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mercoledì 2 febbraio 2011

Un grido: Costituente Civica

Un grido.

Se non ora quando? Cos’altro deve accadere alle principali cariche istituzionali, alla libera espressione nella televisione pubblica e privata, alla dignità delle persone perché i gruppi dirigenti dell’opposizione parlamentare condividano un processo costituente nel nome della democrazia repubblicana? I diversivi potranno essere molteplici: dalla proposta alta avanzata sul Corriere della Sera, alla diffamazione sui quotidiani di famiglia, senza tralasciare la campagna acquisti e la ripetizione ossessiva di una verità altra sul reality di Arcore. Intanto l’Italia è sulla soglia della rottura. Per quanto maldestra l’armata Brancaleone della Lega potrebbe trovarsi di fronte ad una rottura di fatto tra il sistema economico-imprenditoriale del Nord e il resto del Paese. Un Paese al quale non viene neanche più riconosciuta la strategicità peninsulare nel Mediterraneo mentre saltano i regimi familistici che garantivano agli stati del Nord Africa di operare come barriera-filtro nei confronti dell’integralismo islamico. Di fronte al federalismo contraffatto in salsa padana come non vedere la necessità di un’Italia federale parte costitutiva di un’Europa federale capace di azione? Come non vedere la necessità di riforme compiute, capaci di sostituire ciò che si ritiene superato senza continuare ad aggiungere, aggiungere, aggiungere: così facendo oltre agli enti inutili, perfettamente in salute, avremo le istituzioni inutili, ma operative, con il loro bilancio, le loro cariche, le loro nomine, i loro consulenti, le loro assunzioni, le loro auto blu ed il loro potere di scambio locale. Non è tanto il quasi 30% di disoccupazione giovanile che ci deve preoccupare, quanto la diffusa rinuncia a pensare e a pretendere un altro futuro diverso dalla scelta tra precarietà e prostituzione dell’identità e dei corpi. Perciò è necessario che le forze politiche attuali vadano oltre sé stesse. In gioco c’è la capacità di culture ed indirizzi adeguati alle sfide di un mercato di dimensioni globali nel quale competono sistemi locali a qualità specifiche, un insieme composto da qualità delle infrastrutture e dei servizi, della sicurezza sul lavoro e della qualità della produzione, dell’amministrazione e della formazione, dell’ambiente e del vivere sociale. Un insieme, appunto, che tocca alla politica fare riconoscere ed agire come tale. In gioco ci sono questioni prodotte dall’innovazione tecnologica e scientifica non riconducibili alle antinomie dello scorso secolo, bioetica e fine vita, ambiente ed energia, costituiscono oggi problemi da affrontare efficacemente e non occasioni per affermare simbolo e collocazione nel mercato elettorale. Ma c’è di più, c’è qualcosa che viene prima delle questioni che sono in gioco: c’è il gioco stesso, le sue regole, l’arbitro, il campo, i giocatori, le società e il pubblico. E’ tutto questo che sta saltando in una sorta di schizofrenia, di rovesciamento del significato delle parole e di delegittimazione del significante. Non importa attraverso quali mezzi l’importante è che vinca la squadra di cui sono sostenitore. Ma questa non è un partita di calcio, non siamo tifosi che gioiscono per la vittoria sull’Inghilterra grazie alla mano di Maradona. Qui si sta pregiudicando una cultura della cittadinanza condivisa, l’idea che diritti e doveri valgono per tutti, che le istituzioni e la costituzione, il paesaggio e i beni culturali, il talento cognitivo dei giovani italiani, costituiscano un Bene Comune rispetto al quale sentirsi responsabilizzati. Di questo si tratta. Allora invece di reagire con disappunto o con compatimento alla indisponibilità alla candidatura a sindaco di Milano, di un giovane professionista di valore, socialmente impegnato, come Umberto Ambrosoli, occorre interrogarsi. Perché le proposte dei partiti politici e dei gruppi dirigenti attuali, risultano strumentali e non hanno la capacità di coinvolgere la ragione e l’emozione delle persone più belle? Perché non riconosce come necessità politica la pratica di forme e modi di partecipazione che non considerino le persone di valore e le loro competenze solo come testimonial, verso il quale avere riconoscenza nelle future nomine. Lo so che questa è l’antropologia vigente e chi la rifiuta risulta presuntuoso e velleitario, ma è questa antropologia che usa le leggi elettorali per nomine feudali (ius primae noctis incluse), il potere economico per la compravendita di parlamentari, l’amicizia in luogo della competenza, la cosa pubblica come risorsa contendibile da cordate. Non c’è da scherzare, quando andiamo all’estero non siamo più chiamati a rispondere alla battuta su Berlusconi ma ci chiedono cosa ci sta succedendo? cosa ci è successo? come cittadini, come italiani. Abbiamo costruito la deriva personalistica e plebiscitaria con l’elezione diretta di sindaci e governatori, che contestualmente svuotava di poteri le assemblee elettive, abbiamo lasciato un conflitto di interessi mediatici in un paese omologato dalla televisione, come denunciava Pasolini, ora temiamo il peggio ma non sappiamo quale possa essere. Il 40% degli elettori non vota e alle primarie del PD votano i cinesi: la maionese è impazzita.

Per questo non trova più alcuna ragione il timore o l’imbarazzo politici a condividere un percorso difficile e duro di risignificazione della politica. Ecco perché la proposta di poli civici alle prossime amministrative deve costituire un momento di verità e non uno strumento testimoniale. Così gli esponenti dei partiti, vecchi e costituendi, si possono trovare insieme a fare e pensare politica con le belle persone come Umberto Ambrosoli, tanto numerose nella sussidiarietà italiana.

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