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lunedì 25 gennaio 2010

Copenhagen: quando il clima non è più notizia

La questione dello stato di salute del clima è uscita dai palinsesti ma resta più che mai di fronte a noi e ai nostri figli. 193 i Paesi partecipanti, circa 120 capi di Stato e premier e 45.000 le richieste di accredito costituiscono la conferma che la questione è posta ed è ormai una consapevolezza planetaria, ma è posta male. L’accordo finale è per ora una dichiarazione di intenti: si fissa a 2 gradi l'aumento della temperatura media, contro il limite richiesto dal G77 di 1,5°C, e si elimina ogni riferimento al taglio del 50% al 2050 per tutti i paesi, come ha voluto la Cina, si stabilisce la revisione e l'assestamento entro il 2015, incluso il nuovo obiettivo a 1,5 gradi per limitare il riscaldamento. Per quanto riguarda i fondi per lo sviluppo sostenibile i Paesi del G77 chiedevano 400 miliardi di dollari, la metà di quanto gli Usa hanno investito per salvare Merrill Linch e le altre banche, i Paesi industrializzati hanno preso impegni per 30 miliardi fino al 2012. Che arriveranno a 100 nel 2020. La questione dei soldi mette in secondo piano quella dei limiti delle emissioni. Se un Bene Comune del Pianeta quale è il clima fosse una banca, la sua condizione di esposizione rischierebbe di scoppiare come una bolla finanziaria e probabilmente assisteremmo alla definizione di interventi concreti a livello globale per salvarlo e scongiurare il disastro. Questa amara considerazione deve accompagnarci nell’analisi della situazione internazionale rivelatasi a Copenhagen per capire le possibili politiche per il clima. Le scelte attuali, se non si cambierà rotta, porteranno ad un incremento della temperatura a fine secolo di 3 gradi, dove l’aumento a 2,5% avrebbe conseguenze gravissime per il Sudest asiatico e l’Africa Subsahariana. Lo stesso Mediterraneo, in quanto cerniera tra due aree climatiche potrebbe trovarsi in una situazione delicata. Avere la consapevolezza che l’ecosistema terra potrebbe avere conseguenze irreversibili laddove si raggiungessero dei punti critici di temperatura non significa fare del catastrofismi. Piuttosto è richiesto un investimento serio nella ricerca climatica, cosa che in Europa sta facendo solo la Germania mentre da noi è previsto il taglio di un terzo dei ricercatori di ISPRA. Ora c’è poco tempo per fare tradurre gli intenti di Copenhagen in impegni concreti, Entro gennaio saranno raccolti gli impegni volontari di ciascun paese e a giugno, probabilmente a Bonn, sarà convocato un vertice per preparare l'appuntamento annuale di dicembre a Città del Messico.

Stati Uniti e Cina, responsabili insieme di oltre il 70% delle emissioni di CO2 nel mondo, sono stati, con l’India, il Sudafrica e il Brasile , gli autori del testo dell’accordo, l’Europa ne ha preso atto. Dietro la definizione della mappa dei nuovi protagonisti economici e politici mondiali che prende corpo nel succedersi degli appuntamenti planetari si rivela un vuoto di leadership internazionale che il carisma di Obama non può colmare.

Il Sudafrica ospiterà i campionati mondiali di calcio e le Olimpiadi del 2016 si terranno in Brasile. In questo inizio di secolo non c’è più l’equilibrio del terrore bipolare, non c’è più l’”impero statunitense” e l’unilateralismo arrogante, ma c’è un vuoto nella governance mondiale, una mancanza di sovranità. Nonostante la montagna di Copenhagen abbia partorito un gracile topolino non abbiamo assistito ad una mobilitazione mondiale che pure dal vertice di Seattle in poi aveva visto un protagonismo dei movimenti e significativamente il Parlamento europeo chiede di "riformare il metodo di lavoro dell'Onu con urgenza”. Manca l’interlocutore, manca il luogo ufficiale e pubblico della decisione e la cosa è avvertita con sconcerto e con preoccupazione.

Con il tavolo allargato dell’Aquila il vertice del G8 ha dichiarato esplicitamente il suo esaurimento. La politica internazionale pare danzare nel vuoto, poche contromisure alla crisi finanziaria sono state prese nel corso del G20 e l’unico vertice costante pare essere il G2 tra Stati Uniti e Cina, principale creditore del debito pubblico americano.

Occorre prendere atto che è quasi impossibile un accordo tra le ambizioni «ambientaliste» dell’Europa con quelle della Cina, dell’India, del Brasile, del Sudafrica che non vogliono vincoli ora che il “miracolo economico” tocca a loro.

In questa situazione dinamica e di grande incertezza l’Europa può essere competitiva economicamente e protagonista politicamente laddove in grado di definire e condividere una precisa strategia, con obiettivi, procedure e controlli chiari e precisi. Dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona questo è il passaggio necessario. I Paesi cosiddetti “emergenti” hanno da tempo smesso di confrontarsi sulle definizioni dello sviluppo ma lo hanno praticato e oggi siedono ai tavoli che contano, quale visione ha l’Europa di sé, del suo sviluppo, del futuro?

Mettere a punto soluzioni capaci di coniugare lo sviluppo con la riqualificazione dei modelli produttivi e quindi con i cambiamenti climatici costituisce una straordinaria opportunità di crescita economica.

La sfida è qui ed è una sfida che l’Europa può giocare.

L’innovazione tecnologica, quindi la riduzione dei consumi energetici e l’utilizzo di fonti rinnovabili, la conseguente innovazione nei processi produttivi e nei servizi può caratterizzare la natura dello sviluppo economico dei nuovi protagonisti mondiali, con il loro peso demografico che costituisce di per sé un mercato notevole. Know how innovativo, trasferimento di tecnologie avanzate, capacità di mediazione, sono risorse che l’Europa può mettere sui tavoli negoziali e sui mercati globali.

La Commissione europea ritiene che attraverso l’uso diffuso della videoconferenza la riduzione dei viaggi d’affari del 20% porterebbe alla diminuzione di 22 milioni di tonnellate di CO2 l'anno. L’introduzione e la diffusione della "mobilità intelligente", a livello mondiale, ridurrebbe le emissioni di CO2 di oltre 1,5 miliardi di tonnellate. Il ministro Ronchi ha evidenziato che "se l’Europa non trova una posizione unica, rischia la marginalizzazione”

Paul Magnette, ministro belga per il clima: “Se i paesi che inquinano di più continuano a ostacolare l’adozione di obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni, l’Unione Europea deve considerare – come previsto dal rapporto del WTO del 26 giugno 2009 – una Carbon Tax sui prodotti importati da quei paesi che praticano una concorrenza sleale nei confronti delle nostre imprese”. Posizione caldeggiata dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. che non rientra ufficialmente tra i temi di discussione. Per il momento l’UE deve attenersi all’impegno di ridurre le emissioni di gas serra del 20% entro il 2020 rispetto agli standard del 1990, con l’eventualità di arrivare al 30% qualora gli altri paesi sviluppati dovessero prendere impegni simili. L’Italia deve fare la sua parte onorando gli impegni assunti sui cambiamenti climatici al recente vertice del G8 dell’Aquila in attuazione del Protocollo di Kyoto alla vigilia della Conferenza di Copenaghen , ma nella Finanziaria non ha destinato alcun fondo e non ha individuato strumenti per la riduzione delle emissioni di Co2. Così la Finanziaria in campo energetico taglia i 50 milioni di euro fondi destinati al Fondo sull’efficienza energetica e agli incentivi per il risparmio energetico e non c’è traccia della copertura della detrazione di imposta del 55% per interventi di riqualificazione energetica degli edifici esistenti. Oggi queste non sono scelte di ordine ideologico, più o meno ambientaliste, l’innovazione tecnologica per l’ambiente e l’energia costituisce un asset decisivo per la ripresa nella competizione globale.

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