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ciao, welcome :-)

in questo blog metto un po di tutto se cerchi qualcosa che non trovi chiedimelo

venerdì 19 febbraio 2010

la Protezione Civile e la politica

La modifica al decreto alla Commissione Ambiente della Camera e l’inchiesta della magistratura seguono il loro corso normativo e giudiziario, ma ancora una volta sono le questioni ambientali a misurare e a definire la qualità della politica e della cultura ad essa sottesa. Sono di pochi giorni fa le immagini nei telegiornale degli Ischitani che facevano muro contro le forse dell’ordine a difesa degli edifici abusivi, edificati spesso in zone a rischio idrogeologico.

Per questo le immagini che dai Nebrodi ci hanno mostrato la montagna, con la sua terra, i suoi ulivi e le sue case muoversi verso valle come una gigantesca colata lavica ci chiedono anche un altro sguardo per una riflessione efficace sulla Protezione civile in Italia e sulla cultura politica nell’amministrazione della cosa pubblica e del territorio cui si riferisce.

Il Servizio nazionale per la Protezione civile nasce con la legge 24 febbraio 1992, n. 225, “al fine di tutelare l’integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, catastrofi o altri eventi calamitosi”.

La Protezione civile coinvolge l’articolazione dello Stato dal centro alla periferia e la società civile attraverso le organizzazioni di volontariato. Questa struttura permette il coordinamento centrale e, ad un tempo, una grande elasticità e tempestività operativa. La Protezione civile vede il coinvolgimento operativo di circa 800.000 volontari organizzati in quasi 4.000 gruppi, coordinati alle amministrazioni locali e ai corpi dello Stato, dal Corpo Forestale a quello dei Vigili del Fuoco, dalle Forze armate a quelle di polizia, dal Corpo nazionale di soccorso alpino e speleologico al Corpo forestale, alle società legate alle infrastrutture come Enel e Telecom, così come la Croce Rossa e gli Istituti di Ricerca scientifici. Una elevata concentrazione di professionalità, anche tra i volontari, unita ad una notevole intensità motivazionale legata alla missione e alla natura, anche drammatica, degli interventi. In questi giorni la Protezione civile è stata paragonata ad un esercito, ad una forza di pace, ma se uniamo allo sguardo descrittivo sulla sua struttura le funzioni che nel tempo le sono state affidate essa si presenta in modo plastico come lo Stato stesso. Indubbiamente la consapevolezza che in questi giorni sta prendendo corpo, mista ad indignazione, stupore e sconforto, pone ad una tale struttura questioni di legalità legittimità e di controllo. Non si tratta soltanto di separare l’organizzazione e la gestione dei grandi eventi previsti e annunciati anni prima, siano i mondiali di nuoto a Roma, i raduni religiosi o il prossimo Expo 2015 a Milano, dal servizio nazionale che si occupa delle catastrofi o delle emergenze “imprevedibili”, perché annunciate ma non considerate. Anche qui ci viene chiesto un ulteriore sforzo di riflessione: sommare ed equiparare le catastrofi e le calamità ai grandi eventi e ai grandi raduni, rendere sinonimi l’urgenza e l’emergenza non richiede solo deroghe che costituiscono l’ambiente naturale per distorsioni e degenerazioni illecite. Ciò che impressiona è constatare che, delega dopo delega, un Paese invece di semplificare una ridondante e anche contraddittoria articolazione di norme e competenze sceglie di prescindere da esse.

La politica pubblica abdica così al suo ruolo ed al suo compito di governo dei processi e si affida in outsourcing ad un Servizio nazionale connaturato alle calamità e alle emergenze, che una buona pianificazione e gestione di infrastrutture e territorio dovrebbe evitare, scongiurare e ridurre.

Proprio la buona azione della Protezione Civile e dei suoi tecnici ha evidenziato questa alterazione. Il dissesto idrogeologico nel messinese dopo l'alluvione del 2007 è oggetto di una inchiesta della Procura. I tecnici della Protezione Civile nella loro relazione del 2008 ai pubblici ministeri rilevarono che: "La causa scatenante le forti alluvioni è stata certamente l'elevata intensità di eventi meteorici, ma non può non essere presa in considerazione la leggerezza di alcune scelte territoriali, che si sono rilevate determinanti negli effetti provocati dal dissesto idrogeologico. Scelte che hanno fatto sì che il degrado dei corsi idrici del messinese diventasse un fenomeno ormai generalizzato e diffuso capace di provocare un vero e proprio disastro". Sono state riscontrate responsabilità? Di più: Calogero Ferlisi, comandante del nucleo per la tutela del territorio dei vigli urbani di Messina lungo tre anni ha denunciato 1200 edifici abusivi, 200 dei quali erano nel borgo della catastrofe alluvionale dello scorso 2009 a Giampilieri. Di fronte ad un’emergenza descritta e agli eventi catastrofici previsti come si è mossa articolazione istituzionale che da’ corpo e definisce la politica pubblica nel territorio, Sindaci, Presidenti di Provincia, Prefetti, Governatore? Non pervenuto. La giunta regionale siciliana, a seguito del dissesto idrogeologico catastrofico che interessa il comune di San Fratello, ha dichiarato lo stato di calamità per gran parte del territorio della provincia di Messina e parte della provincia di Palermo. La giunta ha inoltre deliberato la richiesta dello stato di emergenza al Consiglio dei ministri.

Certamente ora interverrà in aiuto degli sfollati la Protezione Civile, lo farà con la consueta abnegazione e i suoi operatori devono essere confortati dalla stima di sempre. Troppo semplice, e un po’ razzista, ridurre questo succedersi di fatti e di mancanze ad una vicenda Pirandelliana da circoscrivere e da commentare davanti al televisore, ogni italiano non deve andare molto indietro nella memoria della sua regione per trovare esempi simili, purtroppo.

Non a caso Bertolaso chiese a Berlusconi 25 miliardi di euro per mettere in sicurezza tutte
le zone a rischio idrogeologico presenti sul territorio nazionale. L’ignavia di chi ha competenze e funzioni per la pianificazione e la gestione del territorio può indignare, ciò che deve preoccupare è la mancanza di una cultura politica capace di vedere il proprio territorio, la propria regione, il proprio Paese, come un ecosistema complesso del quale sentire la responsabilità. Per questo la semplificazione normativa, pur necessaria, non può significare l’assenza di regole e procedure che vedano, ad esempio, la valutazione di impatto ambientale come elemento interno alla progettazione di un intervento e non come sua successiva mitigazione. Agire nel rispetto del principio di precauzione non significa immobilismo ma tener conto di tutte le indicazioni presenti. I sistemi informativi territoriali e la partecipazione informata nell’era digitale sono utili proprio per “fare bene” nel rispetto dell’interesse generale e della sostenibilità ambientale. Non sempre il “fare presto e comunque” è altrettanto efficace.

giovedì 18 febbraio 2010

Carta dei Diritti della Rete:eppur si muove...in Brasile

A conclusione del lavori dell’IGF-Internet Governance Forum promosso dall’ONU Nel 2007 a Rio, Markus Kummer, Coordinatore esecutivo del Segretariato ONU per l'IGF-Internet Governance Forum, riconoscendo i timori di Vint Cerf disse «La legge del Mare ha richiesto circa 20 anni per negoziare il trattato. In Internet abbiamo bisogno di qualcosa di più urgente. Forse l'iniziativa dell'Internet Bill of Rights ci porterà più avanti». Il giorno precedente era stata firmata una dichiarazione congiunta dei governi brasiliano e italiano che indicava proprio nell’Internet Bill of Rights, la Carta dei Diritti per Internet, lo strumento per garantire libertà e diritti nel più grande spazio pubblico mai conosciuto. Poco dopo quella firma Gilberto Gil è tornato alla musica, il Brasile ha un nuovo Ministro alla Cultura ma non ha perso tempo e si è mosso con coerenza. Il Comitato per la Gestione di Internet, www.cgi.br. composto da membri di governo, imprese, terzo settore e dalla comunità accademica e basato su multilateralismo e trasparenza, ha approvato i principi guida per le sue decisioni e raccomandazioni, principi che vengono ora utilizzati nel processo aperto, coordinato dal Ministero della Giustizia, per approvare una serie di direttive e regolamenti per Internet. Questi i dieci principi fondamentali per Internet in Brasile: 1- L'uso di Internet deve essere guidato dai principi di libertà di espressione, privacy individuale e rispetto dei diritti umani; 2- La Governance di Internet deve essere trasparente, multilaterale e democratica, per preservare e promuovere il suo carattere di creazione collettiva; 3- L’accesso a Internet deve essere universale affinché sia uno strumento per lo sviluppo umano e l’inclusione sociale; 4- La diversità culturale deve essere rispettata,preservata e stimolata, senza l'imposizione di credenze, costumi e valori; 5- La Governance di Internet deve promuovere sviluppo e diffusione delle nuove tecnologie e dei modelli di accesso e uso; 6- Va garantita la neutralità delle Rete, senza filtraggi politici, commerciali, culturali e religiosi o qualsiasi altra forma di discriminazione o trattamento preferenziale;7- La responsabilità delle attività illecite è personale e non di chi offre i servizi di connessione e le piattaforme di comunicazione. Le azioni contro le attività illecite devono rispettare i principi fondamentali di libertà, della privacy, nel rispetto dei diritti umani;8- L’adozione di misure tecniche coerenti con gli standard internazionali per la stabilità della rete, la sicurezza e la funzionalità utilizzando le migliori pratiche; 9- Internet deve essere basata su standard aperti che facilitano l'interoperabilità per permettere a tutti di partecipare al suo sviluppo; 10- Gli ambienti giuridici e di regolamentazione devono preservare le dinamiche di Internet come uno spazio per la collaborazione. La stessa Commissione sulle Libertà Civili e la Giustizia del Parlamento Europeo aveva già esortato un anno fa tutti gli stakeholders della Rete all’impegno nel processo in corso per la carta dei Diritti di Internet: qualcuno se ne è accorto a Roma, dove il processo ebbe inizio?
The Internet Steering Committee in Brazil - CGI.br, in its 3rd ordinary meeting of 2009 held in NIC.br headquarters in the city of São Paulo, has approved the following Resolution:
CGI.br/Res/2009/03/P - PRINCIPLES FOR THE GOVERNANCE AND USE OF THE INTERNET IN BRAZIL
Considering the need of support and orientation for its actions and decisions according to fundamental principles, the CGI.br decides to approve the following Principles for the Internet in Brazil:
1. Freedom, privacy and human rights
The use of the Internet must be driven by the principles of freedom of expression, individual privacy and the respect for human rights, recognizing them as essential to the preservation of a fair and democratic society.
2. Democratic and collaborative governance
Internet governance must be exercised in a transparent, multilateral and democratic manner, with the participation of the various sectors of society, thereby preserving and encouraging its character as a collective creation.
3. Universality
Internet access must be universal so that it becomes a tool for human and social development, thereby contributing to the formation of an inclusive and nondiscriminatory society for the benefit of all.
4. Diversity
Cultural diversity must be respected and preserved and its expression must be stimulated, without the imposition of beliefs, customs or values.

5. Innovation
Internet governance must promote the continuous development and widespread dissemination of new technologies and models for access and use.
6. Network neutrality
Filtering or traffic privileges must meet ethical and technical criteria only, excluding any political, commercial, religious and cultural factors or any other form of discrimination or preferential treatment.
7. Network unaccountability
All action taken against illicit activity on the network must be aimed at those directly responsible for such activities, and not at the means of access and transport, always upholding the fundamental principles of freedom, privacy and the respect for human rights.
8. Functionality, security and stability
Network stability, security and overall functionality must be actively preserved through the adoption of technical measures that are consistent with international standards and encourage the adoption of best practices.
9. Standardization and interoperability
The Internet must be based on open standards that facilitate interoperability and enable all to participate in its development.
10. Legal and regulatory environments
Legal and regulatory environments must preserve the dynamics of the Internet as a space for collaboration.



lunedì 15 febbraio 2010

Milano, via Padova

Alcune cose su quello che è accaduto a Milano in via Padova.
Mi sembra importante l'atteggiamento del Ministro Maroni e ho chiesto ai parroci della zona di
prenderlo in parola ed interloquire pubblicamente con lui. C'è un lavoro di tessitura sociale, dialogo interreligioso,
cultura della reciprocità e delle regole che rischia di essere travolto dalla speculazione pre elettorale.
In questo senso Salvini e Calderoli si sono ancora una volta distinti con le loro incitazioni con la bava alla bocca.
Ho trovato imbarazzato, e imbarazzante, Ignazio La Russa.
Mi sembra necessario evitare che le posizioni di Fini e di coloro che in Parlamento parlano di integrazione, legalità, cittadinanza,
siano ridotte a sinonimi di apologia della clandestinità.
Senza programmazione del territorio, dei servizi, delle attività commerciali, del controllo delle case che gli italiani affittano a moltitudini senza preoccuparsi
di nulla, dato che non esiste una legge che li responsabilizzi, il disastro sociale, la paura e l'alterità diventano un esito più che prevedibile.
Chi governa la città da 16 anni non può prendersela con il destino cinico e baro, con il Cardinale Tettamanzi o con la Magistratura che boicotterebbe l'azione
del Governo ( vedi La Russa). Non ci troviamo di fronte a sbarchi inaspettati: chi ha dato le autorizzazioni commerciali? Chi non ha responsabilizzato i condomini e i loro amministratori?
Chi ha lasciato alla sola sussidiarietà, senza supportarla, la gestione dei bisogni sociali? Chi non ha creato sportelli di informazione sui diritti e sui doveri che devono valere
per tutti, italiani e non? Le circoscrizioni a Milano cosa servono, al di là di dare stipendi a coloro che appartengono alle diverse cordate interne ai partiti, federalisti "de noantri" in testa?
La dissoluzione del Patto Sociale ha una intensità diffusa ben oltre l'emergenza prodotta da episodi violenti che periodicamente si succedono, da Rosarno a
via Padova, occorre supportare il Ministro Maroni e chiedere a lui di mettere fine ad ogni facile speculazione preelettorale che cerca di speculare sui frutti delle azioni
di mal governo locale. Non tutti i disgraziati del mondo possono venire qui, ma coloro che per ne necessità del mercato del lavoro e per diritto d'asilo sono in Italia devono
trovare un percorso di legalità, di cultura e responsabilità propri della democrazia liberale europea, insieme all'educazione al rispetto della dignità, propria e degli altri, abitanti/cittadini.

venerdì 12 febbraio 2010

benvenuto Openoffice 3.2

scaricate, usate e condividete :-)

OpenOffice.org 3.2 in italiano: http://it.openoffice.org/download/

Guida a OOo 3.0 in italiano: http://www.plio.it/guidaintroduttiva3

Modelli in Italiano: http://templates.services.openoffice.org/it

FAQ su OOo dal Newsgroup Italiano: http://tinyurl.com/OOoFAQIT OpenOffice.org nelle altre lingue: http://download.openoffice.org Estensioni per OOo: http://extensions.services.openoffice.org

OOoCon: http://marketing.openoffice.org/conference/

L'Associazione PLIO, Progetto Linguistico Italiano OOo, raggruppa la comunità italiana dei volontari che sviluppano, supportano e promuovono la principale suite libera e open source per la produttività negli uffici:OpenOffice.org.

Associazione PLIO: http://www.plio.it

giovedì 11 febbraio 2010

Decreto Romani

LIBERO WEB IN LIBERO STATO SABATO 13 FEBBRAIO 15,00 VIA CAGLIERO 26 QUI
MILANO LIBERA

Internet, conoscenza e pace

Internet,

conoscenza e pace

Riprendiamo un tema lanciato sul numero di fine 2009 del nostro giornale,

la candidatura di Internet aL Nobel per la pace, per approfondire il tema del web

come strumento di conoscenza collettiva. Base fondamentale per qualunque

tipo di comunicazione. Dialogo con Fiorello Cortiana, Goodwill Ambassador

di Olpc, e Nicholas Negroponte, che con il progetto laptop del MIT si batte per

garantire ai bambini di tutto il mondo opportunità di apprendimento in Rete

FIORELLO CORTIANA

il caso

10 / n.04 del 12.02.2010 www.pubblicitaitalia.it

di Piero Babudro

Forse in futuro Wired Italia sarà ricordato

come il fautore dello storico Premio Nobel

per la pace a Internet (vedi l’articolo

pubblicato al lancio dell’iniziativa sull’ultimo

numero del 2009 del nostro giornale).

Come il soggetto che, più di altri, ha

combattuto e lottato per far riconoscere

alla rete delle reti quel ruolo che si merita

e, per certi versi, le spetta di diritto. Oppure,

nella peggiore delle ipotesi, parleremo

del mensile tecnologico come della realtà

che fino all’ultimo ci ha fatto accarezzare

il sogno collettivo di vedere il Tcp/Ip paragonato

nientemeno che a Martin Luther

King, Al Gore o al Dalai Lama Tenzin Gyatso.

Comunque vada, e qualunque sia la

nostra opinione in merito all’iniziativa

‘Internet For Peace’, ricorderemo questo

2010 come di un momento storico per

la rete e per le intelligenze collettive che

ha saputo muovere. E non ci farà storcere

il naso più di tanto vedere il Web messo

sullo stesso piano della Croce Rossa o di

Amnesty International.

Sì perché tralasciando le polemiche della

vigilia sull’opportunità di candidare

a un così importante riconoscimento

quello che, in fondo, resta uno strumento

neutro e alieno da implicazioni

morali, il dato fondamentale è che oggi

qualcosa sta cambiando. Accantoniamo

per un momento le aziende, italiane e

non, che approfittano della proposta di

Wired Italia per affiancare (o colorare di)

impegno sociale a quello che è e resta,

comunque, un business: il solo fatto che

l’idea di Internet For Peace provenga dall’Italia

è di per sé importante. Siamo un

paese mediatico, e non da oggi. Attorno

ai media si è articolato un sistema sociale

e politico. Settant’anni fa il cinema era

‘l’arma più forte’. Poi, dall’italiano di Mike

Bongiorno alla lottizzazione, dalle tv private

al duopolio, attorno ai mezzi di comunicazione

di massa si è giocata una

battaglia fondamentale per modellare

questo paese. Oggi la sfida si è spostata

dal tubo catodico al doppino telefonico:

da un lato c’è un gruppo trasversale

che spinge per una maggiore diffusione

della banda larga, che difende i diritti

dei consumatori, che lotta per le libertà

digitali. Dall’altro, scelte politiche e

programmi accusati, nella migliore delle

ipotesi, di poca lungimiranza.

Intanto, in questo 2010 a corrente alternata,

accade di tutto. Mentre Riccardo

Luna (direttore di Wired Italia), incassato

il placet di 160 parlamentari, si reca a

Oslo a presentare la candidatura di Internet,

il parlamento sta vagliando - complice

il Decreto Romani - un immenso

filtro ex-ante ai contenuti pubblicati sul

Web. Un provvedimento contro il quale

si sono pronunciati, tra gli altri, l’Agcom

- che lo ha definito “inefficace” e atipico

per un paese occidentale - e alcuni deputati

della stessa maggioranza, i quali

ne hanno auspicato una profonda revisione.

Di fronte a tutto ciò, ci si chiede

NICHOLAS NEGROPONTE

cosa rappresenti Internet oggi. La panacea

di tutti i problemi sociali, cognitivi,

ambientali, oppure l’Impero del Male?

Un driver per la crescita economica e

culturale, come sostengono gli imprenditori,

o una valvola di sfogo per il nostro

tempo libero?

“Credo che la produzione di valore

nel contesto post materiale - spiega

a Pubblicità Italia Fiorello Cortiana,

Goodwill Ambassador di Olpc, il progetto

laptop del MIT che si batte per

garantire ai bambini di tutto il mondo

opportunità di apprendimento in Rete

- sia strettamente legata al sistema relazionale

interattivo costituito dalla Rete.

Occorre innanzitutto riconoscerla come

‘impresa cognitiva collettiva’, come il più

grande ‘spazio pubblico’ mai conosciuto

e non come un supporto informativo/

comunicativo che succede al telegrafo,

al telefono, alla radio, al televisore e ai

computer. Questa consapevolezza del

cambiamento indurrebbe a pensare alle

politiche pubbliche per le infrastrutture

digitali, per il welfare e per la formazione

in altri termini e con un metodo aperto

di coinvolgimento di tutti gli ‘stakeholder’

interessati.”

Modelli da ribaltare

“Il Web è due cose allo stesso tempo

- precisa Nicholas Negroponte, fondatore

del prestigioso MediaLab di Boston,

durante un breve scambio che abbiamo

avuto con lui nelle scorse settimane -.

Conoscenza strutturata e un insieme di

punti di vista molteplici su quella conoscenza.

Questo secondo aspetto è il più

importante. A scuola ci viene detto che

esiste un unico punto di vista, quello

giusto. Che si tratti di Storia, Linguaggio

o scienze comportamentali, le verità

sono molteplici, e a volte possono quasi

contraddirsi. Quello che il Web consente

è l’espressione di questa molteplicità,

lungo tutti gli assi e le prospettive disponibili,

non solo Est/Ovest, Nord/Sud,

Cristiano/Musulmano”.

L’eventuale assegnazione a Internet del

Premio Nobel per la pace, oltre a costituire

un prestigioso quanto teorico riconoscimento,

potrebbe avere importanti

ripercussioni sul piano pratico, secondo

Negroponte. “La prima conseguenza

sarebbe un cambiamento nei modelli

di pensiero. La pace è comunicazione.

La pace è educazione. La pace è capire

il mondo in modo globale. I bambini

sono globali, gli adulti no. Oggi prendiamo

bambini globali e li trasformiamo in

cittadini dalla mentalità ristretta. Questo

modello verrebbe ribaltato”.

Tornando al nostro paese, ci ritorna in

mente la tremenda dicotomia tra chi

(mass media, aziende, esperti e professionisti)

parla di Internet in termini

enfatici e chi (certa politica) continua a

rifiutare ogni dialogo con le moltitudini

della società della conoscenza. Uno

strappo che non ha mancato di generare

una certa insofferenza.

“L’Italia non ha una politica pubblica per

l’innovazione nella Società della Conoscenza

- continua Cortiana -. Tutti i portatori

di interesse legati alla dimensione

‘analogica’ cercano di produrre per via

normativa e tecnologica una scarsità e

un controllo che l’immaterialità digitale

e la disintermediazione della Rete di per

sé hanno superato. Quindi il Premier riduce

la Rete e coloro che offrono servizi

su di essa a una dimensione televisiva,

con direttori responsabili dei palinsesti,

laddove invece dei telespettatori abbiamo

dei ‘prosumer’, che contribuiscono

alla creazione di contenuti e non solo

di share. Quindi l’’incumbent’ nazionale

conserva gelosamente il controllo dell’infrastruttura

digitale invece di condividere

e creare una rete con tutti coloro,

pubblici e privati, che dispongono di

fibra o di cavidotti. Alla faccia del ‘Rapporto

Caio’ sulla Banda Larga. Il nostro

Paese corre il rischio di andare in franchising

sulla creatività, cosa che per gli

italiani costituirebbe, oltre che un danno,

anche una beffa”.

Problemi di ordine economico, mancati

investimenti: ma anche precise scelte

strategiche da parte degli operatori, che

non investono in zone montuose o scarsamente

popolate. Manca anche l’aiuto

pubblico: spesso le istituzioni hanno tirato

in ballo la complessa morfologia della

Penisola per spiegare i ‘buchi’ nella diffusione

dell’Adsl in Italia. Poi basta guardare

a quanto accade negli altri paesi d’Europa

- dove anche zone relativamente remote

sono raggiunte dal segnale - per rendersi

conto che qualcosa non quadra.

“Il vero problema - spiega ancora Cortiana

- riguarda l’ignoranza digitale

del decisore pubblico, che impedisce

di riconosce l’accesso alla Rete come

un’esigenza fondamentale per il Paese

e i suoi cittadini, tanto sotto il profilo

economico quanto sotto quello della

partecipazione pubblica informata, garantito

dalla Costituzione. Se non foswww.

pubblicitaitalia.it n.04 del 12.02.2010 / 11

il caso

se così, a partire dal ‘Rapporto Caio’, il

Governo avrebbe interessato il Paese e

il Parlamento attraverso gli Stati Generali

della Conoscenza. Avrebbe posto

la questione dell’accesso distribuito e

della infrastruttura relativa attraverso la

creazione di una Public company, partecipata

dall’incumbent e da tutte le realtà

pubbliche e private creando così condizioni

non discriminatorie e l’effettiva

neutralità della rete per tutti i produttori

di servizi ‘retail’. Creando altresì le condizioni

per il raggiungimento della dorsale

appenninica, dell’arco alpino e di tutte

quelle zone che i privati, per quanto

grandi, non giudicano profittevoli.”

Il problema, poi, non si esaurisce in considerazioni

relative al mondo politico o

economico. Mentre l’Italia resta confinata

tra le ultime nazioni europee quanto

a diffusione e penetrazione della broadband,

il mancato sostegno pubblico allo

sviluppo investe il campo sociale e della

formazione, con conseguenze che il nostro

paese continuerà a scontare tra una

decina di anni, quando forse sarà troppo

tardi per sperare in qualsiasi tipo di recupero.

Si prenda ad esempio il mondo

della scuola, che in teoria avrebbe dovuto

fare di Internet uno dei suoi tre pilastri.

“Non c’è nulla di sistematico che veda

sul tavolo di ogni studente un lap top

connesso per interagire con il potenziale

di conoscenza della Rete attraverso il

supporto, gli strumenti formativi e la relazione

comune di apprendimento con

il docente - chiude Cortiana -. Il danno è

evidente sia sotto il profilo dell’apprendimento

dei fondamentali digitali che, ed è

peggio, sotto il profilo di una cultura che

attraverso griglie critiche consenta un

uso consapevole della Rete, delle sue potenzialità

e delle sue opportunità.”

mercoledì 10 febbraio 2010

la Fipav contro Telecom e gli utenti della Rete

qesta è l'intervista che ho rilasciato all'agenzia AMI sull'ennesimo tentativo di strangolare la Rete e chi la compone

http://www.agenziami.it/articolo/5651/Internet+Fapav+contro+Telecom+e+gli+utenti+p2p/

mercoledì 3 febbraio 2010

Caccia: un mortificante ritorno al passato

L’approvazione della legge Comunitaria interessa le assemblee parlamentari a ridosso delle elezioni regionali, cosa che non favorisce un confronto sereno e dispone molti parlamentari ad avere una sensibilità particolare per la lobby venatoria, determinata a pesare in questi frangenti. Così dopo il voto al Senato si sono alzate polemiche e preoccupazioni. Quale è la situazione attuale, quali sono gli attori umani e non in campo? I dati evidenziano una costante riduzione: dal 1988 al 2007 i cacciatori italiani sono passati da 1.500.986 a 751.876, un dimezzamento accompagnato dall’innalzamento dell’età media ma non da una proporzionale diminuzione della pressione venatoria. La densità venatoria (il numero di cacciatori ogni 1.000 ettari di territorio) negli anni 2000-2007 ha un valore costante di 40-42, era di 57,25 nel 1988. Questo perché la pressione sugli animali è aumentata a causa della costante erosione di territorio causata dalle attività di urbanizzazione. Aumenta anche la pressione sulla vigilanza venatoria: se nel 2000 i due agenti di pattuglia controllavano 492 cacciatori, nel 2007 dovevano controllarne 520. Aumentano anche le specie a rischio, tra le quali mammiferi ed uccelli, secondo il rapporto IUCN- Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, un'organizzazione che ha lo status di Osservatore all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Infine nel 2008 e fino al settembre 2009 si sono verificati 9.778 incendi boschivi che hanno percorso 43.235 ettari boscati. Muoiono in media 400 animali selvatici tra uccelli, rettili e mammiferi, per ogni ettaro di bosco a macchia mediterranea che brucia, perciò sono milioni gli animali in meno. Questo è lo scenario nel quale si svolge l’attività venatoria in Italia. La Commissione europea ha avviato un procedimento di infrazione contro la Spagna, l'Italia e l'Austria in materia di caccia per la normativa non conforme alla direttiva europea sugli uccelli selvatici e perché non prevedono controlli sufficienti e pertanto non tutelano nella giusta misura le specie di uccelli interessate. L’Unione Europea disciplina la caccia con la direttiva del 1979 sugli uccelli selvatici che prevede misure di protezione, di gestione e di regolazione di tutte le specie di uccelli viventi naturalmente allo stato selvatico. La direttiva consente la caccia di alcune specie, se praticata al di fuori dei periodi di riproduzione e di migrazione. Gli Stati membri fissano il calendario venatorio, sulla base delle conoscenze scientifiche relative ai periodi di riproduzione e di migrazione delle diverse specie cacciabili, le deroghe sono accordate soltanto se rispettano condizioni rigorose. Un accordo storico in materia di caccia sostenibile è stato firmato a livello dell'UE nel 2004 tra le associazioni di caccia e le organizzazioni per la conservazione degli uccelli. Qualora lo Stato membro non si conformi al parere motivato della Commissione, la Commissione Europea può decidere di adire la Corte di giustizia delle Comunità europee. L’Italia si trova sotto procedura di infrazione ,se la Corte di giustizia accerta che il trattato è stato violato, lo Stato membro inadempiente è tenuto ad adottare i provvedimenti necessari per conformarsi al diritto comunitario. Il 13 giugno con un impegno storico, l’Italia ha aderito formalmente oggi all’iniziativa Countdown 2010 (“Conto alla rovescia 2010”). Lo scopo del Countdown 2010 è che tutti i governi Europei, ad ogni livello, prendano le misure necessarie per fermare la perdita di biodiversità entro il 2010. A questo fine, l'iniziativa riunisce governi, ONG e il settore privato. A dispetto di questo quadro il Senato, con il parere negativo del Ministero dell’Ambiente e dell’Istituto Superiore Per la Ricerca e la Protezione Ambientale ha approvato una proposta che, se confermata alla Camera, renderebbe più flessibili i periodi nei quali è permessa la caccia per alcuni tipi di uccelli migratori, delegando alle regioni la definizione delle date di apertura e chiusura della stagione. Il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo si è unita all'allarme degli ambientalisti, affermando che l'emendamento approvato in aula al Senato era “diverso da quello precedentemente concordato col governo” per questo “la norma va corretta alla Camera”. Anche il Ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi responsabile del provvedimento è stato chiaro ''Naturalmente il testo dovrà essere ulteriormente migliorato nel passaggio alla Camera per fugare le preoccupazioni di chi teme che alcune Regioni possano ampliare arbitrariamente il periodo in cui la caccia ai volatili e' consentita. Il governo, in questo senso, e' aperto al confronto e ascolterà con attenzione le istanze che verranno sollevate dall'aula, dalle associazioni ambientaliste e venatorie e dai ministri competenti a cui spetta, lo voglio ricordare, la competenza sulla materia''. Barbara Helfferich portavoce del commissario europeo all'Ambiente, Stravos Dimas, ha ricordato che “Tutte le leggi nazionali devono rispettare e adeguarsi alla legislazione europea per quanto riguarda le limitazioni temporali, se ci sarà una nuova legge in Italia, essa verrà analizzata attentamente per verificare che rispetti la normativa Ue”. Dimas aveva già stigmatizzato l’uso delle deroghe per autorizzare la caccia ordinaria. Così mentre in Europa si riducono tempistiche e specie cacciabili e parallelamente si incrementano le zone protette, in Italia le associazioni ambientaliste e trasversalmente molti parlamentari sostengono che proposta di legge approvata al senato comporta un aumento di specie cacciabili, il prolungamento dei tempi di caccia, la depenalizzazione dei reati venatori, la mortificazione della ricerca scientifica, il nomadismo venatorio. Queste preoccupazioni si aggiungono a pratiche illegali diffuse. Gli archetti sono trappole per la cattura dei piccoli uccelli da richiamo per il mercato illegale. I ripopolamenti per la caccia alterano l’equilibrio naturale del numero degli animali, così l'agricoltura vede nei cacciatori la risposta ai danni creati da animali che passano goffamente dalla batteria ai campi. La goffaggine rende questi animali facili prede così ci sono cacciatori che usano bocconi avvelenati così muoiono, tassi, donnole, faine, specie rare, come lupi, orsi, aquile, falchi, gufi, civette, corvi imperiali, faine, martore, aironi, cormorani e cani e gatti. I pallini di piombo nel terreno, negli stagni, acquitrini, nelle zone umide provocano negli animali il Saturnismo, una intossicazione che causa danni anche a chi si ciba di questi animali. L'Italia, per collocazione e conformazione geografica ha una ricchezza di ambienti e climi che ne fa la nazione europea più ricca di specie: oltre 57 mila specie animali (circa un terzo del patrimonio faunistico europeo) dei quali 1.176 specie di vertebrati, e 9 mila specie di piante, muschi e licheni (quasi il 50% della flora europea).Tanta bellezza, tanta ricchezza richiedono una responsabilità adeguata. L’uccisione di animali per sport rimanda ad una dimensione etica individuale, ma l’equilibrio ambientale e la sostenibilità delle azioni umane rimandano ad un’etica della responsabilità verso il vivente collettiva, come si è affermato anche alla Conferenza di Copenhagen. La legge 157del 1992, che responsabilizzava il cacciatore ad un legame con il territorio, mise in luce un alto grado di saggezza del mondo venatorio che appoggiò il Parlamento dopo che il referendum contro la caccia promosso dagli ecologisti non raggiunse il quorum. La proposta oggi in questione non è solo un ritorno agli scontri di un passato remoto ma anche un indicatore della dissoluzione di un patto sociale condiviso prodotto e promosso dalla politica pubblica.

lunedì 1 febbraio 2010

in difesa della Costituzione

Per la Costituzione, sit in del Popolo Viola, 30 gennaio 2009 Piazza Mercanti Milano- Fiorello Cortiana
"Thomas Paine era un uomo libero inglese con idee repubblicane che, verso la fine del XVIII° sec. fuggi a Parigi, anche lì non ebbe vita facile e uscì dal carcere solo dopo la caduta di Robespierre. Egli è considerato uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d'America. Paine affermò che " Una costituzione non è l'atto di un governo, ma l'atto di un popolo che crea un governo: un governo senza costituzione è un potere senza diritto (...) una costituzione è antecedente a un governo; e il governo è solo la creatura della costituzione"
La stessa Costituzione Italiana al secondo capoverso, dopo aver affermato che "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro." dice "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.".
Noi oggi stiamo assistendo al rovesciamento esplicito e sostanziale di questi fondamentali principi democratici: la fonte che definisce le regole e le adatta alle sue necessità è il governo e lo fa in funzione delle esigenze del suo Capo, siano queste esigenze dettate da problemi giudiziari o aziendali. Perciò laddove non si è rivelato sufficiente depenalizzare reati come il falso in bilancio o estendere prescrizioni, si è pensato di intervenire con salvaguardie come il "Lodo Alfano". Dato che la Corte Costituzionale lo ha rigettato si pensa di modificare la Costituzione per ridurre l'autonomia della magistratura e facendo saltare l'equilibrio tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e con essi un'equilibrio fondamentale. Si opera in questa direzione nel nome della legittimità del consenso elettorale, quindi laddove le azioni conseguenti non fossero coerenti con il perincipio di legatità si ritiene il governo sovraordinante nel nome della legittimità del consenso elettorale dato dalla maggioranza dei votanti. Certamente neanche dalla maggioranza degli italiani, tutelati dalla Costituzione e titolari della sovranità popolare. Non stupisce quindi che sul piano aziedale, dopo la "Legge Gasparri", l'adozione dei decoder e il limite pubblicitario imposto a Sky, si arrivi oggi alla proposta di equiparazione, per via normativa, di Internet e delle sue piattaforme di scambio ad una televisione con i suoi direttori dei palinsesti. Questo in spregio al fatto che i navigatori della Rete siano dei prosumer cioè non solo consumatori di contenuti ma allo stesso tempo dei produttori. Questo in spregio al fatto che la Rete è disintermediata, non gerarchica: il più ampio spazio pubblico fino ad ora conosciuto.
Il fatto che l'origine della creazione delle regole fondamentali che giustificano le leggi sia diventato il governo in ossequio alle esigenze del suo capo può farci temere che le escort non saranno solo candidate nelle liste bloccate e garantite dall'apposita legge elettorale, ma che per esse verrà pensato uno specifico welfare ed una garanzia previdenziale che gli operai ed i ricercatori precari e licenziati presenti su diversi e gelidi tetti d'Italia neanche si immaginano. Se noi non ci mettiamo a proporre questo sguardo disincantato su quanto sta accadendo alla nostra Costituzione ai nostri colleghi, ai vicini, ai compagni di scuaola e di calcetto, questo processo di rovesciamento sembrerà persino logico."