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mercoledì 9 ottobre 2013

Vajont, l'ipocrisia e la memoria



 Si ricordano i 50 dalla strage del Vajont con le lacrime di coccodrillo italiane cercando di relativizzare a quei progettisti, a quella valle, a quella montagna errori e colpe. Non è così purtroppo nell'ipocrita Italia dove il dissesto idrogeologico è il prodotto dell'indifferenza e i disastri sono il prodotto degli insediamenti speculativi indifferenti al dissesto dei sedimi interessati. La prima cosa da tenere in piedi è la memoria. L’Italia ha  conosciuto una successione di ondate di cemento illegali e deturpanti: nel 1993 furono realizzati 58000 edifici fuorilegge, 59000 nel ’95  e nel 1994, con il condono  Berlusconi-Radice ne furono realizzati 83000, mentre la sanatoria del 2003 ha prodotto, secondo i dati forniti da Legambiente,  40 mila nuove case illegali. Nel 2010, a seguito delle perturbazioni atmosferiche, il comune di Tortorici,  provincia di Messina, con una lettera inviata al capo della protezione civile nazionale Guido Bertolaso, ha chiesto l`istituzione di un`unità di crisi permanente. Una comunicazione che non ha fatto notizia perché non riguardava una delle periodiche tragedie a seguito del dissesto idrogeologico italiano.
La natura della richiesta poteva invece sollecitare un’utile riflessione sulla necessità di una “prevenzione permanente” in luogo di una “unità di crisi permanente”.  Purtroppo la cosa non riguarda solo Tortorici, come sappiamo stagionalmente dalle cronache la situazione idrogeologica del Paese è a rischio diffuso di dissesto. In seguito all’alluvione di Sarno nel maggio del 1998, un decreto governativo ha chiesto alle regioni di individuare tutte le aree a rischio dell’Italia.
 Secondo il rapporto sulle frane in Italia realizzato dall’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici (Apat) nel 2007 5.596 su 8.101 i comuni italiani sono interessati da frane, ne sono state censite circa 470 mila in 20 mila km2, pari al 6,6% dell’intero territorio nazionale. Il 69% dei comuni è affetto da fenomeni franosi per l’assetto morfologico del nostro paese, per circa il 75% costituito da territorio montano–collinare e per le caratteristiche meccaniche delle rocce affioranti. La Calabria, l’Umbria e la Valle d’Aosta sono le regioni con la più alta percentuale di comuni classificati a rischio (il 100% del totale), subito seguite dalle Marche (99%) e dalla Toscana (98%). Negli ultimi 50 anni le vittime per frana ammontano a 2.552, più di 4 vittime al mese e sono stati identificati 4.530 comuni con livello di attenzione elevato e molto elevato per rischio da frana. I rapporti ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) ci comunicano che negli ultimi 80 anni la penisola Italiana  è stata interessata da 5.400 alluvioni, 11.000 frane con 70.000 persone coinvolte, la quantificazione dei danni negli ultimi 20 anni ammonta a 15 miliardi di euro. Oltre 1.700 amministrazioni comunali, pari al 30% dei 5581 comuni classificati a rischio idrogeologico dal Ministero dell’Ambiente e dall’UPI (Unione delle Provincie Italiane) sono state interessate dall’indagine svolta da Legambiente e dal Dipartimento della Protezione Civile con “Ecosistema Rischio 2009”.   L’indagine ha fornito un quadro preoccupante sul pericolo frane in l’Italia evidenziando forti ritardi nella prevenzione e troppo cemento lungo i corsi d’acqua e in prossimità di versanti franosi e instabili. Nel 79% dei comuni coinvolti nella indagine sono presenti abitazioni in aree esposte a pericolo di frane e alluvioni, nel 28% dei casi sono presenti in tali aree interi quartieri e nel 54% fabbricati e insediamenti industriali. Nel 20% dei comuni oggetto d’indagine in aree classificate a rischio idrogeologico sono presenti strutture sensibili o strutture ricettive turistiche. Nel 36% dei comuni non vi è una manutenzione ordinaria delle sponde. Solo il 7% delle amministrazioni comunali ha provveduto a delocalizzare abitazioni e solo nel 3% dei casi sono stati avviati interventi di delocalizzazione dei fabbricati industriali. Nel 15% dei comuni mancano ancora i piani urbanistici che prevedono vincoli alla edificazione delle aree a rischio idrogeologico. Invece l’82% delle amministrazioni comunali possiede un piano d’emergenza grazie alla attività svolta dall’organizzazione del sistema locale di protezione civile e nel 54% dei casi i piani sono stati aggiornati negli ultimi due anni. Ma qui ci troviamo ancora nella logica di predisporre l’intervento dopo la catastrofe piuttosto che prevenirla. Se invece della rimozione delle tragedie ne avessimo una memoria viva le immagini dei telegiornali comporrebbero una tragedia dopo l’altra una mappa corrispondente all’Italia, dalla Valtellina al Tanaro, dall’Oltrepò Pavese a Sarno, da Ischia a Messina e così via a sfregiare il Belpaese. Ricordiamo le immagini che nel 2007 fecero il giro del mondo per un crollo in roccia di 60.000 m3 staccatosi dalla Cima Una in Val Fiscalina, nell’Alto Adige, uno dei gioielli delle Dolomiti. Le cause che innescano più frequentemente le frane sono le precipitazioni brevi e intense o eccezionali e prolungate, in aumento per le mutazioni del clima. La conformazione geologica di gran parte della Penisola ha una morfologia a rischio: versanti inclinati che terminano direttamente sul mare, sui quali però sono arroccati molti centri abitati. Ancora più direttamente le attività umane destabilizzano i versanti con tagli stradali, scavi, cattiva o assente pianificazione territoriale e l’intensa urbanizzazione lungo i corsi d’acqua e in prossimità di versanti fragili. Non solo i fiumi, ma anche i torrenti e le fiumare sono spesso interessati da intubazioni, discariche abusive, ponti sottostimati con edifici costruiti dentro gli alvei. L’espansione edilizia è avvenuta spesso in aree instabili ed ha prodotto un significativo aumento del rischio da frana.  L’approccio efficace al problema del dissesto idrogeologico non risiede nella capacità di previsione, resa più precisa dalle mappature sempre più informate e informatizzate. Prevedere il momento della frana è di poca utilità.  L'unica soluzione risiede nella prevenzione: è indispensabile una mappatura con la raccolta e l’archiviazione delle informazioni, per permettere una corretta pianificazione territoriale nell’individuare aree di nuova urbanizzazione, per la collocazione e la progettazione di nuove infrastrutture, per la necessaria definizione delle limitazioni d’uso di aree specifiche e per l’apposizione di vincoli. Le norme che limitano o impediscono la costruzione sulle aree a rischio ci sono ma vanno applicate. I  dati sulla pesante urbanizzazione delle zone a rischio nel paese dimostrano come sia urgente dare maggiore efficacia a questi strumenti normativi, vi è la necessità di invertire la tendenza nella gestione del territorio. La Regione Sicilia ha speso per sistemazioni idrauliche e dissesto idrogeologico oltre 200 milioni di euro, soldi che a quanto pare, però, non sono stati sufficienti. Pensare di rinforzare in modo indifferenziato  la resistenza del suolo avrebbe costi insostenibili. Sorriso Valvo, dell’Istituto di Ricerca per la protezione Idrogeologica del Consiglio Nazionale delle Ricerche ha fatto sapere che la sola bonifica dal rischio idrogeologico della Calabria costerebbe 1 miliardo di euro all’anno per 15 anni. Mentre la bonifica dell’intera Italia costerebbe 20 volte tanto. Le stesse Regioni in molti casi peggiorano la situazione accrescendo i rischi, perché consentono nuove deroghe senza alcun rispetto per le regole della prevenzione mentre dovrebbero esercitare il contrasto all’abusivismo e al disboscamento scriteriato favorendo la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua e delle zone dissestate. Serve un intervento che permetta agli enti locali di non fare cassa solo attraverso gli oneri di urbanizzazione e devono essere sanzionate le amministrazioni locali che non fanno rispettare i piani di assesto idrogeologici.  Ancora una volta la manutenzione del territorio si propone come urgente necessità e, ad un tempo, come importante opera pubblica per l’Italia, perché insieme alla necessaria sicurezza e al risparmio dei danni garantirebbe un impiego diffuso ed intenso di mano d’opera. Quanta identità vogliamo perdere quanti flussi turistici vogliamo vedere andare ancora altrove nella competizione internazionale? Quanto si vuole calpestare della Costituzione?L’ignoranza e lo sfregio della Carta e delle sue istituzioni già oggi alimenta una deriva dissolutiva dell’idea di comunità nazionale, della sua identità e dei suoi compiti dentro il quadro europeo ed internazionale. L’equivalenza tra federalismo e “piccole patrie” rappresenta la prospettiva più plastica di questa condizione.  Il fango delle diffamazioni copre la mancanza di una politica pubblica per i beni culturali e l’ambiente, relegati a lussi cui ci si può dedicare nei tempi di crescita economica. Eppure mai come oggi la crescita economica di un paese si fonda sulla unitarietà e la qualità di un ecosistema culturale ed ambientale. L’Italia custodisce la metà del patrimonio artistico mondiale. L'arte figurativa, la musica, l'architettura, la poesia,la letteratura, l’opera lirica, teatrale e cinematografica, hanno contribuito a dare forma e anima alle nostre città. La stesa identità nazionale degli italiani si fonda su questa consapevolezza di “bellezza”. Una consapevolezza che è parte della nostra Costituzione repubblicana, nell’articolo 9 essa afferma:” La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”
   Oggi anche in virtù della Convenzione europea sul paesaggio siglata a Firenze il 20.10.2000. La  Consulta ha affermato una concezione ampia di “paesaggio”  anche grazie alla legge n.431/85 ( legge Galasso) che ha individuato intere categorie di beni direttamente assoggettati ope legis a tutela in forza  del loro particolare interesse ambientale, si passa così dalle bellezze naturali, intese come dimensione solo estetica del territorio, ai “beni ambientali” come beni culturali che interessano vaste porzioni di territorio nazionale. La Corte Costituzionale nella sentenza  151/186 sancisce ”la primarietà del valore estetico-culturale” il quale non può essere “subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici”, al contrario deve essere “capace di influire profondamente sull'ordine economico-sociale”. Un chiaro indirizzo per la capacità di un paese di produrre valore dentro l’economia della conoscenza, quella su cui basano le proprie possibilità di ripresa e di competitività le democrazie nel mondo. Con il Codice dei beni cultuali e del paesaggio (D.lgs. 22 gennaio 2004 n.42), si conclude una lunga evoluzione legislativa in materia di tutela e valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente. Con  la nuova disciplina legislativa il ‘paesaggio’ è “una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni”, è comprensivo di tutti gli aspetti della tutela paesaggistico-ambientale e quindi un bene culturale che, come le opere d’arte e i monumenti, è oggetto di tutela e di riqualificazione. Salvatore Settis con la pubblicazione di “ Paesaggio Costituzione cemento” coglie la contraddizione tra il dettato costituzionale e la pratica e la cultura materiali quotidiane: “E’ oggi più che mai necessario parlare di paesaggio”.
 “Il degrado di cui stiamo parlando non riguarda solo la forma del paesaggio e dell'ambiente, e nemmeno solo gli inquinamenti, i veleni, le sofferenze che ne nascono e ci affliggono” è la condivisione del nostro territorio e delle nostre regole di convivenza ad essere a rischio. Occorre una politica pubblica scientificamente e tecnicamente informata, coerente e stabile e capace di coordinare scienza, tecnologia ed economia.Nel 2011 dopo il disastro nell'estremo levante ligure e nel nord della Toscana il Presidente Napolitano disse "Sono le conseguenze molto dolorose che paghiamo per quelli che sono grossi turbamenti climatici". Oggi ricordando il Vajont: «No inevitabile fatalità non sottacere le responsabilità sul disastro»
No Presidente, non basta, paghiamo anche speculazione e mancanza di prevenzione. Perché non si costruisce solo dove la mappa del dissesto idrogeologico consente? Altrimenti questo paese smemorato sarà unito dai disastri e dalle loro celebrazioni.

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