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ciao, welcome :-)

in questo blog metto un po di tutto se cerchi qualcosa che non trovi chiedimelo

giovedì 31 marzo 2011

10 DIRITTI E PRINCIPI DI INTERNET

Da quando insieme a Stefano Rodotà, Gilberto Gil e mille altri lanciammo la proposta di una Carta dei Diritti di Internet-Internet Bill of Rights al World Summit on Information Society dell’ONU che si tenne a Tunisi nel 2005 l’idea di affermare un insieme di diritti condivisi come garanzia costitutiva per Internet molti hanno sostenuto questa necessità. Interattività, disintermediazione, condivisione, cooperazione, neutralità, libertà di espressione, pluralismo culturale, trasparenza, non sono delle caratteristiche naturali della rete Internet. Tracciabilità, controllo, profilazione delle identità, chiusura e limitazione agli accessi, comunicazione verticale, estensione del copyright, brevettabilità del software, costituiscono altrettante azioni in campo. Per questo è importante il processo avviato al WSIS e supportato dai governi Italiano e Brasiliano, dal Parlamento Europeo sia poi proseguito negli Internet Governance Forum dell’ONU, che si svolgono annualmente, attraverso il lavoro della Coalizione Dinamica su I Diritti e Principi di Internet che, insieme al Ministro Gilberto Gil lanciammo all’IGF di Rio http://internetrightsandprinciples.org . Una delle Dynamic Coalition in cui si articola l’IGF, partecipato da governi, parlamenti, associazioni, imprese, con la modalità aperta ed inclusiva multistakeholder. Dopo un lungo confronto online e nei gruppi di lavoro all’IGF la coalizione sui diritti e principi di Internet ha condiviso un documento che definisce dieci diritti e principi fondamentali che devono costituire la base della governance di Internet. I principi sono proposti da una rete aperta di persone e di organizzazioni che lavorano per la difesa dei diritti umani nell’ambiente Internet. I principi sono radicati nelle norme internazionali e si fondano sulla consapevolezza che devono essere prese decisioni per garantire che Internet funzioni e si evolva in modi che soddisfino il più possibile un ambiente Internet basato sui diritti. Oggi questo decalogo aperto di diritti e principi è stato ufficialmente lanciato a Stoccolma, dove la Svezia ospita il secondo incontro internazionale di esperti sui Diritti Umani e Internet. Attraverso collaborazioni e adattamenti, i diversi partecipati della coalizione dinamica hanno prodotto le versioni in Thai, Swahili, Spagnolo, Portoghese, Francese, Filippino, Italiano e Svedese e presto, nel rispetto dei diversi fusi orari, si aggiungeranno altre lingue. Ora da Facebook a Twitter a migliaia di siti web, i 10 principi si stanno diffondendo. Un buon viatico per il sesto appuntamento IGF dell’ONU, che si terrà a Nairobi, in Kenia dal 27 al 30 Settembre 2011 e la cui proposta di tema principale è: “Internet come catalizzatore per il cambiamento: accesso, sviluppo, innovazione e libertà”. Se pensiamo alla mobilitazione per la libertà che hanno favorito le piattaforme e la convergenza digitali in Nord Africa e nel Medio Oriente, furono felici e lungimiranti il WSIS a Tunisi e il seme per un Internet Bill of Rigths, quelle persone che riempiono le piazze e i nostri schermi i diritti li esigono in rete e fuori, altroché virtualità.



10 DIRITTI E PRINCIPI DI INTERNET




Questo documento definisce dieci diritti e principi fondamentali che devono costituire la base della governance di Internet. I principi sono proposti da una rete aperta di persone e di organizzazioni che lavorano per la difesa dei diritti umani nell’ambiente Internet: la Dynamic Coalition su I Diritti e Principi di Internet. I principi sono radicati nelle norme internazionali sui diritti umani e derivano dalla Carta dei Diritti umani e dei Principi per Internet elaborata dalla coalizione.



Internet offre opportunità senza precedenti per la realizzazione dei diritti umani, e svolge un ruolo sempre più importante nelle nostre vite quotidiane. E’ quindi essenziale che tutti gli attori, pubblici e privati, rispettino e proteggano i diritti umani su Internet. Devono anche essere prese decisioni per garantire che Internet funzioni e si evolva in modi che soddisfino il più possibile i diritti umani. Per contribuire a realizzare questa visione di un ambiente Internet basato sui diritti, i 10 Diritti e Principi sono:




1) Universalità e uguaglianza
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, che devono essere rispettati e protetti nella rete Internet.

2) Diritti e Giustizia Sociale
Internet è uno spazio per la promozione, la protezione, il rispetto dei diritti umani e la promozione della giustizia sociale. Ognuno ha il dovere di rispettare i diritti umani di tutti gli altri nella rete Internet.

3) Accessibilità
Tutti hanno pari diritto di accesso e di utilizzo di un Internet sicuro e aperto.

4) Espressione e di associazione
Ogni individuo ha il diritto di cercare, ricevere e comunicare informazioni liberamente su Internet senza censure o altre interferenze. Ognuno ha anche il diritto di libera associazione attraverso Internet, per motivi e fini sociali, politici, culturali o altri.

5) Privacy e protezione dei dati
Ogni individuo ha diritto alla privacy online. Questo include la libertà dalla sorveglianza, il diritto di utilizzare la crittografia, e il diritto di anonimato in Internet. Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati, incluso il controllo sulla raccolta di dati personali, la loro conservazione e trasformazione, la cessione e la divulgazione.

6) Vita, libertà e sicurezza
Il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza devono essere rispettati, protetti e realizzati su Internet. Questi diritti non devono essere violati o utilizzati per violare altri diritti nella rete digitale.

7) Diversità
La diversità culturale e linguistica su Internet deve essere promossa, l’innovazione tecnica e politica dovrebbero essere incoraggiate a facilitare la pluralità di espressione.

8) Uguaglianza
Ciascuno deve avere un accesso universale e aperto ai contenuti di Internet, liberi da priorità discriminatorie, filtraggi o controlli del traffico per ragioni commerciali, politiche o altre ragioni.

9) Norme e regolamento
L'architettura di Internet, i sistemi di comunicazione e i formati dei documenti e dei dati si basano su standard aperti per garantire la completa interoperabilità, l'inclusione e le pari opportunità per tutti.

10) Governance
I diritti umani e la giustizia sociale devono costituire il quadro giuridico e normativo fondamentale su cui Internet funziona ed è governato. Questo deve avvenire in modo trasparente e multilaterale, basato su principi di apertura, di partecipazione inclusiva e di responsabilità.

Radiazioni: quello che non fanno, quello che nascondono

Le conseguenze di Fukushima, la prevenzione, l'informazione e l'allarmismo



Il Piano Nazionale del Dipartimento della Protezione Civile, Dpcm del 19 marzo 2010: approvazione del piano nazionale delle misure protettive contro le emergenze radiologiche prevede delle misure d'urgenza in caso di rischio nucleare.



Dalla home page del sito del Ministero della Salute, nella parte in evidenza dedicata alla rassicurazione ai cittadini relativamente alla crisi nucleare giapponese fino a ieri era possibile raggiungere alcune pagine tratte dal Supplemento ordinario n. 96 alla GAZZETTA UFFICIALE Serie generale - n. 119.

Esse contenevano le indicazioni per la “Distribuzione territoriale della dose equivalente alla tiroide (mSv) da inalazione di 131I per il gruppo di popolazione dei bambini”. Nei “Presupposti tecnici del piano nazionale delle misure protettive contro le emergenze nucleari e radiologiche.” Si evidenziava che “Perché la contromisura abbia la massima efficacia è necessario che lo iodio stabile venga somministrato prima dell’esposizione al rilascio radioattivo (in previsione dell’arrivo della nube radioattiva) o al massimo entro le prime 6-8 ore dall’inizio dell’esposizione (Fig.A4.1). Somministrazioni più tardive presentano profili di efficacia molto modesti ed è addirittura possibile che una somministrazione ritardata di iodio stabile (48-72 ore dopo l’inizio dell’esposizione) possa prolungare la ritenzione intratiroidea del radioiodio provocando pertanto teoricamente un potenziamento del danno radioindotto alla tiroide”. Veniva inoltre indicata la “Dose evitata alla tiroide in funzione del tempo in cui viene somministrato lo iodio stabile (tratta da:Guidelines for iodine prophylaxis following nuclear accidents – 1999 update WHO)Facendo riferimento al documento “Basi tecniche per l’aggiornamento dei presupposti del piano nazionale delle misure protettive contro le emergenze nucleari e radiologiche. Eventi diorigine transfrontaliera” (Novembre 2006), nelle figure A4.2 e A4.3 è riportato l’andamento temporale della dose equivalente alla tiroide per i due impianti presi in considerazione.” Il riferimento riguarda eventuali incidenti alla centrale di St. Alban in Francia e alla centrale di Krško in Slovenia, centrale appena riavviata dopo che il 23 marzo era stata fermata per problemi tecnici e di sicurezza. Il Decreto precisava che ”Le Regioni interessate sotto questo aspetto, nell’ipotesi più sfavorevole formulata, sono:- In caso di rilascio a seguito di incidente severo presso la centrale di St. Alban:

Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, parte della Lombardia, parte dell’Emilia-Romagna;

- In caso di rilascio a seguito di incidente severo presso la centrale di Krško: Friuli

Venezia Giulia, parte del Veneto e dell’Emilia Romagna per il possibile interessamento

dell’area del delta padano (province di Rovigo e Ferrara).”

Quindi “Considerato che in Italia non sono presenti centrali in esercizio, e

che lo scenario di riferimento riguarda incidenti transfrontalieri severi, si ritiene che nel nostro

Paese si debba progettare un sistema di stoccaggio finalizzato alla distribuzione rapida in

emergenza. Il tempo intercorrente tra la notifica dell’incidente e l’inizio dell’esposizione della

popolazione sul territorio nazionale non può essere conosciuto a priori con precisione. Si può

stimare un intervallo temporale che va da 12 a 24 ore. La profilassi, per essere efficace, deve essere

effettuata al più tardi entro 6-8 ore dall’inizio dell’esposizione.

Sulla base di queste premesse, si possono ipotizzare due modelli:

a) costituzione di scorte di compresse di KI nelle farmacie dei territori potenzialmente esposti e

distribuzione gratuita in caso di allarme, su disposizione del Dipartimento della Protezione

Civile, d’intesa con la Regione interessata;

b) stoccaggio decentrato presso strutture idonee, e distribuzione a cura del sistema sanitario

territoriale (118), attraverso centri di distribuzione definiti sulla base di una pianificazione

specifica.”

Ci troviamo di fronte a que problemi:

1-A distanza di 19 giorni dal sisma giapponese la maggior parte delle farmacie non sa neanche cosa sia lo Ioduro di potassio, in aperta antitesi alle indicazioni di necessaria immediatezza previste dal decreto.

2- Da ieri alcune pagine del decreto sono state modificate sul sito del Ministero della Salute. L'allegato 4 (raggiungibile comunque solo cliccando sull'Allegato 5 !!) fino a ieri presentava 11 link da evidenziare. Oggi ne presenta 22 di fatto non raggiungibili. Qualsiasi tentativo di accesso a queste pagine porta al rilascio della indicazione "Forbidden: You don't have permission to access".

Risulta contraddittorio che alla modifica della visibilità delle pagine dal sito del Ministero della Salute si contrapponga il mantenimento di un pdf complessivo del documento, rintracciabile sul sito della Protezione Civile http://www.protezionecivile.it/resources/cms/documents/Piano_nazionale_revisione_1marzo_2010.pdf .

Cosa è accaduto? Perché le farmacie non vengono sollecitate, in chiave di prevenzione, a predisporre quanto previsto dalle indicazioni del Decreto? Perché vi è una comunicazione difforme del Ministero della Salute e del Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la quale crea confusione e contribuisce a generare insicurezza e incertezza tra i cittadini. Questa situazione di comunicazione alterata è grave, in un momento come quello attuale in cui i cittadini hanno bisogno di certezze e di rassicurazioni. La verità e l’accesso alle informazioni costituiscono non solo il rispetto dei diritti costituzionali ma anche l’unica modalità di riduzione dell’ansia e di gestione consapevole e diffusa di un problema generato da una catastrofe nucleare non confinabile e non circoscrivibile.


Ecco il contenuto delle pagine rese inaccessibili, mancano le cartine

PAGINA 4
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24-5-2010 Supplemento ordinario n. 96 alla GAZZETTA UFFICIALE Serie generale - n. 119
Tabella A4.2 Distribuzione territoriale della dose equivalente alla tiroide (mSv) da inalazione di 131I per il gruppo di
popolazione dei bambini
Intervallo di dose Krško1 St. Alban2
10(10-27)
Aree delle regioni in prossimità del
confine di Nord-Est
(10-70)
Piemonte, Valle d’Aosta, aree della
Liguria, della Lombardia e dell’Emilia
Romagna
Tratta da: Presupposti tecnici del piano nazionale delle misure protettive contro le emergenze nucleari e radiologiche.
Aggiornamento per gli eventi di origine transfrontaliera” Novembre 2006.
Perché la contromisura abbia la massima efficacia è necessario che lo iodio stabile venga
somministrato prima dell’esposizione al rilascio radioattivo (in previsione dell’arrivo della nube
radioattiva) o al massimo entro le prime 6-8 ore dall’inizio dell’esposizione (Fig.A4.1).
Somministrazioni più tardive presentano profili di efficacia molto modesti ed è addirittura possibile
che una somministrazione ritardata di iodio stabile (48-72 ore dopo l’inizio dell’esposizione) possa
prolungare la ritenzione intratiroidea del radioiodio provocando pertanto teoricamente un
potenziamento del danno radioindotto alla tiroide
Figura A4.1. Dose evitata alla tiroide in funzione del tempo in cui viene somministrato lo iodio stabile (tratta da:
Guidelines for iodine prophylaxis following nuclear accidents – 1999 update WHO)
Facendo riferimento al documento “Basi tecniche per l’aggiornamento dei presupposti del
piano nazionale delle misure protettive contro le emergenze nucleari e radiologiche. Eventi di
origine transfrontaliera” (Novembre 2006), nelle figure A4.2 e A4.3 è riportato l’andamento
temporale della dose equivalente alla tiroide per i due impianti presi in considerazione.
1 L’intervallo tra circa 10 mSv ed il valore massimo indicato impegna una estensione dell’ordine dei 20.000 Km2
2 L’intervallo tra circa 10 mSv ed il valore massimo indicato impegna una estensione dell’ordine dei 40.000 Km2

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24-5-2010 Supplemento ordinario n. 96 alla GAZZETTA UFFICIALE Serie generale - n. 119
Le Regioni interessate sotto questo aspetto, nell’ipotesi più sfavorevole formulata, sono:
- In caso di rilascio a seguito di incidente severo presso la centrale di St. Alban (Fig. A4.4):
Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, parte della Lombardia, parte dell’Emilia-Romagna;
- In caso di rilascio a seguito di incidente severo presso la centrale di Krško (Fig. A4.5): Friuli
Venezia Giulia, parte del Veneto e dell’Emilia Romagna per il possibile interessamento
dell’area del delta padano (province di Rovigo e Ferrara).
In alcuni Paesi dove esistono impianti nucleari (es. Francia, Svizzera) viene effettuata la predistribuzione
di compresse di KI alla popolazione che risiede nelle vicinanze dell’impianto (in
Svizzera, nel raggio di 20 km). Considerato che in Italia non sono presenti centrali in esercizio, e
che lo scenario di riferimento riguarda incidenti transfrontalieri severi, si ritiene che nel nostro
Paese si debba progettare un sistema di stoccaggio finalizzato alla distribuzione rapida in
emergenza.
Il tempo intercorrente tra la notifica dell’incidente e l’inizio dell’esposizione della
popolazione sul territorio nazionale non può essere conosciuto a priori con precisione. Si può
stimare un intervallo temporale che va da 12 a 24 ore. La profilassi, per essere efficace, deve essere
effettuata al più tardi entro 6-8 ore dall’inizio dell’esposizione.
Sulla base di queste premesse, si possono ipotizzare due modelli:
a) costituzione di scorte di compresse di KI nelle farmacie dei territori potenzialmente esposti e
distribuzione gratuita in caso di allarme, su disposizione del Dipartimento della Protezione
Civile, d’intesa con la Regione interessata;
b) stoccaggio decentrato presso strutture idonee, e distribuzione a cura del sistema sanitario
territoriale (118), attraverso centri di distribuzione definiti sulla base di una pianificazione
specifica.
Il modello a) è di attuazione relativamente semplice, ma deve essere organizzato in modo da
assicurare l’effettiva disponibilità dei presidi in qualsiasi giorno dell’anno ed a qualunque ora del
giorno, ed evitare fenomeni di “accaparramento” da parte della popolazione.
Il modello b) garantisce una gestione corretta e controllata delle scorte, ma deve prevedere un
sistema di distribuzione capillare in tempi molto stretti. In questo caso lo stoccaggio, per assicurare
una rapida disponibilità delle risorse, dovrà essere distribuito almeno su base provinciale (non meno
di un sito di stoccaggio ogni 500.000 abitanti).
Fatte salve diverse necessità o decisioni di ogni Regione, la scelta dei depositi dovrebbe tener
conto anche dei seguenti aspetti:
- identificazione del luogo/struttura/servizio: è preferibile avvalersi di servizi di farmacia
ospedaliera, per una adeguata conservazione del prodotto, per la disponibilità h24 e per la
gestione delle procedure di carico/scarico, lotto, scadenza e rinnovo;
- la scorta deve essere sistemata in luoghi chiusi, accessibili, non isolati, controllabili;
- il servizio che gestisce il deposito dovrebbe essere in grado di preparare il KI in "contenitori"
pronti e trasportabili;
- nelle grandi città assicurano miglior accesso e possibilità di trasporto strutture periferiche
piuttosto che centrali;
- il sito di stoccaggio dovrebbe essere dotato di /vicino a elisuperficie: occorre prevedere la
possibilità di volo notturno.
Per quanto riguarda la distribuzione rapida, questa potrebbe essere attivata dal sistema 118
(che dispone di una sala operativa in h24) avvalendosi di risorse di volontariato e/o di altre strutture
operative del sistema di protezione civile (Forze dell’Ordine, Vigili del Fuoco, Forze Armate).
L’impiego di tali risorse dovrebbe essere pianificato e definito attraverso procedure concordate con

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le strutture interessate. I centri di distribuzione dovrebbero essere individuati sulla base delle
seguenti caratteristiche:
- facilità di accesso, disponibilità di spazi di parcheggio;
- facilità di identificazione per la popolazione (es. scuole);
- possibilità di essere dedicati a questa attività senza creare disturbo all’erogazione di altri
servizi essenziali; per questa ragione è sconsigliabile effettuare la distribuzione nelle strutture
ospedaliere, a meno che non si riesca ad organizzare un’area con accesso separato rispetto al
sistema di emergenza/accettazione.
Durante l’anno scolastico, la distribuzione diretta negli istituti può assicurare la copertura di
buona parte della popolazione in età scolare.
La pianificazione della iodoprofilassi deve prevedere un’adeguata campagna di informazione
preventiva, e un sistema di comunicazione capillare in emergenza (es. SMS).
Fig. A4.4 Curva di isodose (10 mSv alla tiroide nei bambini - 48 h) Incidente Centrale di St. Alban

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Fig. A4.5 Curva di isodose (10 mSv alla tiroide nei bambini - 48 h) Incidente Centrale di Krško
Fonti consultate
􀂃 BEIR, 1990. Health Effects of Exposure to Low Levels of Ionizing Radiation. Committee on the
Biological Effects of Ionizing Radiation. BEIR V. National Academy Press, Washington D.C.
􀂃 BRER, 2004. “Distribution and administration of potassium iodide in the event of a nuclear
incident”. National Research Council’s Board on Radiation Effects Research
http.//www.nap.cdu/openbook/0309090989/htlm/11.htlm
􀂃 D. Lgs. 230/95. Attuazione delle direttive Euratom 80/386, 84/467, 84/466, 89/618, 90/641 e
92/3 in materia di radiazioni ionizzanti. Supplemento Ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 136
del 13 giugno 1995.
􀂃 D. Lgs. 241/00. Attuazione della Direttiva 96/29/EURATOM in materia di protezione sanitaria
della popolazione e dei lavoratori contro i rischi derivanti dalle radiazioni ionizzanti.
Supplemento Ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 203 del 31 agosto 2000.
􀂃 E.C., 1997. European Commission. Radiological protection principles for urgent
countermeasures to protect the public in the event of accidental release of radioactive material.
Radiation Protection 87
􀂃 FDA, 2001. Guidance. Potassium Iodide as a Thyroid Blocking Agent in Radiation
Emergencies, Food and Drug Administration, Center for Drug Evaluation Research; Rockville,
MD.

lunedì 28 marzo 2011

informazioni utili

a 17 giorni dall'inizio della crisi nucleare giapponese molte farmacie italiane non hanno a disposizione loduro di potassio. Cosa succederebbe se il nucleo del reattore 2 o 3 di Fukushima andassero in fusione incontrollata scaricndo nel giro di 2-3 giorni un immenso carico di Iodio 131 sull'Italia?
http://www.eurosalus.com/notizie/in-evidenza/piano-nucleare-e-iodio-131-tra-il-dire-e-il-fare....html

Fiorello Cortiana

mercoledì 23 marzo 2011

AGCOM non censurare Internet

http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio?fp

martedì 22 marzo 2011

Coltivare la memoria

AUT Un viaggio con Peppino Impastato
Abbiamo utilizzato le sue parole, siamo andati nella sua casa, camminato con i suoi amici, mangiato con il fratello,
abbiamo visto aprirsi le porte di casa Badalamenti.
La rivolta antimafia di Peppino Impastato raccontata in presa diretta.
venerdì 25 ore 21,00 @barrio's Milano

mercoledì 16 marzo 2011

Radiazioni: un incontro per capire

" La catastrofe nucleare giapponese e le possibili ricadute radioattive sulla nostra salute . Preoccupazioni e prevenzione: il ruolo dell'Amministrazione Locale"

Le particelle immesse nell’atmosfera dalle centrali danneggiate sono, per ora, gli isotopi iodio 131 e cesio 137. Una ipotetica fusione nucleare incontrollata ne riverserebbe quantità immense. Queste particelle in assenza di vento tendono a precipitare nelle aree di emissione. Con la ventilazione possono essere trasportate a distanza. La propagazione delle particelle è strettamente legata alle condizioni atmosferiche presenti in loco. Direzione e intensità del vento alle diverse quote andranno a condizionare concentrazione e destinazione delle particelle. Pioggia o neve faranno precipitare al suolo le sostanze radioattive. In questo momento l'Italia NON è in pericolo ma la contradditorietà delle notizie ufficiali obbliga ad una sistematica e attenta analisi per un efficace coordinamento di una informazione tempestiva e dell'assunzione delle precauzioni necessarie in vista di una possibile ricaduta di Cesio radioattivo 137 e Cesio 134 sui nostri campi e sui nostri cibi
Qui può svolgere una funzione efficace l'Amministazione Locale.

un incontro utile per capire

Marted' 22 marzo, ore 17,30 Sala Riunioni dei Gruppi Consiliari, via Marino 7

Partecipano:

- Dott.Claudio Ivan Brambilla - Ospedale dei Bambini Buzzi

- Dott. Attilio Speciani - Eurosalus

- Prof. Pier Mario Biava - Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico Multimedica

- Carlo Montalbetti - Consigliere Comunale ApI

Coordina Fiorello Cortiana

martedì 15 marzo 2011

What's going on in Brazil?

Why Ministry of Culture in Brazil reversed the open digital agenda
that Gilberto Gil implemented bringing Brazil in the cutting edge of innovation?

http://www.freedom-to-tinker.com/blog/rlemos/legacy-risk-how-new-ministry-culture-brazil-reversed-its-digital-agenda

lunedì 14 marzo 2011

gli "ultimi giapponesi" sono qui da noi

Di fronte al susseguirsi di conferme sulle più preoccupanti ipotesi della catastrofe nucleare giapponese come ce la racconterà Chicco Testa e il dott. Veronesi continuerà a trovarsi al bar con gli altri nominati per la sicurezza del nuckleare italiano?
Lavoriamo sodo per il referendum perché ci faranno passare per ideologici prevenuti e sciacalli sull'emotività.

giovedì 10 marzo 2011

Perché?

1) NON concedere l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni per Pecoraro Scanio, risultato:
favorevoli PDL e Responsabili (+ i 5 radicali del PD)
contrari PD, IDV

2) concedere l’autorizzazione all’acquisizione dei tabulati telefonici di Catia Polidori, risultato:
tutti a favore in quanto è stata la stessa Polidori a chiedere l’acquisizione

perché solo la Polidori lo ha chiesto?

il 12 per la scuola pubblica e la Costituzione

video

martedì 8 marzo 2011

Hillary speech: questions and answers

Hillary speech: questions and answers

Not only the speech. An american friend of mine sent me the questions for Hillary and her answers, you can found at the end





SECRETARY CLINTON: Thank you very much, Alberto, for not only that kind introduction but your and your
colleagues’ leadership of this important institution. It’s a pleasure to be here at the Newseum. The Newseum is a

monument to some of our most precious freedoms, and I’m grateful for this opportunity to discuss how thosefreedoms apply to the challenges of the 21st century.

Although I can’t see all of you because in settings like this, the lights are in my eyes and you are in the dark, I know
that there are many friends and former colleagues. I wish to acknowledge Charles Overby, the CEO of Freedom

Forum here at the Newseum; Senator Edward Kaufman and Senator Joe Lieberman, my former colleagues in theSenate, both of whom worked for passage of the Voice Act, which speaks to Congress’s and the American people’s
commitment to internet freedom, a commitment that crosses party lines and branches of government.

Also, I’m told here as well are Senator Sam Brownback, Senator Ted Kaufman, Representative Loretta Sanchez,

many representatives of the Diplomatic Corps, ambassadors, chargés, participants in our International Visitor
Leadership Program on internet freedom from China, Colombia, Iran, and Lebanon, and Moldova. And I also want
to acknowledge Walter Isaacson, president of the Aspen Institute, recently named to our Broadcasting Board of
Governors and, of course, instrumental in supporting the work on internet freedom that the Aspen Institute has been
doing.

This is an important speech on a very important subject. But before I begin, I want to just speak briefly about Haiti,
because during the last eight days, the people of Haiti and the people of the world have joined together to deal with atragedy of staggering proportions. Our hemisphere has seen its share of hardship, but there are few precedents forthe situation we’re facing in Port-au-Prince. Communication networks have played a critical role in our response.

They were, of course, decimated and in many places totally destroyed. And in the hours after the quake, we worked
with partners in the private sector; first, to set up the text “HAITI” campaign so that mobile phone users in theUnited States could donate to relief efforts via text messages. That initiative has been a showcase for the generosity
of the American people, and thus far, it’s raised over $25 million for recovery efforts.

Information networks have also played a critical role on the ground. When I was with President Preval in Port-au-
Prince on Saturday, one of his top priorities was to try to get communication up and going. The government couldn’ttalk to each other, what was left of it, and NGOs, our civilian leadership, our military leadership were severely
impacted. The technology community has set up interactive maps to help us identify needs and target resources. Andon Monday, a seven-year-old girl and two women were pulled from the rubble of a collapsed supermarket by an

American search-and-rescue team after they sent a text message calling for help. Now, these examples are
manifestations of a much broader phenomenon.

The spread of information networks is forming a new nervous system for our planet. When something happens in
Haiti or Hunan, the rest of us learn about it in real time – from real people. And we can respond in real time as well.

Americans eager to help in the aftermath of a disaster and the girl trapped in the supermarket are connected in waysthat were not even imagined a year ago, even a generation ago. That same principle applies to almost all of humanitytoday. As we sit here, any of you – or maybe more likely, any of our children – can take out the tools that many carryevery day and transmit this discussion to billions across the world.

Now, in many respects, information has never been so free. There are more ways to spread more ideas to more
people than at any moment in history. And even in authoritarian countries, information networks are helping people
discover new facts and making governments more accountable.

During his visit to China in November, for example, President Obama held a town hall meeting with an online

component to highlight the importance of the internet. In response to a question that was sent in over the internet, hedefended the right of people to freely access information, and said that the more freely information flows, thestronger societies become. He spoke about how access to information helps citizens hold their own governmentsaccountable, generates new ideas, encourages creativity and entrepreneurship. The United States belief in that
ground truth is what brings me here today.

Because amid this unprecedented surge in connectivity, we must also recognize that these technologies are not an
unmitigated blessing. These tools are also being exploited to undermine human progress and political rights. Just as
steel can be used to build hospitals or machine guns, or nuclear power can either energize a city or destroy it,
modern information networks and the technologies they support can be harnessed for good or for ill. The same

networks that help organize movements for freedom also enable al-Qaida to spew hatred and incite violence against
the innocent. And technologies with the potential to open up access to government and promote transparency can
also be hijacked by governments to crush dissent and deny human rights.

In the last year, we’ve seen a spike in threats to the free flow of information. China, Tunisia, and Uzbekistan have

stepped up their censorship of the internet. In Vietnam, access to popular social networking sites has suddenly
disappeared. And last Friday in Egypt, 30 bloggers and activists were detained. One member of this group, Bassem
Samir, who is thankfully no longer in prison, is with us today. So while it is clear that the spread of these
technologies is transforming our world, it is still unclear how that transformation will affect the human rights and thehuman welfare of the world’s population.

On their own, new technologies do not take sides in the struggle for freedom and progress, but the United Statesdoes. We stand for a single internet where all of humanity has equal access to knowledge and ideas. And we
recognize that the world’s information infrastructure will become what we and others make of it. Now, this
challenge may be new, but our responsibility to help ensure the free exchange of ideas goes back to the birth of our

republic. The words of the First Amendment to our Constitution are carved in 50 tons of Tennessee marble on the


front of this building. And every generation of Americans has worked to protect the values etched in that stone.

Franklin Roosevelt built on these ideas when he delivered his Four Freedoms speech in 1941. Now, at the time,
Americans faced a cavalcade of crises and a crisis of confidence. But the vision of a world in which all peopleenjoyed freedom of expression, freedom of worship, freedom from want, and freedom from fear transcended thetroubles of his day. And years later, one of my heroes, Eleanor Roosevelt, worked to have these principles adopted asa cornerstone of the Universal Declaration of Human Rights. They have provided a lodestar to every succeeding

generation, guiding us, galvanizing us, and enabling us to move forward in the face of uncertainty.

So as technology hurtles forward, we must think back to that legacy. We need to synchronize our technological
progress with our principles. In accepting the Nobel Prize, President Obama spoke about the need to build a world inwhich peace rests on the inherent rights and dignities of every individual. And in my speech on human rights at

Georgetown a few days later, I talked about how we must find ways to make human rights a reality. Today, we find
an urgent need to protect these freedoms on the digital frontiers of the 21st century.

There are many other networks in the world. Some aid in the movement of people or resources, and some facilitateexchanges between individuals with the same work or interests. But the internet is a network that magnifies the

power and potential of all others. And that’s why we believe it’s critical that its users are assured certain basic
freedoms. Freedom of expression is first among them. This freedom is no longer defined solely by whether citizens
can go into the town square and criticize their government without fear of retribution. Blogs, emails, socialnetworks, and text messages have opened up new forums for exchanging ideas, and created new targets for
censorship.

As I speak to you today, government censors somewhere are working furiously to erase my words from the records
of history. But history itself has already condemned these tactics. Two months ago, I was in Germany to celebrate
the 20th anniversary of the fall of the Berlin Wall. The leaders gathered at that ceremony paid tribute to the
courageous men and women on the far side of that barrier who made the case against oppression by circulating small

pamphlets called samizdat. Now, these leaflets questioned the claims and intentions of dictatorships in the Eastern
Bloc and many people paid dearly for distributing them. But their words helped pierce the concrete and concertinawire of the Iron Curtain.

The Berlin Wall symbolized a world divided and it defined an entire era. Today, remnants of that wall sit inside this

museum where they belong, and the new iconic infrastructure of our age is the internet. Instead of division, it standsfor connection. But even as networks spread to nations around the globe, virtual walls are cropping up in place ofvisible walls.

Some countries have erected electronic barriers that prevent their people from accessing portions of the world’s

networks. They’ve expunged words, names, and phrases from search engine results. They have violated the privacy
of citizens who engage in non-violent political speech. These actions contravene the Universal Declaration on
Human Rights, which tells us that all people have the right “to seek, receive and impart information and ideasthrough any media and regardless of frontiers.” With the spread of these restrictive practices, a new information
curtain is descending across much of the world. And beyond this partition, viral videos and blog posts are becoming

the samizdat of our day.

As in the dictatorships of the past, governments are targeting independent thinkers who use these tools. In the
demonstrations that followed Iran’s presidential elections, grainy cell phone footage of a young woman’s bloody
murder provided a digital indictment of the government’s brutality. We’ve seen reports that when Iranians living

overseas posted online criticism of their nation’s leaders, their family members in Iran were singled out for
retribution. And despite an intense campaign of government intimidation, brave citizen journalists in Iran continue
using technology to show the world and their fellow citizens what is happening inside their country. In speaking out
on behalf of their own human rights, the Iranian people have inspired the world. And their courage is redefining howtechnology is used to spread truth and expose injustice.

Now, all societies recognize that free expression has its limits. We do not tolerate those who incite others to
violence, such as the agents of al-Qaida who are, at this moment, using the internet to promote the mass murder ofinnocent people across the world. And hate speech that targets individuals on the basis of their race, religion,
ethnicity, gender, or sexual orientation is reprehensible. It is an unfortunate fact that these issues are both growing

challenges that the international community must confront together. And we must also grapple with the issue of
anonymous speech. Those who use the internet to recruit terrorists or distribute stolen intellectual property cannot
divorce their online actions from their real world identities. But these challenges must not become an excuse forgovernments to systematically violate the rights and privacy of those who use the internet for peaceful political
purposes.

The freedom of expression may be the most obvious freedom to face challenges with the spread of newtechnologies, but it is not the only one. The freedom of worship usually involves the rights of individuals to
commune or not commune with their Creator. And that’s one channel of communication that does not rely on
technology. But the freedom of worship also speaks to the universal right to come together with those who share

your values and vision for humanity. In our history, those gatherings often took place in churches, synagogues,
mosques and temples. Today, they may also take place on line.

The internet can help bridge divides between people of different faiths. As the President said in Cairo, freedom of
religion is central to the ability of people to live together. And as we look for ways to expand dialogue, the internet

holds out such tremendous promise. We’ve already begun connecting students in the United States with young


people in Muslim communities around the world to discuss global challenges. And we will continue using this tool
to foster discussion between individuals from different religious communities.

Some nations, however, have co-opted the internet as a tool to target and silence people of faith. Last year, for
example, in Saudi Arabia, a man spent months in prison for blogging about Christianity. And a Harvard study found
that the Saudi Government blocked many web pages about Hinduism, Judaism, Christianity, and even Islam.
Countries including Vietnam and China employed similar tactics to restrict access to religious information.

Now, just as these technologies must not be used to punish peaceful political speech, they must also not be used to
persecute or silence religious minorities. Now, prayers will always travel on higher networks. But connection
technologies like the internet and social networking sites should enhance individuals’ ability to worship as they see
fit, come together with people of their own faith, and learn more about the beliefs of others. We must work to

advance the freedom of worship online just as we do in other areas of life.

There are, of course, hundreds of millions of people living without the benefits of these technologies. In our world,
as I’ve said many times, talent may be distributed universally, but opportunity is not. And we know from long
experience that promoting social and economic development in countries where people lack access to knowledge,

markets, capital, and opportunity can be frustrating and sometimes futile work. In this context, the internet can serveas a great equalizer. By providing people with access to knowledge and potential markets, networks can create
opportunities where none exist.

Over the last year, I’ve seen this firsthand in Kenya, where farmers have seen their income grow by as much as 30

percent since they started using mobile banking technology; in Bangladesh, where more than 300,000 people havesigned up to learn English on their mobile phones; and in Sub-Saharan Africa, where women entrepreneurs use the
internet to get access to microcredit loans and connect themselves to global markets.

Now, these examples of progress can be replicated in the lives of the billion people at the bottom of the world’s

economic ladder. In many cases, the internet, mobile phones, and other connection technologies can do for economicgrowth what the Green Revolution did for agriculture. You can now generate significant yields from very modest
inputs. And one World Bank study found that in a typical developing country, a 10 percent increase in the
penetration rate for mobile phones led to an almost 1 percent increase in per capita GDP. To just put this into
context, for India, that would translate into almost $10 billion a year.

A connection to global information networks is like an on-ramp to modernity. In the early years of these
technologies, many believed that they would divide the world between haves and have-nots. But that hasn’t
happened. There are 4 billion cell phones in use today. Many of them are in the hands of market vendors, rickshaw
drivers, and others who’ve historically lacked access to education and opportunity. Information networks have

become a great leveler, and we should use them together to help lift people out of poverty and give them a freedom
from want.

Now, we have every reason to be hopeful about what people can accomplish when they leverage communication
networks and connection technologies to achieve progress. But make no mistake – some are and will continue to use

global information networks for darker purposes. Violent extremists, criminal cartels, sexual predators, and
authoritarian governments all seek to exploit these global networks. Just as terrorists have taken advantage of theopenness of our societies to carry out their plots, violent extremists use the internet to radicalize and intimidate. As
we work to advance freedoms, we must also work against those who use communication networks as tools ofdisruption and fear.

Governments and citizens must have confidence that the networks at the core of their national security and economicprosperity are safe and resilient. Now this is about more than petty hackers who deface websites. Our ability to bankonline, use electronic commerce, and safeguard billions of dollars in intellectual property are all at stake if wecannot rely on the security of our information networks.

Disruptions in these systems demand a coordinated response by all governments, the private sector, and the
international community. We need more tools to help law enforcement agencies cooperate across jurisdictions when
criminal hackers and organized crime syndicates attack networks for financial gain. The same is true when social illssuch as child pornography and the exploitation of trafficked women and girls online is there for the world to see and

for those who exploit these people to make a profit. We applaud efforts such as the Council on Europe’s Convention
on Cybercrime that facilitate international cooperation in prosecuting such offenses. And we wish to redouble our
efforts.

We have taken steps as a government, and as a Department, to find diplomatic solutions to strengthen global cyber

security. We have a lot of people in the State Department working on this. They’ve joined together, and we created
two years ago an office to coordinate foreign policy in cyberspace. We’ve worked to address this challenge at the
UN and in other multilateral forums and to put cyber security on the world’s agenda. And President Obama has just
appointed a new national cyberspace policy coordinator who will help us work even more closely to ensure thateveryone’s networks stay free, secure, and reliable.

States, terrorists, and those who would act as their proxies must know that the United States will protect ournetworks. Those who disrupt the free flow of information in our society or any other pose a threat to our economy,
our government, and our civil society. Countries or individuals that engage in cyber attacks should face
consequences and international condemnation. In an internet-connected world, an attack on one nation’s networks


can be an attack on all. And by reinforcing that message, we can create norms of behavior among states and
encourage respect for the global networked commons.

The final freedom, one that was probably inherent in what both President and Mrs. Roosevelt thought about andwrote about all those years ago, is one that flows from the four I’ve already mentioned: the freedom to connect – theidea that governments should not prevent people from connecting to the internet, to websites, or to each other. The
freedom to connect is like the freedom of assembly, only in cyberspace. It allows individuals to get online, come

together, and hopefully cooperate. Once you’re on the internet, you don’t need to be a tycoon or a rock star to have ahuge impact on society.

The largest public response to the terrorist attacks in Mumbai was launched by a 13-year-old boy. He used social
networks to organize blood drives and a massive interfaith book of condolence. In Colombia, an unemployed

engineer brought together more than 12 million people in 190 cities around the world to demonstrate against theFARC terrorist movement. The protests were the largest antiterrorist demonstrations in history. And in the weeks
that followed, the FARC saw more demobilizations and desertions than it had during a decade of military action.
And in Mexico, a single email from a private citizen who was fed up with drug-related violence snowballed intohuge demonstrations in all of the country’s 32 states. In Mexico City alone, 150,000 people took to the streets in

protest. So the internet can help humanity push back against those who promote violence and crime and extremism.
In Iran and Moldova and other countries, online organizing has been a critical tool for advancing democracy and
enabling citizens to protest suspicious election results. And even in established democracies like the United States,
we’ve seen the power of these tools to change history. Some of you may still remember the 2008 presidential
election here. (Laughter.)

The freedom to connect to these technologies can help transform societies, but it is also critically important toindividuals. I was recently moved by the story of a doctor – and I won’t tell you what country he was from – who
was desperately trying to diagnose his daughter’s rare medical condition. He consulted with two dozen specialists,
but he still didn’t have an answer. But he finally identified the condition, and found a cure, by using an internet

search engine. That’s one of the reasons why unfettered access to search engine technology is so important in
individuals’ lives.

Now, the principles I’ve outlined today will guide our approach in addressing the issue of internet freedom and the
use of these technologies. And I want to speak about how we apply them in practice. The United States is committed

to devoting the diplomatic, economic, and technological resources necessary to advance these freedoms. We are a
nation made up of immigrants from every country and every interest that spans the globe. Our foreign policy ispremised on the idea that no country more than America stands to benefit when there is cooperation among peoples
and states. And no country shoulders a heavier burden when conflict and misunderstanding drive nations apart. So
we are well placed to seize the opportunities that come with interconnectivity. And as the birthplace for so many of

these technologies, including the internet itself, we have a responsibility to see them used for good. To do that, we
need to develop our capacity for what we call, at the State Department, 21st century statecraft.

Realigning our policies and our priorities will not be easy. But adjusting to new technology rarely is. When the
telegraph was introduced, it was a source of great anxiety for many in the diplomatic community, where the prospect

of receiving daily instructions from capitals was not entirely welcome. But just as our diplomats eventually masteredthe telegraph, they are doing the same to harness the potential of these new tools as well.

And I’m proud that the State Department is already working in more than 40 countries to help individuals silencedby oppressive governments. We are making this issue a priority at the United Nations as well, and we’re including

internet freedom as a component in the first resolution we introduced after returning to the United Nations HumanRights Council.

We are also supporting the development of new tools that enable citizens to exercise their rights of free expression
by circumventing politically motivated censorship. We are providing funds to groups around the world to make sure

that those tools get to the people who need them in local languages, and with the training they need to access theinternet safely. The United States has been assisting in these efforts for some time, with a focus on implementing
these programs as efficiently and effectively as possible. Both the American people and nations that censor the
internet should understand that our government is committed to helping promote internet freedom.

We want to put these tools in the hands of people who will use them to advance democracy and human rights, to
fight climate change and epidemics, to build global support for President Obama’s goal of a world without nuclear
weapons, to encourage sustainable economic development that lifts the people at the bottom up.

That’s why today I’m announcing that over the next year, we will work with partners in industry, academia, and

nongovernmental organizations to establish a standing effort that will harness the power of connection technologies
and apply them to our diplomatic goals. By relying on mobile phones, mapping applications, and other new tools,
we can empower citizens and leverage our traditional diplomacy. We can address deficiencies in the current market
for innovation.

Let me give you one example. Let’s say I want to create a mobile phone application that would allow people to rate
government ministries, including ours, on their responsiveness and efficiency and also to ferret out and report
corruption. The hardware required to make this idea work is already in the hands of billions of potential users. And
the software involved would be relatively inexpensive to develop and deploy.

If people took advantage of this tool, it would help us target our foreign assistance spending, improve lives, and


encourage foreign investment in countries with responsible governments. However, right now, mobile application
developers have no financial assistance to pursue that project on their own, and the State Department currently lacks

a mechanism to make it happen. But this initiative should help resolve that problem and provide long-term dividendsfrom modest investments in innovation. We’re going to work with experts to find the best structure for this venture,
and we’ll need the talent and resources of technology companies and nonprofits in order to get the best results mostquickly. So for those of you in the room who have this kind of talent, expertise, please consider yourselves invited tohelp us.

In the meantime, there are companies, individuals, and institutions working on ideas and applications that couldalready advance our diplomatic and development objectives. And the State Department will be launching an
innovation competition to give this work an immediate boost. We’ll be asking Americans to send us their best ideas
for applications and technologies that help break down language barriers, overcome illiteracy, connect people to the

services and information they need. Microsoft, for example, has already developed a prototype for a digital doctorthat could help provide medical care in isolated rural communities. We want to see more ideas like that. And we’ll
work with the winners of the competition and provide grants to help build their ideas to scale.

Now, these new initiatives will supplement a great deal of important work we’ve already done over this past year. In
the service of our diplomatic and diplomacy objectives, I assembled a talented and experienced team to lead our 21st
century statecraft efforts. This team has traveled the world helping governments and groups leverage the benefits of
connection technologies. They have stood up a Civil Society 2.0 Initiative to help grassroots organizations enter the
digital age. They are putting in place a program in Mexico to help combat drug-related violence by allowing people
to make untracked reports to reliable sources to avoid having retribution visited against them. They brought mobile

banking to Afghanistan and are now pursuing the same effort in the Democratic Republic of the Congo. In Pakistan,
they created the first-ever social mobile network, called Our Voice, that has already produced tens of millions of
messages and connected young Pakistanis who want to stand up to violent extremism.

In a short span, we have taken significant strides to translate the promise of these technologies into results that make

a difference. But there is still so much more to be done. And as we work together with the private sector and foreign
governments to deploy the tools of 21st century statecraft, we have to remember our shared responsibility tosafeguard the freedoms that I’ve talked about today. We feel strongly that principles like information freedom aren’t
just good policy, not just somehow connected to our national values, but they are universal and they’re also good forbusiness.

To use market terminology, a publicly listed company in Tunisia or Vietnam that operates in an environment of
censorship will always trade at a discount relative to an identical firm in a free society. If corporate decision makers
don’t have access to global sources of news and information, investors will have less confidence in their decisions
over the long term. Countries that censor news and information must recognize that from an economic standpoint,

there is no distinction between censoring political speech and commercial speech. If businesses in your nations aredenied access to either type of information, it will inevitably impact on growth.

Increasingly, U.S. companies are making the issue of internet and information freedom a greater consideration in
their business decisions. I hope that their competitors and foreign governments will pay close attention to this trend.

The most recent situation involving Google has attracted a great deal of interest. And we look to the Chinese
authorities to conduct a thorough review of the cyber intrusions that led Google to make its announcement. And we
also look for that investigation and its results to be transparent.

The internet has already been a source of tremendous progress in China, and it is fabulous. There are so many people

in China now online. But countries that restrict free access to information or violate the basic rights of internet usersrisk walling themselves off from the progress of the next century. Now, the United States and China have different
views on this issue, and we intend to address those differences candidly and consistently in the context of our
positive, cooperative, and comprehensive relationship.

Now, ultimately, this issue isn’t just about information freedom; it is about what kind of world we want and what
kind of world we will inhabit. It’s about whether we live on a planet with one internet, one global community, and a
common body of knowledge that benefits and unites us all, or a fragmented planet in which access to informationand opportunity is dependent on where you live and the whims of censors.

Information freedom supports the peace and security that provides a foundation for global progress. Historically,
asymmetrical access to information is one of the leading causes of interstate conflict. When we face serious disputes
or dangerous incidents, it’s critical that people on both sides of the problem have access to the same set of facts and
opinions.

As it stands, Americans can consider information presented by foreign governments. We do not block your attempts
to communicate with the people in the United States. But citizens in societies that practice censorship lack exposureto outside views. In North Korea, for example, the government has tried to completely isolate its citizens fromoutside opinions. This lopsided access to information increases both the likelihood of conflict and the probability
that small disagreements could escalate. So I hope that responsible governments with an interest in global stability

will work with us to address such imbalances.

For companies, this issue is about more than claiming the moral high ground. It really comes down to the trustbetween firms and their customers. Consumers everywhere want to have confidence that the internet companies theyrely on will provide comprehensive search results and act as responsible stewards of their own personal information.

Firms that earn that confidence of those countries and basically provide that kind of service will prosper in the


global marketplace. I really believe that those who lose that confidence of their customers will eventually losecustomers. No matter where you live, people want to believe that what they put into the internet is not going to be

used against them.

And censorship should not be in any way accepted by any company from anywhere. And in America, American
companies need to make a principled stand. This needs to be part of our national brand. I’m confident that
consumers worldwide will reward companies that follow those principles.

Now, we are reinvigorating the Global Internet Freedom Task Force as a forum for addressing threats to internet
freedom around the world, and we are urging U.S. media companies to take a proactive role in challenging foreign
governments’ demands for censorship and surveillance. The private sector has a shared responsibility to help
safeguard free expression. And when their business dealings threaten to undermine this freedom, they need to

consider what’s right, not simply what’s a quick profit.

We’re also encouraged by the work that’s being done through the Global Network Initiative, a voluntary effort by
technology companies who are working with nongovernmental organizations, academic experts, and social
investment funds to respond to government requests for censorship. The initiative goes beyond mere statements of

principles and establishes mechanisms to promote real accountability and transparency. As part of our commitment
to support responsible private sector engagement on information freedom, the State Department will be convening ahigh-level meeting next month co-chaired by Under Secretaries Robert Hormats and Maria Otero to bring togetherfirms that provide network services for talks about internet freedom, because we want to have a partnership inaddressing this 21st century challenge.

Now, pursuing the freedoms I’ve talked about today is, I believe, the right thing to do. But I also believe it’s the
smart thing to do. By advancing this agenda, we align our principles, our economic goals, and our strategicpriorities. We need to work toward a world in which access to networks and information brings people closer
together and expands the definition of the global community. Given the magnitude of the challenges we’re facing,

we need people around the world to pool their knowledge and creativity to help rebuild the global economy, to
protect our environment, to defeat violent extremism, and build a future in which every human being can live up toand realize his or her God-given potential.

So let me close by asking you to remember the little girl who was pulled from the rubble on Monday in Port-au-

Prince. She’s alive, she was reunited with her family, she will have the chance to grow up because these networks
took a voice that was buried and spread it to the world. No nation, no group, no individual should stay buried in therubble of oppression. We cannot stand by while people are separated from the human family by walls of censorship.
And we cannot be silent about these issues simply because we cannot hear the cries.

So let us recommit ourselves to this cause. Let us make these technologies a force for real progress the world over.
And let us go forward together to champion these freedoms for our time, for our young people who deserve everyopportunity we can give them.

Thank you all very much. (Applause.)

MODERATOR: Thank you. Thank you, Madame Secretary. The Secretary has agreed to answer some questions.
So if you would, there are going to be three microphones in the audience. If you would make your questions short,
we’d appreciate it. And identify yourselves, please.

Yes. Could you wait for the microphone?

QUESTION: Madame Secretary, you talked about anonymity on line and how that’s something – oh, I’m sorry. I’mRobert (inaudible). I’m with Northern Virginia Community College. I’m sorry.

STAFF: Could you hold the microphone up, please?

QUESTION: Sorry.

STAFF: Thank you.

QUESTION: You talked about anonymity on line and how we have to prevent that. But you also talk about
censorship by governments. And I’m struck by – having a veil of anonymity in certain situations is actually quite
beneficial. So are you looking to strike a balance between that and this emphasis on censorship?

SECRETARY CLINTON: Absolutely. I mean, this is one of the challenges we face. On the one hand, anonymity
protects the exploitation of children. And on the other hand, anonymity protects the free expression of opposition to
repressive governments. Anonymity allows the theft of intellectual property, but anonymity also permits people to
come together in settings that gives them some basis for free expression without identifying themselves.

None of this will be easy. I think that’s a fair statement. I think, as I said, we all have varying needs and rights and
responsibilities. But I think these overriding principles should be our guiding light. We should err on the side of
openness and do everything possible to create that, recognizing, as with any rule or any statement of principle, thereare going to be exceptions.


So how we go after this, I think, is now what we’re requesting many of you who are experts in this area to lend yourhelp to us in doing. We need the guidance of technology experts. In my experience, most of them are younger than

40, but not all are younger than 40. And we need the companies that do this, and we need the dissident voices who
have actually lived on the front lines so that we can try to work through the best way to make that balance youreferred to.

MODERATOR: Forty may be (inaudible).

SECRETARY CLINTON: (Laughter.)

MODERATOR: Right over here. Yes.

QUESTION: Hi, my name is Courtney Radsch. I’m the Global Freedom of Expression officer at Freedom House.
And I wanted to ask you – you spoke about business and relying on them to do the moral, right thing and not putprofits first. But the goal of business is to make a profit. So what kind of teeth are going to be put into this? What
role does the World Trade Organization play? And how are you going to encourage them to do the right thing?

SECRETARY CLINTON: Well, again, I think this is one of the issues that we want to have a very vigorous
discussion about. I know that asking business, which is in business to make a profit, to do the right thing is notalways easily translated into practical practice. On the other hand, I think there is a broader context here. It’s –
companies that don’t follow the sanitary and hygiene procedures of a prior generation pay a price for it. And
government and business have to constantly be working together to make sure that the food and other products that

end up on the shelves of consumers around the world are safe, because individual consumers in a globalinterconnected economy can’t possibly exercise that vigilance on their own.

Similarly, when it comes to censorship, we believe that having an international effort to establish some rules over
internet connectivity and trying to protect the basic freedoms I discussed is in the long-term interest of business, and

frankly, I would argue, governments. I used the example from the fall of the Berlin Wall. It is very hard to keep
information out. It was hard to keep it out at a prior age; it is even harder now. And trying to adjust to that, work
with that, and learn from that about what could be done better is going to challenge every single government in theworld.

So I think business, as such a driver of economic growth globally, has to have that in mind, both when they go into
countries and when they confront the kind of censorship that we’re hearing about around the world. It’s particularly
acute for the technology companies, the media companies obviously, but it’s not in any way limited to them. Other
companies are facing censorship as well. So this is an issue that we have to surface and we have to talk about and wehave to try to find as much common ground and then keep claiming more common ground as we go forward.

MODERATOR: We have a question way over here on the left.

QUESTION: Thank you. My name is Aly Abuzaakouk. I’m the director of Libya Forum website, promoting
democracy and human rights and civil society in Libya.

We have been attacked and hacked many times. I would like Madame Secretary to tell me how can you help those
voices which do not have, you know, the technology or the money to protect themselves, protect them against the
hackers which are the silencers of voices from outside the countries which lacks freedom and freedom of expression.

SECRETARY CLINTON: Well, this is one of the issues that we are debating and we’re looking for ideas as to howwe can answer it in a positive way. We would invite your participation. After I take the last question, Anne-Marie
Slaughter, the Director of my Policy Planning unit inside the State Department and someone – the former dean of
the Woodrow Wilson School who has written a lot about interconnectivity and how we have to begin to look at the
world as the networked reality that it is, will be leading a discussion. And I hope some of you with ideas,

suggestions, cautions, worries will stay and really get into an in-depth discussion about that.

MODERATOR: Thank you. And right here in the mezzanine, right next to the microphone.

QUESTION: Dr. Nguyen Dinh Thang with BPSOS. We serve Vietnamese Americans and work with Vietnamese in

Vietnam. While your initiative will take some time to take effect, just recently, in recent months, the Vietnamese
Government sentenced several bloggers to five years all the way to 16 years in prison. So what does your office planto do, and how the U.S. Government can confront such an emergency situation in Vietnam?

SECRETARY CLINTON: Well, we have publicly spoken out against the detention, conviction, and imprisonment

of not only the bloggers in Vietnam, but some of the Buddhist monks and nuns and others who have been subjected
to harassment.

Vietnam has made so much progress, and it’s just moving with great alacrity into the future, raising the standard of
living of their people. And we don’t believe they should be afraid of commentary that is internal. In fact, I would

like to see more governments, if you disagree with what a blogger or a website is saying, get in and argue with them.
Explain what it is you’re doing. Put out contrary information. Point out what the pitfalls are of the position that ablogger might be taking.

So I hope that Vietnam will move more in that direction, because I think it goes hand in hand with the progress that

we’ve seen in the last few years there.


MODERATOR: Thank you. Up in the back.

QUESTION: Nora von Ingersleben with the Association for Competitive Technology. Madame Secretary, you
mentioned that U.S. companies have to do the right thing, not just what is good for their profits. But what if I am a

U.S. company and I have a subsidiary in China and the Chinese Government is coming after my guys forinformation and, you know, we have resisted but now my guys have been taken to jail, my equipment is being
hauled away. In that situation, what can the State Department do? Or what will the State Department do?

SECRETARY CLINTON: Well, we obviously speak out on those individual cases. And we are, as I said, hoping toengage in a very candid and constructive conversation with the Chinese Government. We have had a positive year ofvery open discussions with our Chinese counterparts. I think we have established a foundation of understanding. We

disagree on important issues with them. They disagree on important issues with us. They have our perspective; we
have our perspective. But obviously, we want to encourage and support increasing openness in China because we
believe it will further add to the dynamic growth and the democratization on the local level that we see occurring inChina.

So on individual cases, we continue to speak out. But on the broader set of issues, we hope to really have the kind ofdiscussion that might lead to a better understanding and changes in the approach that is currently being taken.

MODERATOR: Thank you.

Up in the very back in the center, if you could come to the aisle so we can get a microphone to you, and then we’ll
come back down here. Thank you.

QUESTION: Imam Mohamed Magid from ADAMS Center in Virginia. My question for you, Madame Secretary:
When you talk about social networking, we’re trying to address the issue of youth in the West, Muslim youth. Would

you be open to the youth forum to speak about foreign policy? Because one of the reason that youth be radicalized,
they don’t have a way to express themselves when they disagree with the United States Government or their own
government overseas. Would you be open to those ideas?

SECRETARY CLINTON: Yes, we would. In fact, we – in the wake of the President’s speech in Cairo, we have

been expanding dramatically our outreach, particularly to Muslim youth. I agree with you completely, sir, that not
only young people in the Muslim world, but young people across the world are increasingly disconnected fromauthority, from government, from all kinds of institutions that have been historically the foundations of society,
because they are so interconnected through the internet, something that my generation can’t really understand.

In America, the average young person spends eight hours a day with media. The internet, cell phones, television – I
mean, you think about that. Eight hours a day. That’s more time than they spend in school, that’s more time than
they spend with their families. It’s often more time than they spend asleep.

So when you think about the power of this information connection to young people, I don’t think it should cause

panic in people my age. I don’t think we should begin trying to stop it and prevent it. We ought to figure out how
better to utilize it. You go back to the millennia; how were values passed around? Sitting around a fire, how were
values communicated? In the homes by parents and grandparents. Now, values are being communicated by the
internet, and we cannot stop it.

So let’s figure out how better to use it, participate in it, and particularly to focus on the needs of young people.
They’re often looking for information. They’re looking for answers. At least until now, in most cultures that I’m
aware of, despite all of the time that young people spend with technology, when they’re asked who do they look to
for guidance about values, they still say their families. But if families increasingly feel disconnected from theirhighly connected young people and don’t know what their young people are doing online, then we see the problems

that can result.

And there are so many manipulators online right now, not just stoking the anxieties and the fears of Muslim youth,
but youth everywhere, defined by all kinds of characteristics.

So we have our own work to do, not just through our government but through our families, through our educationsystems, and every other institution to make sure we understand the power of this technology and to engage withyoung people through it and about it.

MODERATOR: I see a lot of hands going up as you speak. Let’s try over here on the far right.

Yes, the young lady there.

QUESTION: Thank you very much, Madame Secretary. Bahgi Gilamichael with the Sullivan Foundation. And also,
thank you for inviting us to apply for grants. Now I’m interested in knowing what are the procedures, what is theagency we need to deal with, and if you have someone in the room we can follow up with on that? Thank you so

much.

SECRETARY CLINTON: Thank you. Well, in addition to our panel, we have a lot of the members of our team
who are working on these initiatives, and we can certainly connect up. If we invited you, we know how to find you.
So we will make sure you get information about all of these programs, the ones that already exist and the ones that

we’re rolling out.


MODERATOR: There’s no anonymity in this room. (Laughter.)

We have actually time for one more question, but I really would encourage you to stay for the panel that Anne-MarieSlaughter will chair on connection technologies and diplomacy immediately following. And I’m sure some of the
questions will get answered.

So let’s do one last question over here on the far left, down below here. Can we get a mike? Thank you.

QUESTION: Hello. Thank you so much. I appreciated your wonderful program speech. I’m Mary Perkins from
Howard University, and at Howard University, we – very much interested in particular aspects of the internet with
respect to the digital divide. Or – in your story about the young girl being pulled out of the rubble because of the text

message she was able to send brings to mind – the question in my mind, how many others could have been savedhad they had that technology?

SECRETARY CLINTON: Absolutely.

QUESTION: And so we’re very interested in knowing, in terms of access, the – not only internet freedom but freeinternet for all, the universal service aspect, and what can be done, particularly right now for Haiti, with this.

SECRETARY CLINTON: Well, as – thank you for that. As you know, that is a continuing issue for us and for
many countries around the world. We’re at 4 billion cell phones. And certainly, the cell phone is becoming the

principal tool of communication, both through the applications that are on it, through the texting that it enables. And
there are a lot of groups, NGOs, and even businesses that are passing out and providing cell phones at very low cost.
We just have to keep incentivizing and encouraging the technology to be as low cost as possible so it can be as
ubiquitous as possible.

But I think we’ve made enormous progress. Ten years ago, we talked a lot about the digital divide even in our own
country. We are overcoming it, but there are still questions of access, still questions of cost. Now, obviously, we haveto recognize that a lot of the search engines are run by for-profit companies. They’re not – it’s not going to be free.
But there are lots of ways of trying to encourage more universal access. And that’s part of the Obama
Administration’s overall policy on technology, not just the diplomatic and development aspects of it.

Thank you, Professor.

MODERATOR: Thank you, Madame Secretary. Thank you very much.

SECRETARY CLINTON: Thank you, Alberto. Thank you very much. Thank you. (Applause)

lunedì 7 marzo 2011

Bonifiche, speculazioni immobiliari e 'ndrangheta

«I conti non tornano nel declassamento della “Lombarda Petroli” nelle categorie di rischio previste dalla Direttiva Seveso» affermava il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo a seguito dell’ultimo disastro ambientale causato da uno sversamento nel fiume Lambro, annunciando altresì una indagine interna. Qualcuno ne sa qualcosa, magari a “Chi l’ha visto?”. Così ci sono altre domande inevase: Come sono stati fatti i controlli? Al di là delle verifiche degli adempimenti fiscali chi ha controllato le autocertificazioni? Lo sversamento dei liquami tossici nei corsi d’acqua ha una evidenza eclatante ma la relazione inquinamento-controlli-bonifiche mette in luce una realtà molto preoccupante appena si volge lo sguardo sui terreni compromessi. Qui l’intreccio tra operazioni fondiarie e immobiliari, bonifiche e movimentazione della terra ha implicazioni che vanno ben oltre i reati ambientali e sono parte dell’articolazione della malavita organizzata. Per questo, mai come oggi, possiamo parlare di Milano-Italia come di una matrice dell’economia sporca, in ogni senso.

Nel 2010 a Milano sono state sequestrate aree oggetto di grandi interventi di riqualificazione urbanistica su siti industriali dismessi: Santa Giulia, Calchi Taeggi e Bisceglie. Perché costruire su un terreno inquinato? Chi lì ha comprato casa, con i sacrifici del caso, è preoccupato e indignato e vuole capire quali sono le soluzioni e chi sono i responsabili, si delinea così un circuito amministrativo, economico, normativo che produce e che prospera su questi pasticci e gli attori in gioco sono vari. I promotori delle iniziative immobiliari, che hanno investito miliardi (più delle banche che loro) a seguito del rilascio di provvedimenti amministrativi e permessi legittimi. Le Amministrazioni locali, Regione, Comuni e Provincie, che eseguono le istruttorie, approvano i progetti di bonifica e ne certificano il risultato finale. Gli organi tecnici della pubblica amministrazione, ASL e in particolare ARPA, che esprimono i pareri tecnici per il rilascio degli atti amministrativi. L’Autorità Giudiziaria, a cui spetta la verifica della corretta applicazione delle leggi. Magistratura inquirente e poi giudicante (nella triplice modalità: civile, penale ed amministrativa), che a sua volta si avvale di propria polizia giudiziaria e di propri consulenti tecnici, professionisti o tecnici di ARPA e ASL. Ci sono scelte di regolazione e di pianificazione che spettano ai vari livelli di governo, dovrebbero essere scelte di indirizzo politico, specie se emergono problemi importanti. Qui il Sindaco, il Governatore ed il Presidente della Provincia, hanno sostenuto, che i loro uffici avrebbero agito in conformità alle leggi (ovviamente) e che, comunque, non era compito loro verificare la correttezza dei pareri tecnici, ma dei competenti organi (ASL e ARPA in particolare). Infine non dobbiamo ricordare degli attori della cui presenza apprendiamo dalle cronache giudiziarie ma sono presenti: le mafie, a partire dal ruolo assunto in alcune movimentazioni di terreni. Per capire come funziona il circuito con i diversi attori osserviamo il caso Calchi Taeggi con la bonifica di una discarica incontrollata di rifiuti pericolosi e l’ adiacente, autorizzato, intervento edilizio di riqualificazione.

E’possibile la bonifica di un’area industriale senza portare via un chilogrammo di rifiuto e/o terreno contaminato? Sì per il D.lgs 152/06 Testo Unico ambientale Berlusconi/Matteoli) e il nuovo metodo di valutazione dell’inquinamento: l’analisi di rischio-AdR. Un calcolo matematico, che, partendo dai livelli di contaminazione misurati, ricava delle concentrazioni accettabili per l’uso previsto dell’area, Concentrazioni di Soglia di Rischio – C.S.R.. Tali concentrazioni dovrebbero causare non più di 1 morto di cancro ogni 100.000 abitanti e contemporaneamente non causare l’eritema a tutti gli altri. A presentare l’AdR è la “Ditta” che vuole effettuare un intervento in un’area oggetto di contaminazione. L’ARPA, l’organo tecnico che deve valutare l’AdR della “Ditta, a garanzia della collettività, deve verificare la correttezza delle informazioni e dei dati utilizzati dalla “Ditta” nell’AdR, perciò effettua i campionamenti, le analisi, le misurazioni. Poi le valida e le elabora. Una mole enorme di informazioni che spesso non si possono raccogliere nella loro interezza perché, le spese per la tutela dell’ambiente nei bilanci pubblici sono marginali. Con strumenti, risorse economiche ed umane, non proporzionate all’assoluta rilevanza quantitativa e qualitativa delle bonifiche, che di volta in volta devono essere valutare nelle varie AdR proposte dai privati, l’istruttore della pratica dovrà fare ricorso ai “dati di letteratura” e a quelli della “Ditta” proponente, sperando che siano veri. Cambiando una virgola di una sola delle proprietà chimico/fisiche dei dati in ingresso, i risultati finali di una AdR possono variare di diversi ordini di grandezza... Il fatto che per l’AdR ci possano essere margini valutativi può presentare conseguenze per i singoli funzionari: dall’incubo di procedimenti giudiziari perché le “Ditte” potrebbero portare in tribunale i funzionari pubblici che hanno dato un diniego preventivo, con richieste milionarie di danni; alle pressioni sulle posizioni apicali direttamente di nomina della politica regionale, Basterebbe verificare tra i funzionari di ARPA che si occupano di bonifiche quale sia l’importo delle assicurazioni private che hanno sottoscritto. Pensiamo poi alla possibile corruzione messa in atto dalle varie ‘ndrine radicate anche al nord, magari anche loro della partita e che, a fronte di un rifiuto, potrebbero non accontentarsi di minacce di trasferimento e penalizzazioni di carriera.

Quando i funzionari pubblici non sono degli stinchi di santo, come ad esempio l’ex Direttore Sanitario dell’ASL di Pavia, le soluzioni pasticciate, o peggio, sono conseguenti. Qui la normativa messa a punto dal legislatore invece di essere ferma permette ai furbi di farla franca legittimamente.

Così il precedente Decreto Ronchi Assetto art. 51 bis decreto Ronchi prevedeva l’obbligo di bonifica anche in caso di eventi di inquinamento del tutto accidentali e l’obbligo di ripristino ambientale sorgeva non solo in caso di superamento dei valori di soglia previsti dalla legge ma anche allorché si fosse determinato il semplice pericolo di tale superamento. L’inquinamento o il pericolo di inquinamento non erano i presupposti della condotta, mentre il fulcro dell’illecito era ravvisato nella mancata bonifica del sito contaminato. Le modifiche attualmente in vigore hanno eliminato ogni riferimento al pericolo concreto e attuale di inquinamento, che dunque rimane estraneo alla sanzione penale e l’elemento costitutivo del fatto illecito è solamente il fatto di inquinamento determinato secondo l’innovativo sistema di superamento delle “concentrazioni soglia di rischio”, che abbiamo visto prima e sono più elevate delle concentrazioni di soglia della vecchia disciplina. Ora la procedura di bonifica attuata tempestivamente costituisce una clausola di esonero dalla pena, di più: se il ripristino dell’ambiente viene conseguito dal responsabile attraverso una procedura di pari efficacia di quella prescritta, non potrà essergli ascritta alcuna responsabilità penale per il mancato rispetto della procedura amministrativa. Ora la norma consente di evitare ogni implicazione penale a fronte della bonifica a prescindere dal tipo di illecito ambientale che ha dato origine alla contaminazione. Infine il Polo chimico di Marghera ha fatto norma: l’acquirente non risponde, per il solo fatto di subentrare nella titolarità del potere di disposizione sull’area della mancata rimozione dello status di contaminazione causato da fattori pregressi. Infine, ora in un’area contaminata da veleni i valori di concentrazione soglia di contaminazione- CSC sono quasi sempre superiori ai valori soglia di contaminazione, ma un’analisi AdR può dare come risultato finale una contaminazione inferiore ai valori di concentrazione della soglia di rischio-CSR. Quindi, avremo ai sensi dell’Art. 240, un sito non contaminato! L’Art.242 nel progetto operativo degli interventi di bonifica consente, in alternativa, la messa in sicurezza, operativa o permanente che prevede di non allontanare dal sito i rifiuti e/o i terreni contaminati. Con le modifiche vigenti per condannare un inquinatore di terreni occorre avere entrambi i presupposti:un AdR che dimostri che l’inquinamento causato è maggiore delle CSR; che ci sia un progetto di bonifica approvato dall’autorità competente;che la bonifica non venga fatta. Se poi la bonifica ci costasse troppo, con un fallimento ben studiato e buoni legali, la prescrizione sarebbe alla portata. La bonifica si può, quindi, approvare senza dover allontanare i rifiuti, ma almeno sarà vietato costruirci sopra una casa? No non è espressamente vietato, la “Ditta” può chiedere di edificare in aree contaminate o nelle immediate vicinanze e chi di competenza nella Pubblica Amministrazione deve valutare la richiesta. In questo caso, non esistendo un indirizzo univoco, valido per tutta la Regione, tutto dipende da un funzionario e l’ultimo che firma appartiene ad ARPA Lombardia.Possiamo immaginare il dilemma di un Dirigente ARPA che si trovi di fronte ad un caso del genere: meglio un ricorso al TAR da parte della “Ditta”e forse una causa civile per danni (ed ovviamente il blocco della carriera), oppure, fra qualche anno, l’azione di qualche Procuratore della Repubblica? Nel caso Calchi Taeggi, il progetto di bonifica avrebbe dovuto essere approvato dalla Regione su parere della Provincia ma, con un’apposita Legge Regionale, lo stesso è stato “devoluto” al Comune. Mentre per il parere a carico della Provincia, la stessa, a sua volta, si avvale della competenza tecnica di ARPA. A Milano, in particolare, la Provincia si è convenzionata, integralmente, con ARPA. Quindi, in pratica, il parere lo fa ARPA. La Provincia emana solamente l’atto amministrativo. La Provincia è delegata inoltre, in base all’art. 248 del citato TU ambientale, alla certificazione finale della bonifica, sempre sulla base di una relazione tecnica predisposta ARPA. Così ARPA Milano è diventata controllato e controllore. Da organismo tecnico di verifica e controllo, si carica anche di buona parte dell’iter amministrativo e delle relative responsabilità. Abbiamo autorizzato la costruzione di un quartiere sulla discarica? L’ARPA ci ha detto che era possibile…. Le evidenze emerse anche in altre inchieste danno l’idea di un sistema gelatinoso, borderline tra legalità, incompetenza e comportamenti dolosi. E’ un esempio l’inchiesta in cui sono coinvolti “il re delle bonifiche” Grossi, amico della moglie di Abelli, a sua volta big della politica lombarda nazionale e regionale, il potentissimo Direttore dell’ASL di Pavia, di selezione politica, che sognava fin da piccolo di fare il ‘ndraghetista sic! La gestione di una partita cruciale per la nostra qualità della vita e per quella dei nostri figli, come la bonifica delle discariche selvagge che ci hanno lasciato i nostri padri, è il paradigma dell’organizzazione della cosa pubblica lasciata a se stessa. Di una normativa prodotta in modo sconsiderato da “Politici” senza visione, buon senso, competenze minimali, che non sanno nemmeno circondarsi di consiglieri preparati. Un assalto alla diligenza condotto da interessi particolari che determina stratificazioni di norme inapplicabili, pro o contro singoli interessi economici e professionali. Un circuito folle nel quale le competenze tecniche vengono mortificate e intimidite, assolutamente permeabile all’azione della malavita organizzata. Ora è più chiaro il perché di una edificazione su un sito contaminato non bonificato. Che insieme alla consapevolezza aumenti la nostra indignazione e la richiesta di una politica pubblica pulita.

mercoledì 2 marzo 2011

Sembra impossibile!!!
Il Generale Dwight D. Eisenhower aveva ragione

nell’ordinare che fossero fatti
molti filmati e molte foto.
OLOCAUSTO
Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…
E’ una questione di Storia ricordare che,
quando il Supremo Comandante delle Forze alleate
(Stati Uniti, Inghilterra, Francia, etc.),
Generale Dwight D. Eisenhower,
incontrò le vittime dei campi di concentramento,
ha ordinato che fosse fatto il maggior numero di foto possibili,
e fece in modo che i tedeschi delle città vicine
fossero accompagnati fino a quei campi
e persino seppellissero i morti.


E il motivo, lui l’ha spiegato così:
'Che si tenga il massimo della documentazione
– che si facciano filmati – che si registrino i testimoni –
perché, in qualche momento durante la storia,
qualche idiota potrebbe
sostenere
che tutto questo non è mai successo'.

'Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male,
è che gli uomini di bene non facciano nulla'.
(Edmund Burke)
Ricordiamo:
Questa settimana,il Regno Unito ha rimosso l’Olocausto
dai piani di studio scolastici
poichè “offendeva” la popolazione musulmana,
che afferma che l’Olocausto non è mai esistito...


Questo è un presagio spaventoso sulla paura
che si sta diffondendo nel mondo,
e che così facilmente ogni Paese
sta permettendo di far emergere.
Sono trascorsi più di 60 anni
dal termine della Seconda Guerra Mondiale.

Questa e-mail viene inviata come una catena,
in memoria dei 6 milioni di ebrei,
20 milioni di russi,
10 milioni di cristiani,
e 1900 preti cattolici
che sono stati assassinati, massacrati, violentati,
bruciati, morti di fame e umiliati,
nel mentre la Germania e la Russia
volgevano lo sguardo in altre direzioni.


Ora, più che mai, a fronte di qualcuno che sostiene
“L’Olocausto è un mito”,
è fondamentale fare in modo che
il mondo non dimentichi mai.
L’obiettivo che si vuole raggiungere inviando questa e-mail
è che venga letta da, almeno, 40 milioni di persone in tutto il mondo.
Sii un anello di questa catena
e aiuta ad inviare l’e-mail in tutto il mondo.
Traducila in altre lingue se necessario!

Non cancellarla.
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