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lunedì 10 agosto 2020

ripresa dell' ecologismo politico in Italia

 

ArcipelagoMilano

 


LA CRISI COME OPPORTUNITA’ NON COME CATASTROFE

Ripensare la politica come politica "verde"



Una politica verde non si occupa solo della natura o dell'inquinamento, riguarda tutto lo spettro delle attività politiche e dei "movimenti" alla ricerca di un modo di dibattere e governare che rispecchi tutti indistintamente:governi, amministrazioni locali e cittadini. Nessuno deve restar fuori.

cortiana

Che sia in corso un processo diffuso di sensibilizzazione qualitativa, ambientale-alimentare-sociale, è evidenziato dagli scaffali di prodotti biologici e del commercio equo solidale nei punti vendita della grande distribuzione. È altresì evidente che la crisi pandemica che sta attraversando la Terra non garantisce la crescita automatica di questa sensibilità. Le logoranti trattative tra i paesi dell’Unione Europea per il Recovery Fund sono indicative.

Viviamo giorni difficili come cittadini europei ed italiani, giorni che evidenziano tutto il disordine di un mondo liberato dall’equilibrio, durato cinquant’anni, del terrore bipolare e perciò squilibrato in quanto il nuovo assetto è ancora contendibile, dentro un modello di sviluppo energivoro e presuntuosamente illimitato. La globalizzazione ha il segno della deriva finanziaria della economia, e delle sue speculazioni anche territoriali, dell’emergenza climatica e delle sue conseguenze ambientali e sociali devastanti.

Le Nazioni Unite richiamano inascoltate i rischi dell’inurbamento a metà secolo del 70% della popolazione mondiale. Per questo la conversione ecologica si presenta come una necessità di cambiamento di un paradigma e non come la sua mitigazione ‘verde’. Per “guardare il mondo con altri occhi” come proponeva Alex Langer, è irrinunciabile una proposta politica ecologista capace di indirizzare la politica pubblica.

Per noi europei, che abbiamo condiviso welfare e democrazia nella convivenza cooperativa tra differenze, si tratta di mettere al centro la costruzione dell’Europa politica come dimensione glocale, come processo condiviso capace di un’azione internazionale multilaterale e, nella dimensione locale, di un nuovo urbanesimo dove i sistemi-città, le reti metropolitane diventino dei laboratori creativi capaci di coinvolgere industria, professioni, accademia, cittadini, in attività legate all’innovazione, alla sostenibilità, alla qualità. Si tratta di un GREEN DEAL economico-sociale che accompagna chi svolgeva attività obsolete, dissipative, inquinanti, stranianti ed alienanti, proprie degli uffici e delle fabbriche tradizionali, ad imparare/esercitare lavoro e produzione di valore in una nuova direzione, per un nuovo urbanesimo.

 Perciò è la dimensione metropolitana il nodo cruciale della relazione glocale, che può essere degenerativa o riequilibrante.

 Da qui deve ripartire l’ecologismo politico in Italia e sono tre le questioni da affrontare contestualmente: la qualità della democrazia, la salvaguardia dei beni comuni come condizione per la sostenibilità, la condivisione della conoscenza nei processi di produzione di valore nell’era digitale: istruzione/ricerca/produzione/costumi/consumi.

L’istituto della democrazia vive una crisi profonda nelle democrazie di tutte le latitudini generando risposte tribali di carattere nazionalista a partire dalla più grande democrazia occidentale, in Italia il Patto Civile e il Patto Sociale vivono la prolungata agonia della Prima Repubblica, segnata dalla pratica consociativa come patologia da adattamento dei partiti e delle parti sociali alla spartizione bipolare di Yalta e al “fattore K”.

Non abbiamo conosciuto una effettiva competizione tra forze alternative, così la modernizzazione politica non ha fatto i conti con la crisi delle narrazioni ideologiche del ‘900. Invece si è concretizzata in una deriva plebiscitaria e personalistica attraverso le elezioni dirette delle cariche apicali accompagnate dallo svuotamento delle assemblee elettive. Il “fattore B (Berlusconi)”. è stato un prodotto non la causa di questa deriva, così come la reazione populista al Palazzo all’insegna dell'”uno vale uno”.

Se si vuole turbare l’omeostasi consociativa e attuare pienamente la Costituzione non è possibile evitare di misurarsi con questa patologia democratica e con le sue rappresentanze parlamentari imposte dai “partiti personali”, dai “partiti cordate”, piuttosto che dai “partiti azienda informatica”.

Sono reiterati i tentativi di riformare la Costituzione e di ridurre i suoi poteri istituiti a partire da quello legislativo della rappresentanza elettiva: la logica è quella autoritaria della esternalizzazione della decisione politica, strategica e corrente, alle aristocrazie tecno-finanziarie.

La rappresentanza in democrazia non si riduce ma si qualifica, partendo da una cultura della cittadinanza condivisa prodotta dalla possibilità di una partecipazione effettiva alla vita sociale e politica, con procedure e strumenti che garantiscano quote certe di sovranità ai cittadini che vi prendano parte.

Sono la responsabilità diffusa e la partecipazione informata ai processi deliberativi/produttivi/di apprendimento a costituire una opinione pubblica avvertita, capace di misurare e usare con saggezza le potenzialità e i possibili effetti nello spazio e nel tempo di scelte inquinanti o di diffusione transgenica o di consegna del processo cognitivo ad algoritmi semantici.

Solo la costruzione partecipata dalle comunità dei municipi che la  compongono, permette alla Città Metropolitana di definire i sistemi-città come ecosistemi ambientali e cognitivi nei quali la partecipazione al processo deliberativo sia effettiva a partire dall’elezione diretta degli organi istituzionali dotati di prerogative di governo.

Se l’Unione Europea investe nella sostenibilità sociale e ambientale del Recovery Fund noi saremo in grado di utilizzarlo pienamente in una rete bidirezionale metropolitana, di trasporti/acque/informazioni, con funzioni produttive, di servizio e abitative, allocate secondo una pianificazione policentrica equilibrata, nel rispetto della natura costitutiva del territorio, delle sue infrastrutture e degli interessi generali di queste è delle future generazioni. Fuori dal risiko fondiario immobiliare globale, giocato da fondi residenti nei paradisi fiscali, come nel combinato milanese ex Scali FS/Olimpiadi, passando per San Siro.

Non si esce da questa situazione rinunciando a quote di libertà e di democrazia ma impegnando direttamente la propria testa e il proprio cuore, esercitando una azione condivisa per una cittadinanza attiva sociale-culturale-politica.

Ad esempio ciò significa favorire la costituzione e l’operatività in spazi affidati delle pubbliche assistenze fatte da cittadini volontari certificati e non da angeli marziani attivi durante la pandemia. Ad esempio ciò significa dare cogenza alle scelte referendarie dei cittadini, piuttosto che attivare procedure informative per un effettivo confronto sulle possibili scelte pubbliche, invece di chiamare ‘confronti’ incontri informativi sulle scelte già prese. Una opinione pubblica avvertita partecipa in modo responsabile ed esigente, questo non solo migliora le scelte amministrative ma qualifica la scelta dei rappresentanti eletti.

L’azione dell’ecologismo politico non può essere accessoria a nessuna forza politica in campo: riconosce valori come la libertà, la responsabilità, l’uguaglianza, la reciprocità, declinati attraverso l’affermazione e la salvaguardia dei Beni Comuni, naturali e culturali. L’acqua è un bene comune, così come le grammatiche e le reti della conoscenza, il paesaggio, la bellezza artistica e architettonica, il segno dell’incontro fecondo tra sfera antropologica e sfera biologica.

Il dovere di preservarli, riconoscerli come diritti, non significa esercitare la cultura del dono o della carità bensì l’esercizio del valore della condivisione. È la coscienza di specie, l’etica della responsabilità verso queste e le future generazioni. Gli ecologisti sono stati da sempre abbinati al concetto di sviluppo sostenibile, ma la questione ecologica porta con sé anche l’implicazione di una società sostenibile, di un’etica della responsabilità, di nuovi diritti di cittadinanza, di una valorizzazione delle differenze, per questo l’emergere anche simbolico, oltre che molto concreto, del mondo del non profit  e dell’economia sociale è stato vissuto dagli ecologisti che ne fanno parte come la possibilità di superare uno stereotipo relativizzante che li vuole esclusivamente come difensori ‘degli alberelli e degli uccellini’.

 Ma c’è di più.

In  un periodo della vita del nostro paese ancora segnato da un deficit di politica, che in modo semplificato od interessato alcuni addebitano ad uno squilibrio tra i poteri costitutivi della Repubblica il multiverso evolutivo costituito dalle esperienze associative e non profit assume una funzione importante nella ricostituzione della polis, ma per ora non è stato invitato al tavolo di ridefinizione del welfare italiano.

Un multiverso che costituisce un settore aggiuntivo nel mercato con una interazione e combinazione con i due settori tradizionali,sia il pubblico che il privato: un multiverso che va oltre. La rete di esperienze dell’associazionismo, del volontariato e della cooperazione sociale costituisce una novità politica non riducibile ad una funzione residuale, compensativa del disagio prodotto dalla crisi dello stato sociale e organica alle geografie partitiche e sindacali del’900 perché nel suo concretizzarsi mette in discussione il modello di sviluppo della crescita quantitativa illimitata contribuendo a ridefinire il senso comune dell’agire collettivo in società.

Nella transizione post-fordista una politica pubblica capace di rispondere ad interessi generali, anche delle future generazioni, non si può affidare solo alla globalizzazione del mercato e a parametri puramente finanziari e ha bisogno di consentire e di favorire questa interazione e, come ha affermato Stefano Zamagni,  ne abbiamo la necessità “ se vogliamo ricercare i modi per “civilizzare” la competizione, per superare quella visione polemologica del mercato che, a fronte di costi umani e sociali (noi aggiungiamo anche ambientali) insostenibili, non riesce a soddisfare i canoni della stessa razionalità economica.” .

Il recupero del tessuto urbano ed il riuso del patrimonio edificato sfitto ed abbandonato, il recupero e la valorizzazione dei beni ambientali e culturali, i lavori di cura, i servizi di riconnessione in comunità aperte dell’atomizzazione sociale delle città e dei loro problemi di sicurezza, la straordinaria sfida cognitiva che può vedere le scuole diventare presidi civili multimediali e non solo formativi, l’uso della telematica sociale come strumento di partecipazione, la riduzione e la flessibilità degli orari di lavoro, confermata dallo Smart Working  è facile riconoscere in questo elenco non solo delle ipotesi per rispondere alla crisi occupazionale ma alcune delle articolazioni concrete delle esperienze del non profit.
Siamo ben oltre la modernizzazione dello stato sociale.

Perché Beni Comuni come l’acqua non devono trovare nel non profit, nelle sue modalità di condivisione sociale delle responsabilità, uno del fondamenti di Public Company come gestione non di una merce ma di un bene scarso?

Se la natura costitutiva del non profit è così carica di senso, se la riconosciamo come una risorsa per la costituzione della nostra società come comunità aperta, occorre che gli interventi legislativi, le modalità di regolazione e le politiche pubbliche siano coerenti e attente a favorirne uno sviluppo libero e differenziato senza esiti precostituiti ed ingessati.
La questione principale è il riconoscimento della rappresentatività e  quindi di rappresentanza, a pari dignità, a partire dalla concertazione del “patto per il lavoro”.

 Occorre garantire certezza ed autenticità al non profit, con una disciplina della raccolta di fondi a fini benefici, individuando responsabilità, finalità e rendicontazione sulla effettiva destinazione dei contributi.

In collaborazione con gli enti locali oltre all’aspetto formativo vanno definiti supporti in termini di servizi di consulenza: dal project financing  per un orientamento ed utilizzo dei finanziamenti europei, agli aspetti amministrativi, commerciali e di comunicazione, in questo senso appare evidente la necessità di mettere in condizione il non profit di cogliere l’opportunità offerta dalle reti telematiche, a partire da quelle locali. e quindi corsi di alfabetizzazione telematica e stanze dell’accesso telematiche.

La spesa pubblica in questa direzione, per altro a bassissima intensità di capitale, è da ritenersi un investimento con inaspettate possibilità moltiplicative. Ma la spesa pubblica da sola non basta a creare un circuito virtuoso e non assistito, occorre trasformare le fondazioni italiane, una volta dismesse le partecipazioni bancarie e recuperando una effettiva autonoma vocazione (fondazioni da una parte e banche dall’altra)  possano trasformarsi in veri e propri imprenditori sociali e culturali con interventi in settori di interesse pubblico e di utilità sociale. Il riconoscimento del non profit come risorsa non solo economica ma sociale, culturale e politica, il riconoscimento della necessità di rispettarne una libera e diversificata evoluzione, devono trovare una coerenza anche sul piano metodologico nella definizione di una legge quadro. Per questo è importante la co-progettazione a suo tempo avviata tra rappresentanze politico/istituzionali ed esperienze non profit.

Qualcuno potrà pensare che questo quadro di proposte sia troppo ambizioso, credo invece che sia all’altezza di una forza ecologista che partecipa al governo per cambiare e non per imbellettare l’attuale modello di sviluppo rassegnandosi a vivere negli interstizi.

AGIRE E PENSARE LOCALMENTE E GLOBALMENTE NELLO SPAZIO PUBBLICO ESTESO: ESSERE GLOCALI

Innovazione, qualità, sostenibilità,bellezza, conoscenza, costituiscono il circolo virtuoso per la produzione di valore “glocalizzata“. È il paradigma autopoietico della collaborazione a rete/in rete ad avere l’efficacia per rispondere alle sfide ambientali, economiche e alle domande di senso della condizione istituzionale, locale e globale.

L’ecologismo politico prefigura scenari inediti entro i quali si possa esprimere l’efficacia sociale-economica-ambientale delle esperienze imprenditoriali-sociali-culturali legate alla ricerca, alla innovazione, alla qualità, alla sostenibilità, all’intrapresa, alla cittadinanza attiva informata e consapevole. Una relazione piena con il presente, perciò una relazione politica nel nostro contesto “glocale“: l’Europa come continente/nazione e l’Italia come stato/rete del nuovo urbanesimo.

Gli sviluppi tenico-scientifici e la definizione di un nuovo equilibrio internazionale pongono questioni ineludibili alla relazione corpo-mente-natura. C’è una realtà informazionale che trova nella potenza di calcolo digitale e nella sua pervasività, potenzialità importanti per la qualità del vivere sociale, dalla domotica all’infomobilità, dall’insegnamento a distanza alla telemedicina, dalla de-materializzazione alla condivisione della conoscenza. Ci sono altre potenzialità problematiche per la libertà e la dignità di ognuno: dal fine vita all’inseminazione per generarla la vita, dalla tracciabilità dei nostri consumi/costumi/orientamenti/patologie  con la conseguente profilazione politica/religiosa/consumeristica.

Su Fukushima la TELCO ha omesso informazioni e non c’è alcuna agenzia ONU che possa pretenderle mentre è Wikileaks che rivela l’azione privatistica o in outsourcing della schedatura del mondo. La definizione di diritti e doveri nella realtà informazionale diventa centrale per ogni cittadino, per ogni proposta politica.

Oggi gli effetti dei mutamenti climatici, dei tragici flussi migratori, dei conflitti per le energie in via di esaurimento e per risorse come l’acqua, rendono quanto mai evidenti i limiti del modello di sviluppo che caratterizza la globalizzazione.

Dai campi, alle industrie, alle banche, ora sono evidenti i limiti di un modello di sviluppo legato ad una crescita quantitativa illimitata, in una condizione di scarsità di risorse, quanto la sua trasposizione virtuale nella dimensione finanziaria, nei suoi valori nominali e nelle sue bolle speculative.

È quanto mai necessario ritrovare un rapporto armonico tra la sfera antropologica, con le sue accelerazioni scientifiche e tecnologiche, e la sfera biologica, con i suoi cicli e i suoi tempi, direttamente interessata da quelle accelerazioni: dalle sequenze geniche, alla nascita, al fine vita. Ritrovare un dialogo tra sapere scientifico e sapienza esperienziale per capire i cicli naturali del vivente e potersi relazionare al meglio con loro. Questa è la peculiarità cognitiva dell’animale umano, oltre ogni pretesa di hybris antropocentrica da apprendisti stregoni.

Occorre assumersi l’onore e l’onere di un ruolo dirigente nell’individuare e coinvolgere i nodi delle reti di qualità, in Italia ed in Europa, nell’implementare piattaforme trasparenti utili alla condivisione informativa e produttiva, nel costruire uno sguardo culturale comune mentre si valorizzano e rispettano le specifiche esperienze-identità.

Il soggetto/organizzazione/forma che proponiamo alla partecipazione politica è olistico e complesso, come ogni ecosistema, in modo aperto più esperienze concorrono e contribuiscono alla sua azione e alla definizione di conoscenza condivisa.

Sono la pluralità, l’inclusività e la condivisione, glocali-Europee e urbane, che devono trovare nome, rappresentanti, forma, simbolo nuovi e coerenti.

La diffidenza diffusa è pari all’esigenza di un soggetto/offerta che renda piacevole perché utile e costruttivo l’esercizio del voto “per”. Un soggetto capace di azione coalizionale perché autonomo e in netta discontinuità con le inerzie della consociazione e della spartizione post-industriale del ‘900.

Non è tempo di aggiornamenti e mitigazioni interne all’agonia del vecchio, si tratta di avere volontà e impegno per fare un salto affinché il nuovo possa pienamente esprimersi e liberarsi.

L’ECOLOGISMO CHE C’E’

Trent’anni fa l’ecologismo, nella sua connotazione cromatica “verde”, si proponeva come metafora originale e innovativa, ora trova in quella definizione una riduzione sterile, compresa tra la cultura dell’antagonismo e la pratica del presidio settoriale e dello scambio per la sopravvivenza e le aspettative personali.

L’ecologismo politico evita la deriva autoreferenziale se è in diretta relazione con il blocco sociale della innovazione qualitativa, che trova la consapevolezza di sé e della sua funzione pubblica in quella relazione programmatica e nella rendicontazione informativa sulla sua implementazione.

Nella nostra società vivono ed operano esperienze legate alla qualità ambientale e sociale, quindi esperienze sostenibili e solidali. Le imprese più innovative sono energeticamente risparmiose e rinnovabili, con una impronta ambientale leggera, con una relazione sociale con il territorio, con una organizzazione del lavoro motivazionale, con un costante investimento nella ricerca e nella certificazione, tutto questo non per costrizione o per scelte di marketing di comunicazione, sono tali per natura costitutiva altrimenti non sarebbero competitive. Ci sono campagne tematiche, cui hanno concorso le esperienze più disparate e i livelli sociali ed istituzionali più ampi, come quelle per la conoscenza come bene comune contro la brevettabilità del software e/o delle sequenze geniche. Sono esperienze, reti di carattere locale ed internazionale, che già vivono la dimensione europea non solo per la moneta unica ma per la cultura del welfare e del diritto, desiderando una sua soggettività politica piena.

Ebbene, la società della qualità e dell’innovazione, la società che produce valore dentro ai mercati globali è sotto o per nulla rappresentata.

L’ECOLOGISMO CHE MANCA

Trent’anni fa dicevamo che non ci saremmo salvati per una coscienza di specie sviluppata a seguito di una catastrofe irrimediabile ma in virtù di una scelta di valore. Oggi quella scelta di valore è più diffusa che mai. Gli scaffali dei market ci mostrano un mercato nel quale la relazione tra domanda e offerta include anche la sensibilità per gli interessi naturali, quelli sociali e relazionali. Alla quantità tangibile si affiancano e si sostituiscono la qualità e beni intangibili, come il paesaggio, la cultura, la relazione spazio-temporale: la bellezza. La decrescita non si propone come prospettiva penitenziale ma come de-materializzazione.

Il modello a rete alternativo a quello broadcasting riguarda informazione, conoscenza, consumi, natura e tipologia dei prodotti. Riguarda la costruzione di comunità a responsabilità diffusa e condivisa.

Oggi non è necessaria alcuna suggestione da proporre a tutta la società, oggi è necessaria un’azione di connessione tra questi nodi della rete, tra questi stakeholders, tra i diversi piani interessati: istituzioni, associazioni, imprese. Non occorre una metafora suggestiva, occorre la proposta, la definizione, il riconoscimento, la consapevolezza, della presenza di un blocco sociale dell’innovazione qualitativa. Questa deve essere la scelta di campo.

Occorre la sua rappresentanza sul piano della decisione della politica pubblica: normative, risorse, modelli costituzionali ed istituzionali che consentano una piena espressione del blocco sociale dell’innovazione qualitativa. Qui le forme di partecipazione politica esistenti, le loro ragioni sociali autoreferenziali, le loro modalità di rappresentazione e negoziazione, costituiscono un prepotente fattore di conservazione. Sono miopi e insofferenti nei confronti di quelle reti e di quelle comunità come hanno evidenziato i due milioni di firme per la presentazione del referendum sull’acqua come bene comune e i venticinque milioni di sostenitori.

L’assunzione collettiva della responsabilità di definire e praticare una proposta politica adeguata diventa perciò una condizione necessaria per una sensibilità quanto mai diffusa. E’ quanto mai prezioso l’incontro tra persone che hanno esercitato attività politico-istituzionale accumulando competenze ed esperienze preziose al fine di dare vita ad una intrapresa, ad una rete che connetta i tanti nodi, le diverse reti, al fine di prendere la parola, definire azioni e campagne, proporre un’offerta politica ed elettorale capace di motivare  all’azione collettiva le esperienze dell’innovazione, della sostenibilità, della cittadinanza attiva e  capace di dare ai giovani le ragioni per contendere il futuro, qui ed ora. Qui ed ora dove la loro vita è tutta un quiz, dove le loro ambizioni sono misurate fuori da ogni verifica psico-attitudinale dei loro talenti.

Qui c’è la responsabilità di esercitare una soggettività politica.

Ecco quindi l’ecologismo proporsi come relazione utile per la definizione di un equilibrio evolutivo tra differenze.

Non c’è futuro per un Paese che definisce le sue scelte politico-elettorali nel nome di una affermazione di identità DX vs SX o nel nome dell’insofferenza per la dimensione istituzionale o in nome di uno scambio di interessi e favori personali, quale che sia la dimensione della sua occupazione/spartizione partitocratica.

Si tratta di definire e praticare per aggiustamenti successivi delle organizzazioni capaci di dare servizi di supporto all’azione collettiva e contenuti, indirizzi, competenze di relazione e di azione che mettano insieme le ragioni di innovazione, sostenibilità, qualità sociale, bellezza, proprie di soggetti e settori differenti industriali, professionali, associativi. Questo è ciò che da’ corpo e alimenta un Campo Democratico, non lo spauracchio del sovranismo alle porte o i rappresentanti eletti dati in pasto alla insicurezza e alla insofferenza diffuse, mentre di esternalizza la decisione politica alle task force.

NEL SOGNO HA INIZIO LA RESPONSABILITÀ’

L’ecologismo politico non può essere definito dall’insofferenza, dall’indifferenza o dagli stereotipi dell’appartenenza. Non si esce da questa situazione esercitando il ruolo di osservatori critici e aspettandone l’implosione istituzionale e sociale. Non se ne esce neanche allungandone l’agonia  con partecipazione scambiata con briciole della torta consociativa. Non se ne esce accettando il ruolo di federazione giovanile della partitocrazia, nella quale essere accreditati da “grandi”. Solo una effettiva discontinuità consente la costruzione di un patto solidale, dove innovazione, sostenibilità, qualità, bellezza ed inclusione non siano elementi accessori ma fondanti tanto per la politica pubblica proposta, quanto per l’architettura politico-costituzionale Europea e locale. L’inerzia del processo da innescare deve avere una direzione chiara e una cogenza non relativizzabile.

I dirigenti adeguati a questa sfida sono quelli capaci di connettere i nodi delle reti dei portatori di interessi, di competenze, di esperienze, dei diversi settori imprenditoriali, accademici, associativi, istituzionali. Sono quelli capaci di dare una forma propositiva ai bisogni di queste reti, quelli capaci di attivare una opinione pubblica avvertita, capaci di impegnare le agende istituzionali con le proprie proposte/azioni.

Chi pensa che la capacità di un dirigente sia quella della relazione con i salotti/presìdi della spartizione e scambio consociativi è fuori luogo. Una tale capacità può essere utile a chi la esercita ma non risponde alle domande di novità e discontinuità. Piuttosto confermano la diffidenza e il distacco verso l’impegno politico in coloro che le esprimono, invece è quella diffidenza che occorre coinvolgere nell’assunzione di responsabilità.

Fuori da ogni riduzionismo simbolico l’ecologismo va proposto e praticato nella pienezza delle sue relazioni culturali, sociali, ambientali, economiche, antropologiche, urbanistiche, tecnologiche, religiose e scientifiche.

Per questo una proposta ecologista innovativa inizia dal praticare modalità di partecipazione, azione, decisione politiche che vorrebbe che ci fossero.

In uno spazio pubblico che si è enormemente esteso grazie alla rete digitale è evidente la possibilità di usare la sua natura disintermediata non per proporre derive personalistico-plebiscitarie ma piattaforme di partecipazione, confronto, elaborazione che non sono sostitutive dell’incontro bensì propedeutiche ad una partecipazione informata. Nella campagna del Patto Civico con Ambrosoli abbiamo usato Liquid Feedback come piattaforma per il programma con risultati eccellenti sia per la qualità delle proposte sia per la quantità dei partecipanti.

La rete digitale così non è uno spazio virtuale, piuttosto fa della viralità uno dei suoi punti di forza. Non ci interessa costruire una cattedrale e tante chiese ma una rete di ponti che uniscono un arcipelago di esperienze legate da costumi e consumi, da inquietudini e ricerca curiosa.

UN MOVIMENTO PER IL CAMBIAMENTO SI COSTRUISCE NON SI GENERA

Questo lavoro di connessione è in sé progetto e condizione per la definizione del progetto/proposta politico-elettorale. Esso richiede la verifica e definizione di una visione comune, una convergenza di obiettivi e di azioni in una agenda glocal condivisa (Europa, Città Metropolitane, Reti di Città). Un movimento di cambiamento politico-sociale-culturale è tale quando la sua massa critica produce una consapevolezza di sé come proposta per tutta la società. Ecco perché le piattaforme digitali e l’uso significante dei social network diventano importanti e propedeutiche, per rendere visibili e possibili gli incontri nelle piazze, nelle sale pubbliche, nei circoli e nelle associazioni ecc.

Una matrice aperta con un senso definito, alimentata da un insieme solidale di persone, capace di tessere connessioni, produrre azioni, dare una consapevolezza collettiva. Una esperienza politica costituita in modo da mettersi in discussione oltre ogni inerzia omeostatica, mettendo in pratica come modalità la proposizione politica di Alex Langer “Solve et coagula” sciogli e riunisci. Questo è ciò che occorre, qualsiasi evento inaspettato o meno, di carattere elettorale o di forzatura costituzionale cui reagire ci troverà in grado di agire in modo adeguato.

Fiorello Cortiana

mercoledì 29 luglio 2020

In difesa del Parco Nord

Il Parco  Nord è un esempio lungimirante di rinaturalizzazione ricavato dalla ricucitura paziente degli spazi residuali del continuum urbanizzate. Il resto  lo hanno fatto gli alberi, le siepi, gli animali e il riconoscimento sociale. 
Salvaguardiamo la memoria  e il Parco. 

Qualche giorno fa hanno cominciato a recintare l'area boschiva del Parco Nord tra Bruzzano, Niguarda e Bresso dove sorgerà il cantiere della vasca di laminazione per contenere le esondazioni del torrente Seveso.
Da molti anni cittadine e cittadini, comitati e associazioni denunciano come le vasche di laminazione non siano la soluzione adeguata e propongono concrete e praticabili alternative che comprendono: chiusura degli oltre 1400 scarichi abusivi e pulizia delle acque con conseguente potenziamento del canale scolmatore verso il Ticino, deimpermeabilizzazione delle sponde del torrente e utilizzo di aree golenali per lo scarico di acque in eccesso. Con i cambiamenti climatici i fenomeni meteorologici si fanno sempre più intensi e, proprio per questo motivo, serve una netta inversione di tendenza delle politiche ambientali condotte fino ad ora. Bisogna aumentare il numero di piante ad alto fusto e ridurre le superfici cementificate; per tale ragione non possiamo tollerare il disboscamento di 4 ettari di Parco Nord per far spazio a un progetto obsoleto e molto costoso. Vogliamo tutelare l'ambiente, contribuire a mitigare il cambiamento climatico e tutelare la salute dei cittadini messa a repentaglio dalla qualità delle acque di uno dei corsi d'acqua più inquinati d'Europa.

Per la difesa del suolo e del Parco ti aspettiamo:

 giovedì  30 luglio dalle 18,00


all'incrocio tra via Ornato, via Aldo Moro e via Del Regno Italico con cartelli e manifesti per una protesta determinata e colorata, successivamente ci sposteremo verso l'interno,verso la passerella sul Seveso.

ASSOCIAZIONE AMICI PARCO NORD

 


sabato 25 luglio 2020

Addio a Maurizio Pieroni


È morto il mio amico Maurizio Pieroni, insieme in LC, insieme a fondare i verdi, mio capogruppo al Senato nella parabola bella e mortificata dell'Ulivo. Addio pieno di dolore.

domenica 19 luglio 2020

Addio a Giulia Maria Crespi


Il mio ricordo per Giulia Maria Crespi, una ecologista intensa e tenace. L'ho conosciuta nel 1992: burbera e valutatrice, poi complice in tante battaglie per l'ambiente, l'agricoltura e la salute. L'ultima per contrastare la inutile tangenziale esterna che avrebbe ferito mortalmente Parco Sud e Parco del Ticino. La chiamai, le illustrai il gioco messo in atto e con lei e Marco Vitale facemmo una conferenza stampa a Villa Necchi del FAI. Il Corriere coprì l'iniziativa e il tema, come sempre quando la Giulia Maria prendeva posizione. Grande e infaticabile. Addio!

Le elezioni amministrative francesi

26 giugno 2020

LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE FRANCESI

Un elettorato post ideologico fluttuante

I risultati delle municipali francesi hanno dato delle indicazioni importanti. Certamente un astensionismo record del 60%, che conferma la crisi dell’istituto della democrazia che accompagna la globalizzazione. Però gli effetti di una globalizzazione all’insegna di uno sviluppo quantitativo illimitato, energivoro e a spese delle risorse naturali e della biodiversità, sono anche altri.
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La reazione tribale di un sovranismo razzista da Piccola Patria autarchica non è un effetto scontato: il consenso per la proposta ecologista è stato un effetto tanto diffuso quanto sorprendente. Questo avviene quando essa intreccia la sostenibilità ambientale con quella sociale e della partecipazione democratica, quando indica che si può fare bene e diversamente, con benefici per l’economia, il lavoro, la salute e la qualità del vivere sociale. La sensibilità per l’emergenza climatica globale cerca risposte coerenti nella prossimità locale, questo è il messaggio degli elettori francesi.
Risposte coerenti ed efficaci qui e ora: l’elettorato post ideologico è fluttuante, sceglie, prova e, nel caso, cambia. Così se, dopo le europee, la République en Marche di Macron sembrava dominare le grandi città, oggi Lione, Besançon, Poitiers, Bordeaux, Strasburgo, Grenoble, probabilmente Marsiglia, sono affidate a Europe Ecologie. Anche la capitale ha visto la conferma della sindaca Hidalgo grazie al chiaro accordo programmatico con gli ecologisti. La destra francese prende Perpignan e la maggioranza dei piccoli comuni oltre i 9000 abitanti. Si traccia così un confronto, una contrapposizione che vede nell’effettiva conversione ecologica la capacità competitiva del campo democratico.
Macron ha annunciato uno straordinario investimento per la Green Economy e non mi stupirei se provasse a coinvolgere da subito Dany Cohen Bendit. Ciò risulterebbe un artifizio spuntato se non preludesse e accompagnasse un effettivo cambio di paradigma per il paese del nucleare, dello sciovinismo e dei Territori di Oltremare. La scelta di un’Europa effettivamente politica, federale, democratica, per il diritto al welfare, all’ambiente, alla trasparenza digitale, capace di una cooperazione internazionale in luogo del colonialismo. Basti pensare che per quanto riguarda l’acqua potabile troviamo solo conferme della disparità Nord/Sud: in Africa circa il 75% della popolazione rurale non ha acqua potabile; in America Latina sono il 77%; in Estremo Oriente circa il 70%. Sono più di 600 milioni le persone al mondo prive di acqua potabile.
La proposta degli ecologisti è stata chiara. Più possibilità di partecipazione informata per i cittadini, un decisivo passaggio dalla deriva finanziaria a un’economia sostenibile, con certificazione di filiera energetica, chimica e territoriale. Un mercato immobiliare che punti sulla qualità e sul risanamento energetico. Per un ecologista la questione dell’identità, dentro le incertezze omologanti della globalizzazione, non si lega a fedi religiose, caratteri etnici, dialetti di provenienza. L’identità è legata all’abitare consapevolmente un territorio, quindi a esercitare una cittadinanza attiva che alimenti una comunità capace di esprimere un’opinione pubblica avvertita. Si pensi che fino a un secolo fa si nasceva, si viveva e si moriva in un intorno molto piccolo, di non più di 50 chilometri.
 Oggi ogni individuo nella sua vita interagisce con qualcosa di ben più grande del mondo in cui vive. All’inizio del secolo scorso gran parte dell’umanità, sostanzialmente contadini, viveva in campagna. Oggi la gran parte dell’umanità, e toccherà il 70% in questo secolo, vive inurbata, con un doppio rapporto: di desertificazione di buona parte della superficie terrestre, e di cementificazione energivora di quei luoghi che erano e possono tornare a essere le città: luoghi di un nuovo urbanesimo, capace di esercitare funzioni di sintesi e innovazione, localmente e globalmente.
La sfida ecologica, se è da un lato ineluttabile, dall’altro è una metafora importante per leggere insieme tanti problemi del pianeta; l’ecologia non deve essere tanto un punto di vista complessivo, quanto il tentativo di riannodare insieme molti punti di vista.
A fianco della continuità strutturale tedesca dei governi ecologisti, moltissimi elettori francesi, tra i quali tanti giovani, hanno indicato questa via. Ancora una volta gli ecologisti francesi trovano conferma elettorale quando costruiscono un’offerta fondata sulle competenze, su proposte credibili e attuabili, su un profilo politico europeo, libero da qualsivoglia sudditanza da cespuglio che si accontenta di sopravvivere. Germania, Francia… manca l’Italia, è una questione da affrontare.
Fiorello Cortiana

domenica 21 giugno 2020

Più riflessione e meno luoghi comuni sullo smart working

Trovo che da tempo Sala affidi le sue esternazioni ai suoi responsabili della comunicazione. A volte, spesso, l'assenza di empatia sociale è imbarazzante. Nel caso dello smart working non si puo andare per semplificazioni e luoghi comuni, tipo 'non lavora nessuno', perché la cosa è più complessa. Primo, non  timbrare il cartellino non significa produrre di meno se il lavoro è organizzato a progetto, la cosa rimanda ai modelli organizzativi e alla logica gerarchica di comando figlia del secolo scorso. Secondo, il lavoro a casa e l'uso di piattaforme adeguate per gli incontri fanno risparmiare tempo di trasporto, ingombro statico e dinamico dei mezzi privati, emissioni inquinanti, incidentalità ecc. Forse occorre una riflessione più approfondita.

martedì 16 giugno 2020

RIFIUTI: UNA DEROGA PERICOLOSA




5 giugno 2020 ARCIPELAGO MILANO

DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE: PRODUCI, USA GETTA?

Idee per un utilizzo sostenibile



Lo spettro delle mafie, che si inseriscono nei “buchi” lasciati dallo Stato, continua ad aggirarsi negli impianti di gestione dei rifiuti milanesi. Se i rifiuti tradizionali diminuiscono, aumentano quelli sanitari (guanti, mascherine, camici…), di cui è ancora più importante il corretto smaltimento.

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C’è una conseguenza del COVID-19 che ha e avrà una permanenza più duratura della diffusione del contagio: i dispositivi di sicurezza individuale (DPI); mascherine, camici, guanti e occhiali sono monouso e dopo il loro utilizzo devono essere gettati, le strutture sanitarie, i luoghi di lavoro, i mezzi pubblici, devono essere costantemente sanificate e igienizzate e i prodotti e gli stracci utilizzati devono poi essere smaltiti.
Con l’emergenza coronavirus, in Italia i rifiuti ospedalieri sono aumentati del 20% e questo mette sotto pressione gli operatori del settore. Si tratta del 20% in più sulle circa 1.000 tonnellate di rifiuti sanitari pericolosi, che non sempre vengono gestiti e smaltiti in modo corretto. Per l’Ispra entro il 2020 il sistema italiano dovrà fare i conti con un quantitativo di rifiuti, per l’uso di mascherine e guanti, che può variare tra le 150mila e le 450mila tonnellate1.
ASL e Aziende Ospedaliere, con gare pubbliche, affidano la raccolta, il trasporto, lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti ad impianti di proprietà degli affidatari, o in convenzione con essi. Negli impianti di incenerimento dei rifiuti sanitari vi è una capacità annua non utilizzata di 200mila tonnellate. Al momento gli impianti italiani sono sufficienti, con una capacità di trattare circa 340mila tonnellate di rifiuti sanitari: 220mila con incenerimento e 120mila con sterilizzazione. Ciò a fronte di circa 145mila tonnellate di quantità effettivamente trattate: 96mila con incenerimento e 50mila con sterilizzazione.
Nella legge di conversione del Cura Italia l’art.113-bis consente un deposito temporaneo dei rifiuti fino al doppio rispetto a prima, e per più tempo. Le deroghe al deposito temporaneo dei rifiuti previste dall’articolo 113-bis possono alimentare il sistema criminale gestito dalle ecomafie. L’ampliamento dei limiti quantitativi dei rifiuti e l’estensione dei tempi di permanenza nei depositi temporanei è possibile senza autorizzazioni prima del loro avvio al recupero o allo smaltimento. Un quantitativo che può arrivare al doppio rispetto a prima: 60 metri cubi, di cui 20 metri cubi di rifiuti pericolosi con tempo di permanenza fino a 18 mesi, mentre prima il limite era di un anno.
Si tratta di deroghe che non rispondono ad una emergenza effettiva, perché l’aumento dei rifiuti sanitari ha come contraltare la diminuzione dei rifiuti urbani. Come affermato dal ministro dell’Ambiente Costa, audito dalla Commissione Ecomafia, da quando è iniziata l’emergenza Covid-19 i rifiuti – in particolare quelli urbani, differenziati e non -, sono notevolmente diminuiti a causa della contrazione del turismo e della chiusura di molte attività commerciali.
Il rischio che le deroghe alimentino l’attività delle ecomafie è ben spiegato dalla attività quotidiana dei carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico (NOE): solo una settimana fa in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Calabria e Sicilia, è stata data esecuzione alla ordinanza di misura cautelare del Gip del tribunale di Torino, richiesta dalla DDA, contro una organizzazione responsabile di traffico illecito di rifiuti e realizzazione di discariche abusive; circa 23.000 tonnellate di rifiuti provenienti da diversi impianti del Nord Italia smaltiti illegalmente. Nove capannoni industriali dismessi sequestrati, con gran parte i rifiuti stoccati provenienti dalla raccolta indifferenziata. Una inchiesta partita nel 2018 a seguito di incendi che hanno interessato impianti formalmente autorizzati e diversi capannoni adibiti a discariche abusive.
Non si trattava di episodi isolati, ma di una sequenza puntuale che ha interessato l’area metropolitana fino ad entrare nel capoluogo della Città Metropolitana a Quarto Oggiaro. Una modalità di smaltimento dei rifiuti senza oneri e controlli che affianca le migliaia di tonnellate di rifiuti italiani trasportate illegalmente in Malesia, come ha denunciato l’inchiesta di Greenpeace.





Questo quadro e le conseguenze del COVID-19 pongono alla politica pubblica due nodi. Il primo riguarda la riduzione dei rifiuti generati dai dispositivi sanitari. Il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ha detto alla Commissione Parlamentare sulle Ecomafie che la via per evitare la generazione di rifiuti, a seguito dell’uso diffuso e necessario dei dispositivi, passa dalla produzione e dall’utilizzo, per tutti coloro che non sono professionisti negli ambiti sanitari, di mascherine protettive lavabili e riutilizzabili. Secondo il Politecnico di Torino per la Fase 2 occorrerà circa un miliardo di mascherine al mese. Un quantitativo che si può ridurre di un terzo se si adottano quelle riutilizzabili. Ci sono inoltre aziende italiane che avrebbero definito metodi di sanificazione per il riuso dei dispositivi di protezione individuale.
Questa è l’indicazione dell’Unione Europea: la Commissione Europea ha respinto la richiesta della European Plastics Converters (EuPC), l’associazione dei convertitori plastici, di posticipare le scadenze della direttiva 2019/904-SUP per la messa al bando di alcuni articoli in plastica monouso.  Il ministro Costa ha espresso la volontà di ridurre l’usa e getta per puntare su materiale recuperabile “secondo i principi dell’economia circolare”, dopo aver firmato lo statuto del consorzio italiano di bioplastiche, Biorepack: 252 aziende, 2600 addetti, una produzione annua di 90mila tonnellate di bioplastica per un fatturato di 700 milioni di euro. Il ministro Costa ha anche comunicato l’istituzione di un tavolo con Ministero dell’Ambiente, Istituto superiore di Sanità, Ispra e operatori del settore rifiuti, con la funzione di monitorare i flussi di rifiuti indifferenziati, sia da raccolta differenziata che sanitari.
Qui si incontra il secondo nodo per la politica pubblica: l’infausta legge Delrio (Legge 56/2014), che in barba al dettato della Costituzione ha lasciato le Province e le Città Metropolitane in una condizione residuale, senza risorse autonome e con prerogative ridotte. Insieme alla diminuzione sostanziale del personale addetto al rilascio delle autorizzazioni per gli impianti di deposito e smaltimento, la Delrio ha altresì ridotto e neutralizzato la Polizia Provinciale, che rilevava il 70% degli illeciti ambientali, oggi reato, e smobilitato le Guardie Ecologiche Volontarie (GEV), preziosi e competenti indicatori.
Insieme al cambio di produzione e di uso dei dispositivi sanitari, per una effettiva circolarità del sistema occorrono tracciabilità e controlli lungo la filiera, ripristinando la presenza i poteri e le competenze degli organi previsti dal Titolo V della Costituzione per il governo e il coordinamento delle aree metropolitane e delle aree vaste.  Quindi non dobbiamo affrontare alcuna emergenza impiantistica di smaltimento legata al Covid-19; piuttosto, dobbiamo attuare sia le linee guida dell’Unione Europea per la sostenibilità dei prodotti – senza puntare sull’usa e getta della plastica monouso, su inceneritori e discariche -, sia il dettato Costituzionale per il governo e il controllo del territorio e delle attività che ospita.
Fiorello Cortiana