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giovedì 30 maggio 2013

Sofri su Langer


Adriano Sofri il Foglio  29 maggio -Piccola posta-
 La storia siamo noi  "Alexander Langer"

Lunedì mattina La storia siamo noi, il prezioso programma di
Giovanni Minoli, ha trasmesso su Rai Uno una puntata dedicata
ad Alexander Langer. L'autrice, Cristina Fratelloni, ha
raccolto con un'attenzione affettuosa i documenti del lungo
tenace viaggio di Alex, e le testimonianze di alcune delle
innumerevoli persone che vi si incontrarono. Innumerevoli,
davvero, perché Alex non si rassegnò a dare un limite ai suoi
incontri ai suoi scambi, alle sue dedizioni. "Tutti", era il
suo impegno fin dalle prove dell'adolescenza. Sotto un simile
impegno non si può che vacillare e alla fine cadere. La
trasmissione ha mostrato le tappe di un itinerario che
contiene una quantità di mutamenti, ma serba una sorprendente
fedeltà all'esordio. Alla renitenza ai confini che dividono, e
alla passione per i confini in cui ci si incontra e si
fraternizza e ci si scambia bandiere, desideri, fatiche. Ponti
da costruire e muri da abbattere, traduzioni da una lingua
all'altra, da una sponda all'altra -come san Cristoforo, il
traghettatore del bambino che si fa sempre più pesante sulla
sua spalla, e tradimenti consapevoli e dichiarati delle
identità in cui si vuole chiudere le persone per paura o
ostilità agli altri, come nel censimento etnico indetto nella
civile Bolzano-Bozen, e che si usò per estromettere il
renitente Alex dalla candidatura a sindaco. Fu rivoluzionario
di sinistra, Alex, a modo suo, per continuare quello che già
aveva cominciato nel suo territorio di frontiere, e fu
introduttore e pensatore della conversione ecologica dopo, non
accettando di metter fine all'impegno militante quando se ne
svelò il limite raggiunto, e di passare a vita privata. E
l'impegno per la pace, drammaticamente messo alla prova,
quanto al ripudio assoluto di ogni impiego della forza
internazionale a soccorso delle persone e dei popoli, e del
diritto, dalla catastrofe così europea della ex-Jugoslavia. Il
programma ricorda la precipitazione della strage di Tuzla,
città conviviale e ad Alex specialmente cara, e l'impulso che
gliene venne -ma non fu che l'ultimo impulso dopo tanti mesi e
ormai anni sofferti- a chiedere che si cessasse
con l'omissione di soccorso. Pensò che allora la misura fosse
stata troppo oltrepassata, e non vide, di lì a poco, la
moltiplicazione dell'orrore e della viltà nel genocidio di
Srebrenica. In fuga da quella città di sterminio, una ragazza
scelse di fermarsi, di togliersi le scarpe, e di appendersi a
un albero di montagna. Alex l'aveva fatto sulla collina
fiorentina, nel paesaggio domestico e gentile della campagna,
al ramo di un albicocco.
I testimoni ascoltati da Cristina Fratelloni hanno fatto bene
a ricostruire anche le pene, le incomprensioni, le avversioni
inspiegabili se non per il piccolo cinismo delle vanità, che
si addensarono negli ultimi anni di militanza integra e
generosa di Alex. Ho visto Reinhold Messner, suo amico grande,
cedere per un momento al pianto a tanti anni da quel dolore.
Il fatto è che Alex fu molto amato e inutilmente -perché a
quella gara non partecipava- avversato. Sabina, sua nipote, la
cui voce è stata il filo che teneva insieme
il racconto, ha spiegato di aver scoperto che cos'era Alex per
gli altri in due circostanze. Al Parlamento europeo, dove
salutava tutti sorridendo e tutti sorridendo lo ricambiavano,
e l'ultimo degli Asburgo, l'imperatore mancato del mondo di
ieri, riconosceva in lui una speranza per il mondo di domani.
E poi a Mostar, dove lei era arrivata volontaria e ignara, e
il suo cognome le aveva spalancato le porte di un'umanità in
cui Alex era di casa. Una volta avevo pensato che i nuovi
ragazzi dovessero fare nuove magliette, e metterci su al posto
che era stato onoratamente di Che Guevara, il corpo del
ragazzo della Tien Anmen davanti alla bocca dei cannoni, o la
faccia di lepre gentile intelligente e tenace di Alex. Un
programma della mattina di Rai Uno è comunque il benvenuto. Mi
resta da dire che Alex, e tutti noi, in quella sua
instancabile leggerezza di viaggiatore, di traduttore e di
intralciatore a mani nude e alzate fra i furiosi, doveva
tenere nascoste, come fa probabilmente ciascuno di noi -ma noi
sorridiamo meno generosamente, e siamo meno pazienti, e
cancelliamo più numeri dalla nostra agenda piena- fatiche e
dolori intimi difficili da sostenere quanto e più delle guerre
e delle umiliazioni universali. Posti in cui riparare quando
manca il respiro e ci si sente soffocare, cure vicine di cui
si porta la responsabilità personale senza averla scelta, e
perché sono le nostre, un rifiuto di ferire a costo di esserne
feriti. Di questo nessuno può dire di sapere se non al
paragone della propria intimità taciuta, e occorre ricordarlo
solo per non ridurre le persone, gli altri, a una misura
esteriore com'è anche la più nobile e degna e sentita delle
esistenze militanti. Da Alex c'è tanto da imparare. E c'era e
c'è da volergli bene, perché ne aveva bisogno, ne abbiamo
bisogno.

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