/904-SUP per la messa al bando di alcuni articoli in plastica monouso.  Il ministro Costa ha espresso la volontà di ridurre l’usa e getta per puntare su materiale recuperabile “secondo i principi dell’economia circolare”, dopo aver firmato lo statuto del consorzio italiano di bioplastiche, Biorepack: 252 aziende, 2600 addetti, una produzione annua di 90mila tonnellate di bioplastica per un fatturato di 700 milioni di euro. Il ministro Costa ha anche comunicato l’istituzione di un tavolo con Ministero dell’Ambiente, Istituto superiore di Sanità, Ispra e operatori del settore rifiuti, con la funzione di monitorare i flussi di rifiuti indifferenziati, sia da raccolta differenziata che sanitari.
Qui si incontra il secondo nodo per la politica pubblica: l’infausta legge Delrio (Legge 56/2014), che in barba al dettato della Costituzione ha lasciato le Province e le Città Metropolitane in una condizione residuale, senza risorse autonome e con prerogative ridotte. Insieme alla diminuzione sostanziale del personale addetto al rilascio delle autorizzazioni per gli impianti di deposito e smaltimento, la Delrio ha altresì ridotto e neutralizzato la Polizia Provinciale, che rilevava il 70% degli illeciti ambientali, oggi reato, e smobilitato le Guardie Ecologiche Volontarie (GEV), preziosi e competenti indicatori.
Insieme al cambio di produzione e di uso dei dispositivi sanitari, per una effettiva circolarità del sistema occorrono tracciabilità e controlli lungo la filiera, ripristinando la presenza i poteri e le competenze degli organi previsti dal Titolo V della Costituzione per il governo e il coordinamento delle aree metropolitane e delle aree vaste.  Quindi non dobbiamo affrontare alcuna emergenza impiantistica di smaltimento legata al Covid-19; piuttosto, dobbiamo attuare sia le linee guida dell’Unione Europea per la sostenibilità dei prodotti – senza puntare sull’usa e getta della plastica monouso, su inceneritori e discariche -, sia il dettato Costituzionale per il governo e il controllo del territorio e delle attività che ospita.
Fiorello Cortiana

giovedì 11 giugno 2020

F2F: ALIMENTAZIONE COME PREVENZIONE


Perchè l'UE deve pensare anche alla politica alimentare

La conservazione della biodiversità - e dell'ambiente in generale - deve diventare un interesse primario, del pubblico così come dei privati; Covid-19 non fa che ricordarcelo. Uno sguardo alla nuova strategia alimentare europea Farm2Fork, e una lista di priorità.

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Il Coronavirus ha fatto slittare di due mesi il lancio della nuova politica alimentare dell’Unione Europea: ne è valsa la pena. F2F, la strategia Farm 2 Fork, che potremmo tradurre dal campo al piatto, ha una funzione centrale nei dieci capitoli della Strategia di crescita per l’Europa, l’European Green Deal, presentata dalla Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen, con il 40% del Bilancio dell’Unione Europea da dedicare alle azioni per il clima.
Un buon segno nel “Super anno per la Natura e la Biodiversità”, secondo il Segretariato Generale delle Nazioni Unite. Il 2020 è anche il termine entro il quale i Paesi devono definire i propri piani per raggiungere gli obiettivi fissati con l’Accordo di Parigi per il Clima del 2015.
F2F ha l’intenzione dichiarata di promuovere l’agroecologia, la multifunzionalità della filiera agroalimentare nella piena sostenibilità per la salute, per l’ambiente e le dignità locali. Parliamo di una filiera oggi responsabile di un terzo delle emissioni di gas serra – i greenhouse gases (GHG)-, del consumo di risorse naturali non rinnovabili, di impatto sulla salute pubblica con sovra e sotto nutrizione diffuse, nonché di ingiuste remunerazioni per i produttori primari. Mettere al centro la sostenibilità significa perciò abilitare nuovi diritti, nuove opportunità professionali ed imprenditoriali, una qualificazione ambientale e sociale.
F2F intende accelerare la transizione verso un modello sostenibile per la filiera agroalimentare, con un impatto ambientale neutro o di riqualificazione, la mitigazione del cambiamento climatico e l’adattamento ai suoi effetti, con l’inversione della partita di biodiversità, con l’assicurazione dell’accesso al cibo, che sia sufficiente, sicuro, non sprecato, nutriente e sostenibile. Con garanzie per la remunerazione e la competitività del settore europeo della distribuzione e di un commercio equo e solidale, e con un beneficio per tutti gli attori: ricercatori, produttori, distributori, consumatori. Cambio generazionale, paesaggio, biodiversità, salubrità, dignità e giusta retribuzione del lavoro, azione per il clima, vivibilità delle zone rurali, qualità energetica, garanzia della filiera, saranno anche le basi per la strategia della prossima Politica Agricola Comunitaria.
La relazione tra F2F e PAC è ambiziosa.  Equa retribuzione e prezzi finali accessibili significano: rendicontazione e trasparenza nella catena di produzione del valore lungo la filiera evitando possibilità  per interpretazioni equivoche, utili a rispettare la forma senza cambiare né il processo né il prodotto ma riducendo l’efficacia nella attuazione della direttiva.
La Commissione Europea propone di supportare questa transizione attraverso le politiche comuni dell’agricoltura e della pesca, di regolazione e non-regolazione. Con innovazioni importanti accompagnate da contraddizioni evidenti, nella pesca, ad esempio, il 30% degli aiuti andrà all’industria meccanica, per la riduzione delle emissioni dei motori dei pescherecci europei. Nulla invece per la salvaguardia e la rigenerazione dello stock ittico, minacciato e ridotto ogni anno da quote di cattura sproporzionate ai tempi biologici di rigenerazione.
Il supporto europeo significa, altresì, attività di consulenza, strumenti finanziari, ricerca e innovazione. Nella filiera agroalimentare sarà quindi necessario riconoscere il necessario supporto alla transizione al biologico, sia dei latifondi che dei piccoli appezzamenti contadini. Ciò significa riconoscere e consentire l’esercizio delle funzioni agroecologiche, con le implicazioni di ripristino e salvaguardia ambientale e paesaggistica, nonché sulla salute pubblica.
Basti pensare agli impatti del cocktail tra pesticidi nei campi e antibiotici negli allevamenti, con la conseguente diffusione della resistenza a questi ultimi nella popolazione. Per questo la Commissione proporrà una cornice legislativa specifica a supporto della implementazione di una politica alimentare sostenibile. Qui sarà importante che l’innovazione sia fondata sul principio di precauzione, per cui diventano importanti anche gli sviluppi di interventi capillari, nell’irrorazione come nell’azione meccanica, per diserbare senza sconvolgere l’equilibrio e senza favorire la liberalizzazione degli OGM.
A supporto della dimensione globale della transizione sostenibile del sistema agroalimentare l’Unione Europea attiverà anche le sue politiche commerciali e gli strumenti di cooperazione internazionale. Qui, l’azione di controllo e repressione delle frodi si accompagna con la trasparenza delle etichette sui prodotti: qualità alimentare, qualità ambientale, dignità del lavoro. Dentro un’azione globale per la sostenibilità, ciò significa garanzie di trasparenza e qualità anche per le filiere internazionali, dal lavoro minorile e in schiavitù, all’uso di semi OGM, piuttosto che la deforestazione per gli allevamenti intensivi/estensivi.
Quanto sopra illustrato ha immediatamente a che fare con le aree urbane e la qualità della vita di chi le abita. Milano è seconda solo a Roma come città agricola, mentre come Città Metropolitana detiene il primato assoluto, presidiato dal parco agricolo di cintura più significativo d’Europa. In questo contesto, non è quindi fuori luogo la questione della conservazione della biodiversità a Milano. Essa svolge due funzioni cruciali per la qualità ambientale: una funzione conservazionista sia per la protezione di specie animali, che per quelle vegetali, che per l’aspetto paesaggistico, grazie al Parco Agricolo Sud Milano. Una funzione culturale, affinché i cittadini abbiano la consapevolezza della necessaria alleanza tra sfera biologica e antropolologica, nella relazione mente-corpo-natura. Ciò laddove ci sia un rapporto di fruizione e conoscenza di questa straordinaria riserva naturale con le sue risorse colturali e culturali. 
Per la criticità della sua condizione ambientale, dal consumo di suolo con la conseguente impermeabilizzazione, alle emissioni in atmosfera con la diffusa affezione alle vie respiratorie di chi la abita, ha perciò senso porre la questione della conservazione della biodiversità nell’area urbana milanese. In particolare laddove le politiche regionali per la conservazione della biodiversità hanno trascurato l’ambiente urbano. Un errore potenzialmente esiziale, poiché le città rivestono un ruolo prioritario tra gli ecosistemi per il numero di persone che le abitano, e perché le Nazioni Unite prevedono che a metà secolo il 70% della popolazione mondiale vivrà inurbata.
Si tratta – invece di assistere fatalmente a questa deriva -, di rovesciare invece il verso dello sviluppo urbano degli ultimi 150 anni. In luogo della penetrazione nella campagna lungo gli assi viari, tornare a vedere le vie d’acqua dei Navigli e i campi agricoli che lambiscono le periferie e i comuni della prima fascia di Milano come corridoi ecologici, che entrano in città e che la possono riequilibrare e risignificare. Del resto Cesano Boscone, comune di prima cintura nel Parco Sud, deve il suo nome ai boschi planiziari di querce che coprivano la pianura, anche se oggi pochi dei bambini delle sue scuole sanno che a pochi metri dalle loro case ci sono cascine pienamente funzionanti. 
Abbiamo la necessità, che deve diventare ambizione, di trasformare i nodi urbani da degenerazione energivora e generatrice di marginalità sociale e di rifiuti, creatrice di periferie vicine e lontane, in un centro di nuovo urbanesimo capace di riqualificazione e rigenerazione, di sostenibilità e bellezza.
La generazione, la connessione e la cura degli spazi verdi dentro il territorio urbano è una riserva di biodiversità utile, anche perché le aree verdi filtrano l’inquinamento atmosferico derivante da trasporti, riscaldamento e industrie; producono ossigeno, attutiscono i rumori e rendono gradevole il paesaggio urbano anche meno qualificato architettonicamente. Il nodo del conflitto per il cambiamento è qui, perché è qui che si genera il senso comune dell’agire collettivo, dove si producono i mandati elettivi locali e nazionali.
Quanti sanno che ci sono 300 siti “Natura 2000“, dentro alle città o nelle immediate adiacenze? Coltivare e proporre uno sguardo capace di vedere la relazione possibile e auspicabile tra la multifunzionalità agricola e l’abitato è già oggi la ragione che muove significative esperienze di cittadinanza attiva: le giardiniere di Piazza d’Armi, piuttosto che i cittadini che animano la Goccia a Farini o, sempre a Farini, ricorrono a TAR e Consiglio di Stato contro l’accordo di svendita di un bene pubblico come l’ex Scalo FS, in una economia della conoscenza – in luogo della “città-fabbrica” e di un sistema territoriale qualitativo una delle condizioni di attrattività e di generazione di valore.
WWF, Italia Nostra, Legambiente, della Lombardia, per il dopo Coronavirus hanno proposto un manifesto perché tutto non sia come prima, per Ripristinare un rapporto equilibrato di reciprocità tra ambiente e uomo, e quindi per “sostenere un ampio progetto di manutenzione del territorio che ponga come elemento centrale la qualità del paesaggio lombardo inteso come grande infrastruttura culturale capace di divenire traino di una ripresa economica lungimirante”.
Del resto la legge di iniziativa popolare per l’istituzione del Parco Agricolo Sud Milano era partita così, da visionari come il gruppo di base cittadino ‘Ecologia 15’ e dal RAL di Lacchiarella.